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8 marzo 2019, sciopero femminista a Roma: il diario di FoxLife

Ieri eravamo a Roma durante lo sciopero femminista: ecco il nostro racconto della giornata

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"Insieme siam partite, insieme torneremo. Non una di meno". Con queste parole si apre lo sciopero femminista a Roma, in piazza Vittorio. O meglio, con queste parole continua dopo una mattinata piena di iniziative, presidi e passeggiate femministe. Una vasta marea (50 mila persone secondo l'organizzazione) tinta di fucsia si è snodata per le centrali vie della Capitale.

Per il terzo anno consecutivo, le attiviste di Non Una Di Meno hanno lanciato in Italia lo sciopero femminista transnazionale. Le donne hanno incrociato le braccia al petto per manifestare contro sessismo, violenze di genere, molestie, precarietà, disparità salariale, omofobia e transfobia, contro le minacce alla legge 194. 

Seicento pezzi di tessuto lavorati a mano e arrivati da tutta Italia vengono uniti insieme, cuciti uno a uno per costruire una lunghissima coperta. Rossa, come il sangue delle vittime di femminicidio. Proprio le donne che non ci sono più vengono ricordate con costanza per tutta la marcia romana.

Tante le istanze della piazza, tra cartelloni e cori. Di ogni età i partecipanti, anziani e bambini, uomini e donne. Sugli striscioni si leggono riferimenti all'attualità, per esempio contro la sentenza della Corte d’Assise d’Appello di Bologna che pochi giorni fa concedeva le attenuanti a un uomo accusato di aver ucciso a mani nude la compagna, strangolandola: "Tempesta emotiva o vuoto d’aria istituzionale?".

8 marzo contro i diritti negati

"Dobbiamo dare un segnale potente. Se ci fermiamo noi, si ferma il mondo. Facciamo una serie di lavori che non vengono riconosciuti, come quelli di cura, oltre a quelli produttivi. Quando le donne si fermano, il mondo capisce il peso della loro mancanza. E noi oggi ci fermiamo, perché non ne possiamo più della violenza maschile sui nostri corpi. Sui corpi trans, dei gay e delle lesbiche", ci spiega una manifestante incontrata in piazza Vittorio.

È una violenza che agisce in diversi modi, non solo con il femminicidio, sempre più frequente. Si manifesta con violenze psicologiche, culturali, come la disparità salariale. Abbiamo motivi sufficienti per fermarci, e non solo per un giorno.

Il mondo del lavoro viene costruito infittendo gli ostacoli. E poi, quando si torna a casa, a volte si è soli a farsi carico della cura domestica, dei bambini o degli anziani. È il motivo per cui tante donne non hanno potuto prendere parte alla manifestazione.

"Alcune non sono potute essere qui. Gravissimo non avere del tempo libero. Lavoriamo fuori casa e dentro casa. Vogliamo parlare anche per voi, scioperiamo anche per voi. Per le donne precarie, per le donne in nero, per le migranti. Per chi ha paura di perdere il lavoro se si prende cura di sé. Per le donne che non sono qui perché se tentano un'azione di libertà, subiscono la violenza di un uomo. Per quelle che non sono qui perché sono morte", è il messaggio che un'attivista lancia dal carro di Non Una Di Meno.

8 marzo contro sessismo e machismo

Vicino al camioncino che apre il corteo incontriamo anche Invanda, la drag queen speaker della manifestazione: "Come appartenente alla comunità LGBTIQ è mio dovere partecipare all'8 marzo con le mie amiche donne. Tutti i problemi di noi omosessuali provengono da un machismo insito nella società, che si manifesta fin da piccoli, quando venivamo chiamati 'femminucce' perché effemminati.

Femmina viene usato come un insulto, così come il termine gay. Fin quando queste parole verranno viste come offensive, dovremo continuare a scendere in piazza tutti insieme. La lotta di una è la lotta di tutte.

"Le ultime vicende politiche, tra cui il decreto Pillon, ci suggeriscono che la direzione verso cui stiamo andando sia contraria a quella che dovremmo seguire. Alcuni diritti sono stati conquistati con tanta fatica, ma mi sembra che invece di andare avanti e continuare su quella buona strada, si vada indietro. Ma noi non ci arrendiamo, indietro non si torna", dichiara Serena, 23 anni. 

"La situazione generale mi spinge a scendere in piazza", spiega Marco, 24 anni: "Rispetto a qualche anno fa, la situazione è così grave che non ci si può tirare indietro". "Credo che negli ultimi mesi ci siano stati degli episodi, qui in Italia, che hanno davvero messo a repentaglio il diritto delle donne di vivere come cittadine libere", dice Valentina una studentessa di servizio sociale di 23 anni. Che poi conclude: "È importante ricordare quanto non sia l'eccezione, ciò che sta succedendo. Ma una continua lotta che va portata avanti".

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