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Intervista a Adele Tulli, regista del documentario Normal contro gli stereotipi di genere

Applaudito al Festival di Berlino, è al cinema a maggio il documentario Normal firmato da Adele Tulli, un viaggio attraverso la sessualità, le convenzioni, le norme e gli stereotipi di genere nell’Italia di oggi.

Una foto tratta dal documentario Normal sulla questione di genere firmato da Adele Tulli Ufficio Stampa

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Normal, il documentario firmato da Adele Tulli, classe 1982, dopo la prima mondiale al Festival di Berlino è al cinema da maggio in un momento di dibattiti pubblici e politici sulle famiglie arcobaleno, e l'approvazione (tre anni fa) della legge Cirinnà sulle unioni civili. La giovane regista, figlia di Serena Dandini, racconta con uno sguardo  privo di giudizio, come l’appartenenza di genere definisce il nostro essere, affrontando temi come la sessualità, la famiglia e l’istituto matrimoniale. 

La sua macchina da presa cattura rituali collettivi che accompagnano l’universo maschile e femminile, dall’infanzia all’età adulta. Corpi in movimento nelle situazioni più comuni: in un parco giochi, in chiesa, in discoteca, in palestra come in spiaggia. Scene curiose, a volte anche grottesche, che descrivono un racconto globale chiamato “normalità”. La terza opera di Adele, dopo il documentario 365 Without 377 prodotto da Ivan Cotroneo e Rebel Menopause, conduce lo spettatore a una riflessione, come ci racconta senza filtri l’autrice stessa che si divide tra Roma e Londra dove studia.

Nell’approccio al materiale mi sono ispirata a Comizi d’amore di Pierpaolo Pasolini, in una versione 2.0 di ricerca, mettendosi in discussione.

Quale è la tua di “normalità” e i processi che ci identificano con la definizione di “normalità”?
Da dizionario è ciò che è senso comune, accettato dalla società come regolare e pratica sociale condivisa. Ho scelto questa parola come titolo del film come un implicito interrogativo: Che cosa è questa normalità? Come interviene e definisce le nostre vite?  

Come è nato il progetto e hai deciso di affrontare questi temi?
Mi sono ispirata a Comizi d’amore di Pier Paolo Pasolini. Il documentario è nato all’interno di un percorso di dottorato. Il primo step è stato di ricerca. Ho fatto lunghi viaggi, dal nord al sud d’Italia, usando il car sharing. Dentro un abitacolo ristretto mi sono confrontata con persone completamente sconosciute, chiedendo di intervistarle. Ci sono state lunghe chiacchiere su come abitudini, norme, ruoli e modelli dominanti influenzano le nostre vite: da quando siamo bambini a quando ci confrontiamo con la sessualità. Questa è stata la base per l’idea di Normal.

Una scena tratta dal documentario Normal di Adele TulliHDUfficio stampa

E dopo la prima parte di ricerca?
Ho deciso di non usare tutte queste interviste. Non ho incluso storie personali ma ho provato a costruire un film per immagini, tentando di raccontare l’esperienza del nostro quotidiano a livello collettivo. Ho preferito eliminare la parola realizzare un ritratto della società senza personalismi e individualismi.

Qual è l’obiettivo di Normal?
Il mio film è molto aperto, non è didascalico, didattico o pedagogico. Lascia molto spazio all’interpretazione personale e alla riflessione. La normalità è spesso “normalizzata”, al punto di diventare invisibile ai nostri occhi. Ci siamo abituati troppo. 

Le persone hanno così la possibilità di interrogarsi, cosa ti dicono dopo la proiezione?
Sì, c’è molta voglia di interrogarsi e riflettere di questi tempi in questo momento. Le persone sono piacevolmente messe in discussione e s’interrogano su questi temi. Lo scopro ogni volta dopo la proiezione in sala con dibattito.

Nel film si vedono i giochi esclusivi per maschietti e per femminucce, si ascoltano discorsi sui maschi alfa e come conquistare le donne. E poi il matrimonio, le immagini di coppie felici, tanti rituali e dinamiche legate alla distinzione di genere e a quello che è definito "normalità".
La società è ancora fortemente divisa in categorie: uomini e donne con ruoli specifici e modelli predefiniti per i due sessi. Processi di assimilazione alla norma che ci inducono a comportarci in una determinata maniera, costringendoci a recitare una parte.

Emerge però una femminilità ancora troppo sottomessa?
C’è ancora molto lavoro da fare per arrivare ad un equilibrio, nonostante i cambiamenti. La violenza contro le donne, il numero sempre più alto di femminicidi. Gli stipendi più bassi delle donne, rispetto agli uomini negli stessi luoghi di potere. Potrei continuare all’infinito parlando di disparità.

La regista Adele TulliHDUfficio Stampa

Sta cambiando veramente il concetto di famiglia?
Anche se la legge Cirinnà è stata approvata molto in ritardo rispetto agli altri Paese Europei, non siamo ancora del tutto soddisfatti. Manca l’approvazione della stepchild adoption. La famiglia è amore, accoglienza, cura; è affrontare la vita insieme e può essere intesa anche come un gruppo di persone non legate necessariamente da un legame di sangue. 

Quale sarà il tuo prossimo lavoro?
Con la mia università sto lavorando a Londra a un documentario sulla prima documentarista inglese; è un lavoro con un team e intanto rifletto su nuove idee che per ora sono dei semini. 

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