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Mutilazioni genitali: da Roma all'Africa al fianco delle donne

In Kaijado, in Kenya, non vengono praticate mutilazioni genitali da dieci anni. E, grazie ad un cambiamento prima di tutto culturale, le ex "tagliatrici" sono oggi diventate ostetriche.

Masai in Kenya Getty Images

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Dal Kenya all'Italia, da Nairobi alla zona del Kaijado, dalle comunità masai a Roma. Dove, a pochi passi da piazza Vittorio Emanuele, opera il centro SaMiFo (salute migranti forzati), nato da una collaborazione tra l'Asl Roma 1 e il Centro Astalli. Zona di passaggio, zona di transito di esseri umani, su una via costellata da alberghi e palazzi eleganti. È qui che ci accolgono il dott. Giancarlo Santone, medico che dirige il SaMiFo, e la dott.ssa Giulia Marras, ostetrica che ha deciso di occuparsi di salute delle donne migranti. Entrambi reduci di un viaggio in Kenya nato da una cooperazione con Amref Health Africa. Con un solo scopo: studiare le mutilazioni genitali femminili e le strategie per superarle.

Una necessità che non può più avvertirsi come una lontana emergenza: le ultime stime elaborate dall'Università Bicocca di Milano - su un fenomeno che comunque sfugge a quantificazioni ufficiali - parlano di una presenza sul territorio italiano da 60 mila a 80 mila donne con mutilazioni genitali femminili. Al Consultorio delle donne rifugiate politiche e richiedenti asilo del SaMiFo, ne passano tante.

Per questo la dott.ssa Marras ha deciso di partecipare al viaggio organizzato da Amref - in un progetto sostenuto con i fondi Otto per Mille della Chiesa Valdese - che da diversi anni opera in Tanzania, Kenya ed Etiopia per contrastare le mutilazioni genitali femminili e proporre riti alternativi di passaggio dall'età dell'infanzia all'età adulta. Celebrazioni che ripongono le lame, sostituite da una penna e un quaderno. 

"Noi siamo andati in Africa per imparare", ci spiega il dott. Santone. "Non ne sappiamo più di loro. Anzi. Umilmente siamo andati a capire come funziona lì oggi, per provare ad aiutare nel miglior modo possibile le donne che già hanno subito una mutilazione. E di prevenirne sulle future generazioni". 

"Siamo andati per conoscere i progetti che stanno attuando in comunità in cui fino a dieci anni fa venivano praticate le mutilazioni, oggi ormai superate - racconta invece la dott.ssa Marras - Abbiamo cercato di conoscere le strategie di approccio per capire cosa c'è davvero dietro questa pratica. La reputiamo dannosissima e sicuramente lo è, ma non è facile capire le ragioni culturali che ci sono dietro, né è facile giudicare. Volevamo conoscere meglio il fenomeno, per capire come approcciarlo qui a Roma".

Mutilazioni genitali: ragioni culturali

Le mutilazioni genitali sono pratiche tradizionali che vengono effettuate principalmente in 28 paesi dell'Africa sub-sahariana. Si tratta della rimozione parziale o totale dei genitali esterni femminili, o di altre lesioni, eseguite per ragioni non mediche. Secondo le statistiche elaborate dall'Unicef nel 2016, almeno 200 milioni di donne e bambine hanno subito mutilazioni genitali. Di queste, 44 milioni non hanno ancora compiuto 14 anni.

Ragioni di controllo sulla sessualità femminile, ma anche socio-culturali: in molti casi, le mutilazioni genitali vengono praticate come rito d'iniziazione all'età adulta, come integrazione delle ragazze nella società. 

Durante le visite, si raccolgono anche pezzi di vita. La dott.ssa Marras ci parla della figlia di una tagliatrice scampata alle mutilazioni. Raccontava cosa diceva sua madre alle altre donne della comunità d'origine: "Mia figlia non è tagliata, ma non per questo è una puttana".

Tra le testimonianze dolorose di sofferenze fisiche e psicologiche, che si riaffacciano nel tempo presente, traspare il fine ultimo delle mutilazioni: l'accettazione. La necessità di guadagnare il rispetto della comunità, di farne parte. Garantire alle figlie un buon matrimonio prima del quale la mutilazione sembra un passaggio obbligato: "Se non sei cucita, tuo marito ti rimanda a casa". 

Mutilazioni genitali: le spose bambine

Ma le mutilazioni genitali non vengono declinate solo come un ponte dall'età dell'infanzia a quella adulta. Vengono definite tardive se praticate in bambine dai 10 ai 14 anni, e questo avviene generalmente  solo in Sierra Leone, Kenya, Egitto, Tanzania e Repubblica Centrafricana. Quando la mutilazione è classificata come molto precoce, viene effettuata su bambine che ancora non hanno raggiunto cinque anni di età. Accade in Yemen, Mali, Ghana, Nigeria, Mauritania, Niger e Senegal.

"Per questo - sottolinea Giancarlo Santone - è necessario coinvolgere i pediatri, fin dall'inizio del percorso di prevenzione". Amref Health Africa, collaborando con i governi e i Ministeri dei paesi coinvolti, ha sviluppato percorsi di eliminazione delle mutilazioni genitali, sostituiti da altri riti celebrativi senza taglio, che possano permettere alle ragazze di continuare a studiare, credere nel proprio futuro. Senza che venga ridotto al destino di "sposa bambina".  

Mutilazioni genitali femminiliHDAmref Heath Africa

"Fra i masai - spiega il dott. Santone - come in altre comunità, è tipico che siano le donne ad andare a cercare l'acqua per portarla poi nel villaggio. Facendo anche decine di chilometri, in cui potevano essere soggetto di abusi sessuali, rapimenti, matrimoni forzati. E i matrimoni sono possibili se la donna è mutilata. Se non lo è, provvede il futuro marito. La creazione di infrastrutture, di pozzi, di scuole, di centri di salute dove anche le donne con gravi mutilazioni possano partorire in situazione di protezione, è fondamentale per fare prevenzione".

Danni permanenti, per la salute della donna e per la sua vita sessuale. Da quelli più immediati a quelli ravvisabili negli anni, come la presenza di cisti o il rischio di morte durante il parto, per la madre e per il nascituro: "Partorire con una mutilazione grave è pressocché impossibile, prima bisogna scucire oppure procedere con il cesareo. Farlo a casa con strumenti non igienici porta il rischio di infezioni ed emorragie".

L'aspetto economico è importante: "Amref è riuscito a far capire agli anziani, ai saggi, agli uomini, che le mutilazioni genitali femminili non siano solo una mutilazione fisica, ma anche di crescita, di possibilità. La mutilazione interrompe il percorso di sviluppo più globale, riduce la possibilità di partecipare alla vita attiva, economica e di crescita sociale. Puoi fare la mamma, la moglie, ma lì finisce il tuo ruolo.

E invece, dove ci sono le possibilità, le ambizioni sono altre. Abbiamo parlato con diverse ragazze, nel nostro viaggio. Alcune volevano fare le professoresse, le dottoresse, le tassiste, l'infermiere... Questo dà dignità alla persona, ma anche prospettive di futuro diverse. 

E in questo cambiamento culturale, ci sono nuove possibilità per tutte:

Una cosa interessante che abbiamo scoperto in questo processo culturale in Africa, è che le tagliatrici di prima oggi sono ostetriche. Erano tagliatrici, quasi obbligate dal contesto culturale. È un lavoro. Non fare più la tagliatrice, ma l'ostetrica, significa cambiare mestiere.

Mutilazioni genitali in Italia

Al SaMiFo, la ginecologa e l'ostetrica - insieme al medico certificatore, appartenente al servizio di medicina legale della UOSD Centro SAMIFO - possono accertare e certificare le mutilazioni genitali delle pazienti. Un documento importante da sottoporre alla commissione territoriale che si occuperà di riconoscere la protezione internazionale: "La maggior parte delle nostre pazienti viene dal Corno d'Africa o da altri paesi africani, molte di loro hanno subito queste pratiche", ha confermato la dott.ssa Marras.

Sapere come relazionarsi con le pazienti non è una questione secondaria. Evita il rischio di trovarsi impreparati durante un'esplorazione vaginale e di mettere a disagio la paziente durante la visita: "Abbiamo studiato un'anamnesi che comprenda anche una domanda sulle mutilazioni. L'ambito della visita è particolare, abbiamo dovuto studiare come porci. Cerchiamo di non essere mai giudicanti. La donna non deve essere vista solo come una vittima di mutilazioni. È una persona venuta qui per cominciare una nuova vita, non vogliamo che venga inquadrata solo come vittima".

Mutilazioni GenitaliHDAmref Health Africa

Bisogna conoscere il problema per sapere come prestare sostegno: "La forma ritenuta meno grave di mutilazione genitale, cioè quando l'escissione clitoridea non è completa, può non essere riconosciuta. Magari nei servizi pubblici, una mutilazione del genere può passare inosservata", spiega il dott. Santone.

Ma la storia dietro quella mutilazione non differisce dalle altre, sottolinea la dott.ssa Marras: "Dietro c'è tutto. Il rito, la modalità cruenta. Avere un occhio esperto che ci aiuti a individuarla, ci permette di lavorare non tanto sul danno fisico, che comunque c'è, ma su quello psicologico per supportare la donna. Inoltre, anche se di primo grado, quella mutilazione incide comunque sul clitoride e sul prepuzio. È piacere sessuale che non verrà restituito, ma sul quale si può lavorare. Si è scoperto che ci si può riavvicinare al piacere. Ma bisogna conoscere la presenza di un danno, per farlo". 

L'assistenza psicologica è necessaria: "Soprattutto per contestualizzare l'accaduto. Le donne sono sempre state vittime di questa pratica, lo sono da secoli. L'hanno interiorizzata e quasi normalizzata. Poi arrivano qui, dove quello che è successo viene certificato come una violenza subita nel paese d'origine, magari in un ambiente familiare, o dal marito. Vede che la certificazione di questa violenza può aiutarla a ottenere il diritto d'asilo in questo paese. Sentirsi confusa e disorientata è il minimo".

La nostra idea è quella di realizzare un'équipe definita di assistenza alle vittime di mutilazioni genitali femminili, composta da una ginecologa e un'ostetrica per un primo approccio fisico. Ma anche da un'infermiera, una psicologa e una psichiatra. Una linea tutta al femminile affinché possa esserci una condivisione tra donne.

E non solo: "Quello che speriamo di aggiungere in futuro è uno step successivo, in cui, specialmente per le gravi mutilazioni più invalidanti, ci si possa collegare a strutture per fare una deinfibulazione e accompagnare la donna a un parto spontaneo. Qui a Roma non siamo ancora così preparati all'assistenza di donne con mutilazioni, per cui il rischio in una gravidanza non è quello di morire, ma magari di fare un taglio cesareo. Vogliamo evitarlo, se possibile".   

Mutilazioni genitali: i rischi sulla sessualità

Il percorso è tracciato: "A Roma c'è un centro regionale per le mutilazioni genitali, ma non è facile eseguire la deinfibulazione - spiega Santone. "Noi stiamo mettendo su un percorso di deinfibulazione, ovviamente volontaria, finalizzata alla prevenzione dei rischi da parto ma, dove si vuole, anche alla prevenzione di conseguenze mediche, o per ripristinare un'attività sessuale più regolare. Sono ottimista, credo che già entro l'anno saremo in grado di mettere le basi di un percorso completo, che non punti solo all'operazione chirurgica ma che possa accompagnare la donna prima e dopo l'intervento".  

A questo, si collega la necessità di un lavoro di prevenzione sul territorio, secondo Santone: "In Italia c'è una delle leggi più dure d'Europa, atta a contrastare le mutilazioni. Si rischiano fino a dodici anni di detenzione. Per questo, molto spesso queste pratiche vengono effettuate durante viaggi nei paesi d'origine. Dicono che sia per conoscere la famiglia, ma in realtà sono organizzati appositamente per praticare le mutilazioni". 

Questi progetti devono coinvolgere l'intera comunità, anche quella maschile: "L'uomo pretende che la propria sposa sia mutilata. Poi, però, c'è il rischio che lei provi meno piacere o che non riesca a provarlo affatto, a causa dei tessuti genitali più resistenti, tagliati o cicatrizzati più volte. Il rapporto rischia così di diventare meno appagante per la donna, ma anche per l'uomo. Può capitare che nel momento in cui il nucleo familiare si sposta in un paese in cui non è presente la pratica delle mutilazioni, l'uomo possa trovare più soddisfacente avere rapporti con un'altra donna. Allora, a maggior ragione, ci chiediamo che senso abbia perpetrare questa pratica", spiega la dott.ssa Marras. 

Mutilazioni genitali: riti alternativi

Il ginecologo somalo Omar Hussein Abdulcadir aveva ideato un rito alternativo per superare le mutilazioni genitali. Quello di sostituire l'escissione o l'infibulazione con la puntura del clitoride, pizzicato da uno spillo. Ma secondo Santone non è questa la via percorribile per eliminare questa pratica: "Personalmente sono contrario alla medicalizzazione della mutilazione. Eticamente e professionalmente, non penso sia fattibile. C'è il rischio di alimentare nelle società occidentali questa cultura, drammatica in quanto violenza di genere, tortura, violazione dei diritti di bambini e minori. Che possa prevenire mutilazioni più gravi? Forse sì, ma l'obiettivo è eliminare totalmente questa pratica, non solo prevenire complicazioni".

"La mutilazione resta una violenza fisica e di genere - spiega Marras-. Anche solo un puntino con uno spillo è una sottomissione psicologica a cui la donna deve piegarsi per essere accettata nella società. In Kenya abbiamo conosciuto l'altro rito alternativo, quello ideato da Amref. Viene comunque mantenuta la celebrazione del passaggio nell'età adulta, ma senza mutilazione.

Alla ragazza viene consegnata una penna e un quaderno. Un modo per dire che saranno protagoniste del proprio futuro, che entreranno nell'età della donna ma con la possibilità di continuare a studiare. Senza subire la mutilazione, che interrompe tutto questo. 

"Sicuramente è un percorso lungo e faticoso, loro ci hanno messo dieci anni per farlo. Ma è questa la strada giusta per sradicare il fenomeno", ha concluso. E poi, come sottolinea il dott. Santone, il passaggio diventa irreversibile:

Poi non si torna indietro. Se nessuna delle bambine nate negli ultimi dieci anni è stata mutilata, significa che ormai sia entrato dentro la cultura, che sia stato assorbito dalla comunità nel quotidiano. 

Mutilazioni genitali: percorsi di prevenzione

Al SaMiFo vengono attuati anche progetti di prevenzione contro le mutilazioni genitali femminili, coinvolgendo le diverse comunità: "Abbiamo parlato qui di mutilazioni con la comunità eritrea, etiope e somala dopo il nostro viaggio in Kenya. Abbiamo approcciato il discorso facendo un passo indietro. Abbiamo cercato di parlare anche generalmente della salute riproduttiva", spiega Marras.

"Non essendoci una grande alfabetizzazione su questi temi - ha continuato - c'è il rischio che non si conosca il proprio corpo e che si accettino certe pratiche non conoscendone i rischi. Ci si adatta magari ad avere un ciclo di quindici giorni, dolorosissimo. Ci si adatta all'idea che un bambino possa morire durante il parto o che possa accadere alla madre, quando invece potrebbe esserci una causa per tutto questo, e soprattutto una risoluzione. Se non conosciamo come siamo fatte, ci tuteliamo meno".

"Una volta parlato di salute riproduttiva, abbiamo spostato il discorso sulle mutilazioni. Le donne si sono rese conto di quale fosse il danno effettivo. Molte già lo sapevano, altre lo hanno ripetuto, altre ancora, invece, lo scoprivano per la prima volta. Anche questo è un modo per fare prevenzione".

Nice, ambasciatrice Amref contro le mutilazioni genitali, a RomaHDAmref Health Africa
Nice, ambasciatrice Amref contro le mutilazioni genitali, a Roma

Nelle comunità in Africa, Amref non si sofferma solo sulle conseguenze fisiche delle mutilazioni genitali, ma anche sulle implicazioni psichiche, riproduttive, ed economiche. Questo, secondo Giancarlo Santone, è tra i motivi di successo delle strategie scelte dall'organizzazione: "Ha un approccio non giudicante, non criminalizza chi fa queste pratiche. Entra in punta di piedi, dà informazioni corrette da un lato, crea o rafforza infrastrutture che riducono il rischio delle mutilazioni, come scuole e pozzi d'acqua, dall'altro".

A Roma, c'è ancora del lavoro da fare: "C'è bisogno di fare formazione ai servizi sanitari, in particolar modo a quelli dedicati alla tutela sanitaria delle donne. C'è da fare formazione specifica non solo per far capire come individuare una mutilazione, ma anche quale atteggiamento avere. Senza entrare nei dettagli, abbiamo saputo di una donna visitata in un reparto ginecologico. Appena appurata la presenza di mutilazioni, il medico ha chiamato tutta la flotta di specializzandi. Come se fosse un circo. Con tanto di telefonini a fare foto".

Dal Kenya a Roma. Sensibilizzazione, cultura e prevenzione. Imparare e informare, per sostituire i coltelli con le penne, e i quaderni. Alla fine, è solo questione di nuove prospettive. 

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