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Coming out day: intervista a Silvia e Francesca di Bproud

L'11 ottobre si festeggia in tutto il mondo il Coming Out Day e noi lo celebriamo in compagnia di Silvia e Francesca, fondatrici del sito e della community di Bproud.

Silvia e Francesca Bproud

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Certe volte combattiamo solo le battaglie per le conquiste che ci riguardano in prima persona. Gli studenti manifestano per salvaguardare la scuola e il diritto all'istruzione, i lavoratori per tenersi il loro posto di lavoro. E non c'è niente di male, in questo. Ma se provassimo a fare un passo in più?

Se iniziassimo a dare voce anche a quelle lotte che non ci riguardano direttamente, ma che sentiamo comunque di dover in qualche modo appoggiare?

Ecco, questo è stato il mio pensiero quando ho letto che l'11 ottobre si celebra il Coming Out Day. Coming out significa svelarsi per chi si è, e in un mondo ideale togliersi una maschera dovrebbe essere liberatorio, ma spesso è un momento che viene vissuto con ansia, paura, spesso non si ha la comprensione che si vorrebbe e ancora più spesso, proprio per paura, si sceglie di non fare questo passo. E io quella paura vorrei lavarla via con un colpo di spugna.

Così, ho pensato che per celebrare a mio modo il Coming Out Day non potevo che rivolgermi a due persone a me molto care: Silvia e Francesca, i volti dietro la community Bproud. Insieme abbiamo parlato di come sta cambiando la società, ma anche di come accogliere un coming out (e tra tutti i modi possibili, il mio preferito è quello del loro nipotino).

Coming out day

Era il 1988. L'11 ottobre. Il primo Coming Out Day, la giornata mondiale del coming out.

L'idea venne a Robert Eichberg, psicologo del New Mexico, e Jean O'Leary, politico ed attivista LGBT di Los Angeles. La scelta del giorno cadde nella data in cui, un anno prima, si era tenuta la seconda marcia nazionale su Washington per i diritti delle persone omosessuali.

Per i primi anni, il Coming Out Day non uscì dai confini americani, ma grazie alla copertura mediatica dell'edizione 1990, la ricorrenza varcò i confini di altri 7 paesi nel mondo.

Che cos'è Bproud?

La community di BproudBproud

Bproud, come "Be proud" (Sii orgoglioso). Ma non solo, perché quella "B" scritta in quel modo significa che il progetto si rivolge alla comunità bisessuale, spesso ancora poco visibile.

Nel blog di Bproud si trovano articoli e informazioni sulla bisessualità, con la speranza di dare coraggio a chi legge e di abbattere, parola dopo parola, articolo dopo articolo, le barriere che ancora impediscono alle persone bisessuali (e non solo a loro) di vivere in serenità la propria identità e la propria vita.

Per questo motivo, per dare un'altra picconata a quei muri, ho chiesto a Silvia e Francesca - i due volti che hanno dato il via al progetto Bproud, che nel tempo è cresciuto fino ad accogliere altre persone - di rispondere a qualche domanda sul Coming out, per celebrare insieme questa giornata mondiale.

Silvia e Francesca di BproudHDBproud

Partiamo da voi: non vi chiedo di raccontarci il vostro coming out perché penso lo abbiate già fatto in ogni salsa. Ma non pensate di sottrarvi a una domanda personale: la reazione più inaspettata che avete avuto quando avete detto a qualcuno che siete omosessuali/bisessuali?

Silvia: Per me, dopo oltre 20 anni di coming out, le reazioni più inaspettate sono sempre quelle in cui la persona che apprende della mia omosessualità non fa una piega.

Un esempio? Ultimamente mi è capitato di dire che ero coniugata e poco dopo la persona mi ha chiesto che lavoro faceva mio marito; con malcelata nonchalance ho risposto che mia moglie è traduttrice e la reazione dall'altra parte è stata “Ah ok, ma lavora come libera professionista o è assunta?”.

Neanche un secondo di smarrimento, neanche un istante piccolo piccolo di panico, nulla.

Sono le reazioni più belle e più emozionanti, ma anche, purtroppo ancora per quanto mi riguarda, le più inaspettate.

Francesca: Per me il coming out più inaspettato è stato quello con una cara amica d'infanzia. Prima della relazione con Silvia ero sposata con un uomo, con il quale ho avuto una relazione lunga dieci anni, e nonostante qualche "cotta" non avevo mai avuto relazioni con altre donne.

Questa mia amica sapeva della separazione dal mio ex; le avevo anche raccontato di essermi trasferita a casa di Silvia, senza però specificare la natura del nostro rapporto. Un giorno, durante una telefonata, mi disse che era preoccupata per me e che sperava che prima o poi avrei trovato qualcun altro con cui dividere la vita. Un po' titubante, le ho detto che Silvia in realtà non era solo una mia amica… E lei ha reagito dicendo: "Meglio così! E io che ti pensavo tutta triste e sola!".

Allora ho colto la palla al balzo e le ho detto che dopo essermi innamorata di Silvia avevo capito che mi piacevano anche le donne, oltre agli uomini. Lei mi ha risposto: "Ma certo, esistono anche le persone bisessuali." La naturalezza della sua reazione, in un periodo in cui faticavo ancora a sentirmi a mio agio con il mio orientamento sessuale, mi ha rasserenata tantissimo.

Qual era il pensiero che avevate in testa nell’istante prima di aprire bocca e fare coming out?

Silvia: Il mio pensiero fisso ogni volta è su come cambierà il rapporto e l'atteggiamento dell'altra persona nei miei confronti e di conseguenza anche il mio nei suoi.

C'è sempre un po' di adrenalina dietro ogni coming out e tanta paura. Non passa mai, neanche dopo tanti anni.

Sai che è un punto di svolta ma non sai in che direzione. Se pensi a quanto è difficile cambiare per chiunque, il coming out è una forma di cambiamento, che può portare a stare meglio o a stare peggio, ma praticamente mai a stare esattamente allo stesso modo di prima.

Francesca: Avendo capito di essere bisessuale piuttosto tardi, i coming out sono e sono stati più facili e più difficili allo stesso tempo. Facili perché contrariamente a un adolescente potevo farlo con la consapevolezza di avere già una certa esperienza di vita e un'indipendenza economica, che mi mettevano al riparo dal rischio, purtroppo ancora concreto per molti, di perdere un supporto anche pratico da parte di famigliari e amici. Difficile perché ho dovuto dare molte spiegazioni in più, soprattutto a chi mi aveva sempre conosciuta in versione "etero", con mille virgolette perché in realtà, come ho capito nel tempo, etero non lo sono mai stata.

Il pensiero è lo stesso che ha espresso Silvia: anche se con gli anni ci fai un po' l'abitudine, la paura che tutto cambi rimane sempre. Però devo ammettere che i casi in cui quel cambiamento è stato negativo sono stati davvero pochi.

Il coming out più divertente che vi viene in mente?

Francesca: Quello più divertente in assoluto è stato qualche mese fa con il mio nipotino.

Aveva poco più di tre anni. Un giorno eravamo in macchina io, Silvia, lui e mia sorella; all'improvviso mi chiede: "Zia Franci, ma tu sei un'amica della mia mamma?" e io gli spiego che non ero un'amica, bensì sua sorella. Lui continua: "Zia Silvia, anche tu se la sorella della mia mamma?". A quel punto mia sorella interviene e gli dice: "No, tesoro, la zia Silvia è la fidanzata della zia Franci". Lui, dopo qualche secondo di riflessione, esclama: "Ah. Lo sai che a me piace la musica rock?".

Abbiamo trattenuto a stento le risate.

Fare coming out in famiglia, con gli amici, al lavoro: si tratta di ambiti diversi, con relazioni diverse. Che cosa cambia? Per voi, che cosa è cambiato?

Silvia: Con il coming out cambia tutto: se va bene sei finalmente libera di essere te stessa senza doverti arrabattare in scuse, storie, non detti, imbarazzi vari; sei allo stesso punto di partenza degli altri, non parti più svantaggiato. Se invece va male la vita può diventare un vero inferno perché non solo perdi la persona, rischi di essere bullizzato, ma un pezzettino di te sente e sentirà sempre di essere considerato meno valido di altre persone per una cosa che non si sceglie e non si può cambiare.

Sicuramente la differenza di ambito c'è, perché con gli amici è dura, ma sai che se l'amico non è in grado di apprezzarti per quello che sei allora non è un vero amico, quindi diventa forse un po' più facile lasciarlo andare.

Con la famiglia è più complicato. Non dire mai chi sei può diventare difficile, basti pensare alle classiche domande tipo “Ma quando ti sposi? Ma ce l'hai il fidanzato? Ma porterai mai a casa un uomo?”... immaginate anni in questa situazione, si rischia di impazzire. Tendenzialmente in questi casi si sceglie di sparire nel nulla per non dover dare risposte false. L'alternativa, ovvero fare coming out, può essere davvero difficoltosa. Non sempre infatti possiamo decidere noi a chi dirlo o no (a volte i genitori non vogliono farlo sapere alla famiglia allargata perché sono loro stessi a non accettare e capire) e soprattutto ci sono casi in cui la famiglia può veramente rendere la vita impossibile. Se si è minorenni poi si vive ancora con mamma e papà e non si ha l'autonomia di poter scegliere la propria strada. Questo può comportare dei traumi enormi sui giovani perché va a minare un'identità ancora in formazione facendo sentire la persona sbagliata e questi traumi si ripercuoteranno anche sulla sua vita da adulto.

Per quanto riguarda il lavoro invece c'è sempre il rischio di essere presi di mira, con atti di bullismo, piuttosto che con l'imposizione di condizioni lavorative peggiori e mobbing.

Insomma, ogni coming out porta con sé dei rischi molto grossi. Ma allo stesso tempo, se con esito positivo, anche delle belle soddisfazioni e senso di serenità. Tutti noi andiamo incontro a entrambe le possibilità, quindi le nostre vite possono cambiare in positivo o in negativo a seconda della reazione degli altri. Se ci pensate è un potere enorme sulla vita di una persona che è totalmente in balia di un'altra persona.

Francesca: Sul lavoro e con gli amici devo dire che non ho avuto quasi mai problemi o ripercussioni negative dopo il coming out. Paradossalmente, ho avuto più amici che si sono allontanati in seguito alla separazione dal mio ex marito piuttosto che come conseguenza del coming out.

La famiglia, per me, è sicuramente un tasto dolente. Avendo intrapreso una relazione con una donna a più di trent'anni, con alle spalle diverse relazioni con uomini, i miei genitori hanno faticato molto a prendere atto del fatto che non corrispondevo più all'immagine che si erano creati della loro figlia. Per certi versi è un processo ancora in corso. Ci sono momenti di tensione, ma il fatto di essere adulta, indipendente e di vivere lontana da loro rende tutto un po' più gestibile, anche se sicuramente vorrei che le cose fossero diverse. Per fortuna con i miei fratelli non ci sono problemi: io e Silvia abbiamo un ottimo rapporto con mia sorella e la sua famiglia, ed è una cosa molto preziosa per me.

Guardando alle nuove generazioni, vi sembra che qualcosa stia cambiando?

Silvia: Per fortuna sì, sta cambiando tutto velocemente.

Ci sono stati anni in cui anche solo pronunciare la parola gay era considerato disdicevole e quindi non lo si faceva; c'erano persone che non sapevano neanche cosa significasse. Ora tutti conoscono la sigla LGBT, i pride sono pieni di partecipanti di ogni orientamento e identità e anche nelle scuole si parla un po' più apertamente di sessualità. Quello che sta finalmente sparendo è il tabù, il non poter dire, il dover nascondere il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere.
Questo non significa che ora sia semplice, ma che per i giovani ci siano più spiragli di libertà di quelli che c'erano una volta è innegabile.

I media, i film, le serie tv ormai parlano apertamente di tutte le tematiche LGBT+, quindi la società sta piano piano imparando a non far più finta che non esistano persone LGBT+ e a rispettarle in quanto esseri umani pari agli altri.

Francesca: Ho molta fiducia nelle nuove generazioni, soprattutto per quanto riguarda gli orientamenti non monosessuali, di cui fa parte anche la bisessualità. I giovani hanno un modo di vedere la sessualità completamente diverso: non separano tutto in compartimenti stagni, sono in grado di percepire il genere, l'orientamento e l'identità sessuale come un continuum con mille sfumature diverse. Credo che questo li renda molto più liberi di sperimentare e di comprendersi, e di conseguenza di accettare la propria unicità senza tutte le paure che io stessa avevo quando stavo capendo qual era la mia vera natura. 

Un consiglio per alleggerire chi sta cercando di fare coming out, ma ha paura o non sa se troverà le parole giuste...

Silvia: Mi viene da dare questo suggerimento: tieni conto che non ci sono parole giuste. Ci sei tu, la tua identità, il tuo mondo interiore e meriti rispetto per come sei, a prescindere dal tuo orientamento o dalla tua identità di genere.
Se una persona non riesce a comprendere una parte di te, probabilmente non ne capirà altre.
Non ti abbattere, succede a tutti ogni giorno. In questo caso sarà per una cosa, ma nella vita potrebbe essere per tante altre.

Questa persona non è la persona giusta con cui camminare, gira l'angolo e vedrai che ci sono altre migliaia di persone nel mondo. Per fortuna siamo tutti diversi, con sfumature differenti e come per i puzzle, nessuno è adatto a incastrarsi con tutti.

Non perdere mai la fiducia in quello che provi, perché lo sai solo tu quello che senti e la tua unicità è preziosissima, non te lo dimenticare mai, anche se riceverai milioni di porte sbattute in faccia.
Tu sei bell* e valid* esattamente per come sei.

Se non ce la fai ad affrontare la paura di un'eventuale risposta negativa chiedi aiuto: non sei solo, tutti noi abbiamo provato la stessa paura, lo stesso sconforto e la stessa sensazione di ansia.

Chiama un'associazione, parlane con uno psicologo, non affrontare tutto da solo, ci sono tante risorse intorno a te e non è detto che tu conosca già la persona che ti accoglierà per come sei, ma fidati che nel mondo esiste, va solo trovata, non demordere.

Francesca: Non pensare mai di essere l'unico/a al mondo a provare certe cose. Anche se ti sembra di non corrispondere esattamente a nessuna delle "etichette" che conosci, non stancarti mai di cercare: prima o poi troverai qualcuno che si sente proprio come te, con cui potrai riconoscerti e confrontarti. Fino ad allora, dai valore alle tue emozioni e ai tuoi bisogni senza giudicarli negativamente, e non permettere a nessuno di farlo. Anche se all'inizio può fare molta paura accorgersi di essere "diversi" dalla maggior parte delle altre persone, con il tempo andrà meglio e troverai sicuramente qualcun* che ti faccia sentire davvero "a casa".

E infine, un consiglio a chi si troverà ad ascoltare quelle parole: come accoglierle?

Silvia: Il mio consiglio parte dallo stesso presupposto, ovvero non ci sono parole giuste e parole sbagliate, l'importante è far sentire la persona accolta nella sua identità.

Siete voi che la conoscete, voi sapete cosa dire e come comportarvi. Esattamente come se vi confidasse qualsiasi altra cosa, siate naturali, spontanei e fate sentire che va tutto bene e non cambia nulla.

La spontaneità e la semplicità vincono su qualsiasi discorso che si possa fare. Ovviamente poi se vorrete approfondire fatelo senza paura e senza tabù; ma sta a voi capire quando e come, nessuno può suggerirlo.

Un consiglio che mi sento di dare ad entrambi per vincere un eventuale imbarazzo è di usare un po' di ironia (non troppa), in modo da alleggerire la sensazione di “momento importante” da entrambe le parti.

Non sono argomenti su cui si scherza, ma si può parlare seriamente anche con un po' di leggerezza in più perché in fondo se fate coming out non state dicendo che avete una malattia incurabile e dall'altra parte non state ricevendo la notizia di un lutto.

C'è “solo” un momento molto intimo e delicato, come ce ne sono tanti altri nella vita. Renderlo un po' più leggero fa bene a tutte le persone coinvolte.

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