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Intervista ai Thegiornalisti: “Chi suona non può mai mollare la musica”

In radio la loro ultima hit è Maradona e Pelé, ma i Thegiornalisti guardano già al nuovo appuntamento live: per i dieci anni di carriera la band romana arriva al Circo Massimo. Aria di crisi? Neanche per idea. Ecco la nostra intervista.

Thegiornalisti: l’intervista per i dieci anni di carriera Carolina Amoretti

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La geografia, tra Italia e California,  segna poco meno di 10mila chilometri ma questa è la sola distanza che corre fra i Thegiornalisti. Divisi tra USA, Puglia e Calabria, Tommaso Paradiso – oltreoceano – Marco Antonio Musella e Marco Primavera nel Belpaese sono più compatti che mai e pronti a portare la propria musica al Circo Massimo.

Qui, il prossimo 7 settembre, la band romana festeggia i suoi primi dieci anni di carriera vissuti con la marcia giusta ingranata al momento giusto e qualche accelerazione. Era, infatti, l’autunno 2009, quando il gruppo si solidificava nella formazione che conosciamo, dando il via a quello che dagli inizi è sempre stato il piano A di una vita.

E ce n’è stata di gavetta, da allora, tra gli alti e bassi fisiologici che l’arte conosce e in qualche modo impone come una staffetta di vita: chi sopravvive, emerge. Così è stato per i Thegiornalisti, che da gruppo indie sono passati attraverso l’etichetta di “band emergente”, “band rivelazione”, “band fenomeno” e una serie di altri tag che alla fine, si sa, lasciano il tempo che trovano.

Oggi, alla vigilia della festa al Circo Massimo, i tre musicisti tastano il polso a una storia – la propria – che ha sdoganato la realtà musicale degli indipendenti nella discografia italiana e fanno i conti con chi, in mezzo a un pubblico adorante, continua a navigare contro. Ne abbiamo parlato con Marco Antonio “Rissa” Musella, il chitarrista del trio.

Partiamo dai rumors che sono circolati nelle ultime settimane in merito al clima teso all’interno della band e all’ipotesi scioglimento.
La band è in ottime condizioni. Abbiamo discusso anche fra di noi di queste voci, ma proprio solo incidentalmente, è stato un attimo e poi avevamo altro di cui parlare. Però ci siamo un po’ fatti un’idea su chi potrebbe aver messo in giro una diceria del genere. La nostra band ha tantissimi fan, fortunatamente, e quando è così succede che hai anche qualcuno che ti è contro. Noi semplicemente abbiamo fatto dei riassestamenti senza alcun tipo di litigio ma può darsi che questa voce è partita proprio da questa operazione e qualcuno ne ha approfittato per ricamarci sopra. Noi, più che altro, ne abbiamo riso sopra.

Nel corso degli anni i Thegiornalisti si sono visti affibbiare più di un’etichetta, ma come vorreste essere definiti oggi?
I Thegiornalisti in questo momento sono una realtà affermata. E lo dico con tutta la modestia del caso, semplicemente vedendo i numeri: abbiamo suonato in palazzetti tutti sold out e venduto davvero migliaia di biglietti quest’anno.

Maradona y Pelé, il singolo estivo dei Thegiornalisti

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Festeggiate i dieci anni di carriera, ma la svolta vera e propria è arrivata solo tra il 2015 e il 2016. Come è stato affrontare quel salto dopo una lunga gavetta?
Negli ultimi tre, quattro anni sono successe talmente tante cose che quasi mi è difficile scandire esattamente il tempo. Diciamo che il boom vero e proprio c’è stato con Riccione ma già quello che avevamo fatto subito prima stava avendo una buona risposta. È come se avessimo avuto una crescita molto ripida, dopo gli anni di gavetta, e con quel brano c’è stata un’ulteriore impennata in verticale. Personalmente sono stato bravo a rimanere coi piedi per terra; io sono forse quello che ha mantenuto di più il suo vecchio stile di vita. Mi ha dato fastidio, anzi, non poter più andare in certi locali che frequentavo ma oggi mi sposto ancora in metropolitana, per dire.

Avete mai considerato un piano alternativo al fare musica come lavoro?
Un piano B? Chi suona non può mai mollare la musica. Poi, personalmente, la musica è stato sempre il piano A ma nel frattempo mi sono laureato e ho lavorato in uno studio di commercialisti. Quindi il mio piano B, se vuoi, me lo sono comunque creato ma sono sempre stato disposto a mollare tutto per la musica, anche senza la minima speranza di guadagnarci da vivere. Per questo, appena c’è stata l’occasione – all’inizio del tour di Fuoricampo (era la fine del 2014, ndr) – mi sono licenziato dicendomi “o la va o la spacca”.

Ed è andata bene, direi. Maggiore popolarità fa rima con maggiore responsabilità?
Non so se è questione di responsabilità, ma di dare peso alle cose; è come trovare dei soldi per terra o doverseli guadagnare. Se ci metti il sudore della fronte, non li spendi in un giorno solo ma te li spendi meglio. Più che di responsabilità, quindi, parlerei di consapevolezza ed è per questo che mi fa strano vedere alcuni musicisti che fanno i palazzetti avendo pubblicato un solo album di 40 minuti.

Il vostro percorso, in effetti, è partito dai club piccoli.
Sì, noi a questo grande pubblico siamo arrivati passando per i locali con cinquanta persone e suonare davanti a migliaia di fan, oggi, non ci fa troppa paura. Ci siamo arrivati lentamente, sudandocelo, quindi c’è solo la voglia di salire su quel palco e fare il bagno di folla. Ma mi immagino chi, ancora agli inizi, si ritrova davanti tutta quella gente e posso capire che ci sia anche un po’ più di paura.

Ma stare nel cono d’ombra di un frontman come Tommaso Paradiso non vi ha mai pesato?
Il fatto che Tommaso abbia avuto maggiore visibilità per me non è mai stato un problema, anche perché è un fatto fisiologico, in Italia come all’estero. La popolarità del frontman è sempre stata maggiore perché la gente per lo più si immedesima con il cantante. La maggior parte della gente canta, poi se c’è qualcuno che suona la chitarra può succedere che il suo idolo sia il chitarrista, in questo caso io (ci dice sorridendo, ndr).

Voglio dire: tutti conoscono Chris Martin dei Coldplay, ma chi sa il nome del chitarrista? Molti di meno sicuramente, non lo so nemmeno io nonostante adoro i Coldplay.

Come nasce una canzone dei Thegiornalisti?
Ogni volta c’è un modo diverso: a volte una canzone nasce tutta insieme da una persona, altre ci mette più tempo perché hai una strofa bellissima ma il ritornello non funziona. Quindi quel pezzo resta nel cassetto finché a un certo punto non ti arriva l’illuminazione e lo ritiri fuori. È tutta una questione di influenze anche all’interno della band ed è quasi e difficile risalire esattamente a chi ha scritto che cosa. Ci influenziamo parecchio a vicenda, ma in linea di massima sulla musica ci confrontiamo di più, mentre il testo è appannaggio di Tommaso. È giusto sia cosi, credo che chi canta debba anche decidere le parole che vuole dire. Ovviamente alla base ci deve essere un grande rapporto di amicizia, sintonia e fiducia.

Il 7 settembre è in calendario il vostro concerto evento al Circo Massimo: secondo i numeri circolati sul web sarebbero stati venduti circa 25mila ingressi.
È un dato di qualche tempo fa, quindi è impossibile che nel frattempo non abbiamo venduto biglietti. Credo di poter affermare che non è un dato reale. Che, poi, dico: sono comunque tantissimi, quelle persone non ci stanno neanche in due palazzetti. Penso anche che quest’anno abbiamo fatto sei volte il PalaLottomatica, quindi oltre 50mila biglietti... Resto coi piedi per terra, eh, ma sono certo che quel giorno saremo molto di più e, solo dopo, tireremo le somme.

Come vi state preparando al live?
Io sono una persona che cerca di mantenere la calma e devo dire che ho imparato a farlo bene però, per riuscirci, bisogna avere delle strategie. Nella musica una delle mie strategie è non pensare a quello che sta per succedere. Ci penserò mentre avviene… in pratica sto vivendo senza pensare al Circo Massimo. Perché sarà bello poi stare lì e vedere quello che succede.

Cerco di stare tranquillo, senza pensare a cose che possano stressare. Ovviamente non vedo l’ora che arrivi il giorno del concerto, perché sarà una festa.

Questo non significa non prepararsi a livello professionale ma penso che suonare sia la cosa che ci riesce meglio, la gente è lì per noi, quindi fondamentalmente non c’è alcun motivo per cui qualcosa dovrebbe andare storto.

E il ragionamento non fa una piega. Al momento, quindi, il mantra da ripetere per il resto dell’estate è solo uno: Maradona è megl’e Pelé.

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