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Mamme e lavoro: come rientrare nel mondo dell'occupazione se si è donne con figli

In Italia il tasso di occupazione femminile è salito al 52% ma il dato è ancora distante dalla media europea: ecco la situazione delle donne e in particolare delle madri nel mondo del lavoro e come rientrare.

Una donna sul posto di lavoro. iStock.

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Fermarsi a pensare, analizzare i dati e cercare di trovare una soluzione. È spesso al centro dell’attenzione il dibattito sull’occupazione femminile, con le parole, però, che nella maggior parte dei casi sono destinate a rimanere tali. Sempre più donne si laureano ma sempre più donne fanno fatica a trovare un contratto di impiego dignitoso come quello degli uomini. 

Quando si parla di madri, poi, il discorso acquisisce sfumature ancor più preoccupanti. Una volta nato il primo figlio, in troppe vengono messe alla porta senza più possibilità di tornare. Bussare non serve, le promesse di rientro si scontrano con un limite insuperabile.  

Prendendo in considerazione diverse statistiche ufficiali, abbiamo analizzato la situazione lavorativa (e non) in Italia e in Europa, soffermandoci sulle criticità e le possibili soluzioni lavorative post-maternità

Mamme a lavoro

Una mamma che lavora mentre il figlio piccolo la guarda.HDiStock.

"Hai figli o hai intenzione di averne?". Non esiste colloquio di lavoro in cui la protagonista sia una donna che non si concluda così. Perché se è vero che il tasso di occupazione femminile in Italia e in Europa stia crescendo, la differenza di genere è ancora una questione irrisolta. Specialmente quando dall’altra parte della scrivania c’è una mamma o una futura tale.

Le statistiche preoccupano e fanno riflettere: dal 2014 non solo non è aumentato il numero di madri con un figlio under 6 anni con un contratto di lavoro in mano, ma è addirittura peggiorato del 2,2%. Della serie: se il bimbo non ha raggiunto l’età della scolarizzazione, per la donna qualsiasi professione resta un miraggio.

Fa tirare un piccolo sospiro di sollievo il lieve progresso (+1,4%) delle donne con due bambini e ancora di più il 3.8% registrato quando i figli diventano 3 o più. Tirando le somme si può affermare come sempre più mamme vengano escluse dal mondo del lavoro, a differenza di quanto accade - ad esempio - in Francia dove il tasso di occupazione delle madri è più alto rispetto a quelle di chi è senza piccoli: il 78% contro il 74%.

Il tasso di disoccupazione femminile in Italia

Una tazza di the e annunci di lavoro.HDiStock.

Non è una rarità, ma nemmeno una costante vedere figure femminili con un impiego garantito. Vuoi per gli stereotipi culturali ancora in voga, vuoi perché le aziende preferisco la 'produttività' maschile. Secondo i dati, aggiornati ad aprile 2019, del rapporto Eurostat, nel nostro paese l’occupazione femminile ha raggiungo il 52%, con il dato che rimane incoraggiante ma ben distante dai canoni europei. In questa speciale classifica, infatti, l’Italia si piazza al penultimo posto, facendo meglio solo della Grecia.

Se si considerano le regioni del Sud, poi, i numeri non possono che preoccupare ulteriormente, con il tasso occupazione che si abbassa vistosamente rispetto alle città del Nord. In Sicilia e in Campania meno del 30% può vantare un posto contro il 76% che si annota in Lombardia. Quelle che lavorano, troppo spesso, non se la passa poi tanto bene: dal punto di vista retributivo, infatti, le donne vengono ancora penalizzate, percependo stipendi distanti da quelli maschili di oltre il 18%. Insomma, a parità di mansione, una donna guadagna meno: si può essere contente di ciò? Ai posteri la (non) ardua sentenza…

La situazione lavorativa delle mamme in Europa

Una donna che guarda il cellulare mentre il figlio le dorme accanto.HDiStock.

Pagate meno e meno occupate: in Italia e in Europa, il leitmotiv per le donne lavoratrici è praticamente questo. A fronte di un 78% di uomini con un contratto in mano, il tasso occupazionale femminile si assesta sul 66.5%. Un divario notevolmente ampio, che si assottiglia solo in determinati paesi. Tra cui, purtroppo, non vi è l’Italia. Fanno scuola Lituania, Svezia, Lettonia e Finlandia dove il gap tra i due generi è sotto il 5%. Ben diverse le situazioni in Turchia, la peggiore in questa classifica con un divario di quasi 43 punti, e Malta ferma a 26.

Maternità e lavoro: perché si fa fatica?

Una donna incinta.HDiStock.

Parole vane e promesse mai mantenute. Nonostante, in Italia, la politica più volte abbia assicurato alle donne riforme per facilitarle nella conciliazione di vita professionale e vita personale, le statistiche fanno da eco ad un fallimento generale. Il report annuale di Save the Children mostra come quasi la metà dei 10 milioni di donne con figli minori non lavora, con il 40,9% delle mamme con almeno un bambino che si vede costretta a rinunciare ad un impiego a tempo pieno per uno part-time.

E questa è la migliore delle ipotesi: perché nel 2017, tante hanno addirittura salutato l’impiego. Delle 40mila dimissioni presentate, ben 8 su 10 hanno riguardato le lavoratrici madri. Scelta personale? Macché, un obbligo frutto di condizioni indecenti. 

Mancano servizi a sostegno della genitorialità e a farne le spese, purtroppo, sono le donne. Ma anche il tasso di natalità: nel 2018 si sono registrati 449mila parti, 9mila in meno rispetto all’anno precedente. Senza l’appoggio dello Stato, le famiglie faticano a permettere alla donna una carriera rispettabile, ampliando così il divario tra i tassi occupazionali dei due generi.

Lo squilibrio, infine, grava in misura maggiore sulle mamme più in difficoltà: da quelle che provengono da un contesto socio-economico disagiato alle mamme sole, passando per le donne di origine straniera. Per loro, dopo la nascita del primo figlio, rientrare nel modo lavorativo è spesso un sogno destinato a rimanere incompiuto.

Per invertire la tendenza, Save the Children ha proposto tre diverse possibilità di intervento.

  • La prima è quella di fornire sostegno emotivo e materiale alle mamme, con particolare attenzione ai primi mille giorni di vita del bambino.
  • La seconda riequilibrare i carici di lavoro all’interno del nucleo familiare garantendo un congedo di paternità di almeno 10 giorni.
  • Terza ed ultima, l’assegnazione pediatrica di base per assicurare continuità nella cura e il conseguente accesso ai servizi educativi dell’infanzia.

Consigli su come rientrare al lavoro dopo la maternità

Una donna che lavora mentre guarda il figlio piccolo.HDiStock.

È il momento giusto? Sono in grado di farlo? Quando arriva il tempo di distaccarsi dal proprio bambino per ritornare al lavoro, diversi interrogativi si fanno spazio nella testa delle donne. Ecco allora alcuni consigli di ordine pratico per 'sopravvivere' al fatidico rientro:

  • Instaura un rapporto di fiducia con tuo figlio: rendilo consapevole e partecipe della tua vita lavorativa e dei tuoi impegni spiegando che tornerai non appena avrai finito di lavorare. In questo modo, il bambino capirà che il distacco durerà solamente per qualche ora, e soprattutto, nel caso dei più piccoli si eviterà che interpretino l'assenza della loro mamma come un abbandono e che sperimentino smarrimento. In questo modo, il bambino capirà che il distacco durerà solamente per qualche ora, poiché tornerai da lui non appena l’orario di lavoro sarà terminato.
  • Affida il bimbo a persone fidate: per vivere in modo sereno il ritorno a lavoro, è importante essere sicuri della soluzione scelta per l’accudimento del piccolo. Nido o nonni o tata non fa differenza: quel che conta è non avere dubbi.
  • Ricomincia a lavorare in modo graduale: così facendo la separazione risulterà meno 'dolorosa', con il bambino che, giorno dopo giorno, si abituerà alla nuova situazione. Non dimenticare di renderti reperibile 
  • Accetta di delegare qualcosa: a lavoro, quando puoi, lascia il lavoro aggiuntivo ad un altro e, in casa, se ne hai la possibilità, fatti aiutare nelle faccende da qualcuno. In questo modo avrai le ore libere da dedicare interamente a tuo figlio.
  • Non sentirti in colpa: non sei una cattiva madre se senti il bisogno di conciliare la famiglia al lavoro. Spesso è la mente a trarci in inganno, facendoci credere che le due cose non possano procedere di pari passo. Entrambe andranno bene, questa è una certezza! A sostegno di quanto detto ricordiamo le importanti parole di Donald W. Winnicott, pediatra e psicoanalista britannico: la madre non deve essere perfetta (come pensiamo o auspichiamo ad essere) ma sufficientemente buona per favorire un ottimale sviluppo cognitivo e psicologico del suo bambino.

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