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Il campo profughi di Samos in Grecia attraverso le foto dei bambini rifugiati

La vita dei minori nel campo profughi di Samos è una quotidiana lotta per la sopravvivenza: lo hanno raccontato i bambini con una macchinetta fotografica usa e getta.

locandina mostra Still I Rise

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Tra le colline e il profumo di pini dell'isola di Samos, in Grecia, la vita dei migranti e rifugiati diventa quotidiana lotta per la sopravvivenza. L'hotspot è un limbo in cui tutto si ferma. In cui il futuro incerto si mescola a un presente annichilente. Il campo profughi dell'isola è ormai al collasso. Potrebbe ospitare al massimo 700 persone, ma ne vengono accalcate oltre 4 mila.

Anche per questo, al di fuori del campo, quel pezzo di terra chiamata da tutti "the jungle", la giungla, è tappezzata da tende e diroccate costruzioni prive di elettricità e acqua. All'interno del campo, ci si sente in trappola. Un'esistenza sospesa, tra servizi insufficienti e condizioni igienico sanitarie drammatiche. Che condizionano il presente dei bambini, più o meno il 30% degli abitanti del campo.  

Attraverso i nostri occhi: le foto dei bambini nel campo profughi di SamosHDStill I Rise
"Ecco come i rifugiati costruiscono le proprie case all'esterno del campo, in quel pezzo di terra che tutti chiamano the jungle”. Mahdi, 15 anni

Qui, Still I Rise, una onlus italogreca, ha avviato la prima scuola per minori profughi presenti sull'isola. Si chiama Mazì, che in greco significa "insieme". E, attraverso un progetto fotografico coordinato da Nicoletta Novara, giornalista e fotografa, gli studenti hanno prestato i propri occhi e la propria esperienza per raccontare la vita nel campo.

Con una Kodak usa e getta a colori hanno determinato il loro presente. Disegnando istantanee crude, affidando le proprie speranze, come nelle foto del mare che bagna Samos. "A Mazí abbiamo usato la fotografia per restituire loro la prima persona singolare. Non volevamo che qualcun altro parlasse per loro", spiega Novara.  

Questo lavoro di riacquisizione da parte dei bambini e ragazzi dell'hotspot di Samos ha avuto come frutto 200 fotografie in cui è raccontata la vita fuori dalla scuola. Le immagini, stampate in formato 10x15, compongono la mostra "Attraverso i nostri occhi", che sarà presentata da Still I Rise il 12 maggio in occasione del Salone Internazionale del Libro di Torino

Il campo profughi di Samos fotografato da un bambinoHDStill I Rise
“Odio questa fila. La fila per il dottore. L'ultima volta ho dovuto aspettare 14 ore”. Samaneh, 16 anni

Presenti, oltre a Nicolò Govoni - fondatore della scuola - e Nicoletta Novara, anche Bruno Mellano - Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale -, e Rita Turino - Garante per l'infanzia e l'adolescenza della Regione Piemonte. La mostra verrà trasferita al Palagiustizia di Torino, dove verrà presentata il 13 maggio insieme all'avv. Maurizio Veglio e a Monica Cristina Gallo - Garante delle Persone sottoposte a Misure Restrittive della Libertà Personale della città di Torino. Sarà possibile visitarla fino al primo giugno. 

La vita dei minori nel campo profughi di Samos

"Il campo profughi di Samos è privazione", ci racconta Nicoletta Novara. Lo scorso dicembre, ha coinvolto gli studenti di Mazì in un laboratorio di fotografia. Nel quale, oltre a studiare la teoria, hanno sperimentato la pratica. Riappropriandosi di un linguaggio trasparente per poter raccontare la propria vita in prima persona.

Una recinzione del campo profughi di SamosHDStill I Rise
“Il filo spinato è qualcosa di orribile, ma la sua geometria mi affascina” Mahdi, 15 anni

"Il campo è privazione materiale - ha proseguito Novara -, estrema difficoltà ad accedere a cibo, acqua, medicine, vestiti, istruzione e un luogo sicuro in cui vivere. Per questo, è anche privazione dei diritti fondamentali dell’uomo e del bambino. Dare loro la possibilità di denunciare un sistema vigliacco e annichilente credo sia, prima di tutto, giusto. Io stessa sono stata più volte all’esterno del campo ufficiale, “in the jungle”, per cercare di scattare quante più testimonianze possibili del disastro in corso, ma credo anche che non si possa mai veramente capire cosa si provi a vivere in quel luogo, giorno e notte, per mesi o anni". 

Istantanee che si fanno testimonianze necessarie: "Quanti di noi, guardando le foto dei bagni comuni del campo, non provano disgusto? Eppure, quanti di noi ci hanno veramente messo piede? Nessuno.

Noi non abbiamo sentito il fetore con le nostre narici, non abbiamo aspettato l’una di notte per poterci fare una doccia, non ci siamo sporcati le scarpe entrando in uno di quei bagni, non abbiamo sul corpo i lividi lasciati da una lotta per l’acqua calda. Noi non ci svegliamo nel cuore della notte, con la pelle che prude per i morsi degli insetti, non dormiamo in otto in una stanza di container che potrebbe ospitare al massimo due persone.

Noi non viviamo in un campo infestato dai ratti. Non veniamo guardati con diffidenza, sospetto e disprezzo ogni volta che camminiamo per strada per il fatto stesso di vivere in quel campo. Se esistono mani adatte a scattare vivide testimonianze della vita all’interno dell’hotspot di Samos, sono certa siano quelle dei nostri studenti", conclude Nicoletta Novara.

Già, diffidenza. Un atteggiamento che ha iniziato a farsi spazio nella popolazione locale, insieme all'insofferenza. Mentre la maggior parte dei rifugiati vorrebbe solamente lasciare il campo. Mettersi alle spalle le condizioni disumane in cui ha vissuto e riprendere il proprio viaggio. Tanti vengono dall'Afghanistan, dalla Siria, dall'Iraq ma anche dai Paesi africani, soprattutto Camerun e Repubblica democratica del Congo. 

Una donna in scooter in una foto dei bambini di SamosHDStill I Rise
“Le donne in Iran non possono guidare gli scooter e mi piace che qui possano farlo". Mazì

La quotidianità è una battaglia per la sopravvivenza: "Tutte le fotografie che immortalano la bellezza al di fuori del campo, fanno parte di questo esercizio per la sopravvivenza. Spesso mi fermo a pensare: quanto saranno vividi i ricordi del campo e di Mazí, quando i nostri studenti diventeranno adulti? 

Quanto profonde le cicatrici lasciate da questo pezzo di vita? Si ricorderanno di essere stati capaci, nonostante tutto, di vedere la bellezza del mare, delle montagne, di un tramonto?

Un progetto che per Nicoletta Novaro è stato come un viaggio: "La sera in cui abbiamo inaugurato la mostra a Mazí abbiamo chiesto a una delle nostre studentesse di raccontare la propria esperienza all’interno del progetto. Samaneh, 16 anni, ha detto:

Nessuno al campo, eccetto mio padre, capisce veramente quanto sia difficile per me vivere in queste condizioni. Nel mio Paese avevo una macchina fotografica che ho dovuto abbandonare quando siamo scappati. La fotografia mi mancava molto e aver avuto la possibilità di raccontare la mia storia tramite questo mezzo è stato importantissimo.

E le storie che vengono raccontate dai propri studenti sono doni preziosi da conservare con rispetto: "Nessuno degli insegnanti di Mazí chiede ai propri studenti di scoperchiare un passato doloroso tramite semplici domande come: Perché la tua famiglia ha deciso di andarsene? Quando ci vengono donate, sono storie che arrivano senza forzature. Storie come quella di K. e R., due fratelli afghani che hanno visto morire la propria madre e il padre malato chiedere loro di andarsene, di scappare verso l’Europa".

Attraverso i nostri occhi, le foto dei bambini nel campo profughi di SamosHDStill I Rise
“Ho messo queste lucine colorate per rendere più bello il mio container”. Zeynab, 17 anni

"K. e R. l’hanno fatto. Se ne sono andati dall’Afghanistan, insieme hanno affrontato un viaggio lungo e pericoloso. Insieme, hanno bussato alla nostra porta per chiedere un posto a scuola. R., il più piccolo dei due, ha mostrato fin da subito una sete di conoscenza che ogni genitore augurerebbe al proprio figlio", ci racconta Novara:

I servizi sociali del campo hanno deciso di dividere i due fratelli. Prendere il più piccolo e spedirlo ad Atene e lasciare il più grande a Samos. Senza spiegazioni. Senza dirgli se e quando si sarebbero rivisti. La disperazione, la rabbia e la tristezza che abbiamo visto sui loro volti, sono tuttora incancellabili.

"Il caso dei due fratelli è stato subito preso in mano dall’avvocato di Still I Rise che è riuscito ad amplificare la voce di K. fino a quando le autorità non hanno deciso di trasferire anche lui ad Atene". E oggi, K. e R. sono di nuovo insieme. Sospesi nel presente, sognando il futuro. 

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