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Donne che parlano di calcio (e continueranno a farlo)

Sembra assurdo, ma ci troviamo ancora a ripetere quanto non siano i cromosomi sessuali a fare la differenza sulla capacità di guardare, capire e parlare di calcio.

Donne, calcio sessismo Getty Image

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Riuscire a sprofondare, precipitando, nel maldestro tentativo di gettare acqua sul fuoco pur di disinnescare una bomba ormai esplosa, non è un'impresa facile. Eppure, le uscite infelici che hanno seguito quella già triste di Fulvio Collovati, pronunciata la scorsa domenica scorsa in diretta sulla TV di stato dovrebbero farci pensare.

Il tema è il solito. Le donne, esseri pretenziosi e colpevoli di minare l'autorità maschile nel loro principale campo di dominazione: quello verde, con due porte, delimitato da quattro linee bianche su cui far rotolare un pallone. Quello da calcio: regno maschile per eccellenza (dicono), da cui le donne dovrebbero essere escluse se non altro per non minacciare l'indiscussa potestà del maschio alfa, che deve sentirsi libero, davanti alla tv o allo stadio, di guardare una partita senza una voce femminile nei dintorni a stridergli nell'orecchio. Che, irritante come un gessetto sulla lavagna, ha la pretesa di spiegare a lui - che affronto! - l'interpretazione tattica della partita.

D'altronde, non era per questo che l'ex giocatore Jason Cundy si lamentava, dopo la prima telecronaca ai mondiali della giornalista della BBC, Vicki Sparks, per la sua voce "troppo acuta", ritenuta colpevole di mettere a dura prova l'orecchio dell'appassionato medio di calcio?

Se per l'ex giocatore del Chelsea la voce femminile è inadeguata per parlare e raccontare il football, per Collovati una donna che parla di tattica ha il problematico potere di suscitare all'ex campione del mondo un vero e proprio voltastomaco. Per Giancarlo Dotto, semplicemente, una donna che parla di tattica con cognizione di causa smette di essere donna, anzi, femmina: è un'entità che nessun uomo potrebbe trovare eccitante baciare o possedere.

Il che, tra l'altro, significa che una donna è tale finché un uomo la trova sessualmente appetibile. Ma guai a definire questa tesi "sessista". Anche se, avverte l'autore, la maggioranza di "imbecilli" - che sciocchine suscettibili che siamo -, la troveranno tale. 

Donne e calcio: il caso Collovati 

La sospensione per due settimane predisposta dalla Rai per Collovati da Quelli che il calcio serve a poco, non certo a mettere un punto alle polemiche. Così come le sue scuse: "Chi mi conosce sa quanto rispetti l'universo femminile". Inutili se pronunciate a una distanza irrisoria da quelle della moglie Caterina, che ribadisce il concetto e, anzi, non perde occasione per denunciare la vera deriva pericolosa della società.

La mancanza di rispetto verso figure professionali preparate, il loro lavoro, le loro competenze, per di più in diretta nazionale? No, figuriamoci: si tratta del "politicamente corretto". Mostro a più teste come l'Idra di Lerna che impedisce di legittimare stupide discriminazioni e anacronistici stereotipi, in nome di una schiettezza che dovrebbe difenderci tutti quanti da una predominante "ipocrisia".

Quella sì, pericolosa. Perché, a quanto pare, secondo la vulgata che si sta sviluppando nelle ultime ore, ritenere che i cromosomi sessuali non abbiano alcun peso nelle capacità cognitive di un essere umano è pretendere di sfuggire all'ordine naturale delle cose, che tutti sanno e riconoscono ma che solo pochi coraggiosi hanno l'ardire di ammettere.

"Su questo io e Fulvio siamo d’accordo, le donne devono stare un passo indietro, lo dico ad alta voce. Lasciamo che il calcio resti commentato dai maschi, basta con questo politicamente corretto che ci distrugge". Addirittura. Quindi, in pratica, tutte le giornaliste sportive, tutte le donne competenti che si rifiutano di restare "un passo indietro" sono, quanto meno, fuori luogo.

Donne e calcio, la replica di Dotto

Chissà cosa avranno pensato professioniste del calibro di Ilaria D'Amico, davanti a questa esortazione a restare "un passo indietro". Lei, padrona di casa dei principali salotti sportivi della televisione. Chissà cos'avranno pensato di fronte all'editoriale di Giancarlo Dotto, pregno di sessismo benevolo - così si chiama il paternalismo con cui vengono esaltate le meravigliose doti delle donne per esortarle a non "immischiarsi" negli affari degli uomini, come quando si dice che le signore siano troppo pure per sporcarsi con la politica.

Ilaria D'AmicoHDGetty Image

Ilaria D'Amico, secondo il giornalista, darebbe il meglio di sé non quando si sforza di stare "alla pari nella mischia del maschio" (chissà che fatica, per lei che da almeno dodici anni si occupa di calcio). Ma quando "si lascia (raramente) scappare l’insensato, la frase che non ha capo né coda, il lampo di vanità (spesso), quando scivola, cioè, nella differenza". Quando, insomma, ricorda al maschio alfa che è lui a essere il più autorevole, quando si parla di calcio.

Insomma, la giornalista sportiva è gradita per la sua "differenza" rispetto agli uomini: non per la sua competenza, per la gavetta, la crescita professionale ottenuta con merito. Ma quando ricorda ai vari Giancarlo Dotto che possa "restare un passo indietro", pur sempre allietando gli occhi maschili con la sua frivola leggerezza, ben differente dal rigore tattico, tutto virile, che resta roba da uomini. 

Donne e calcio, la lettera di Diletta Leotta

Diletta Leotta ha prontamente replicato con una lettera indirizzata al Corriere dello Sport: "Da 6 anni mi occupo di sport e di calcio in tv, e non di botanica, cosmetica o astrofisica, né considero questi ultimi sei anni di lavoro il mio hobby del week-end. Né farei mai un lavoro senza averne la più pallida nozione, come Dotto sostiene".

Faccio semplicemente il mio lavoro e lo faccio da anni con passione e puntualità e sì anche con un tocco di femminilità, che non guasta, e che per fortuna a volte mi fa prendere le distanze da certe situazioni paradossali che possono verificarsi a bordo campo o in uno studio, dove, ci sono personalità o giornalisti dai facili giudizi e dalle maniere da uomo non proprio moderno. 

"Per fortuna non sono ovunque come lei dice – il che vuol dire che ho anche molto tempo per me – né sono arrivata per caso a parlare di sport in tv. Le ricordo caro Dotto, che il mio fischio d’inizio è stato tanti anni fa con lo sport sulle tv locali, con SkySport24, per poi arrivare a Sky Serie B e Goal Deejay. Per non parlare dei suoi articoli che hanno contribuito ad accrescere la mia passione per lo sport e la conoscenza sui segreti del calcio. Anche grazie a questi ho preso una laurea in giurisprudenza con una tesi sui contratti sportivi". 

Diletta LeottaGetty Image

"E dal 2018 sono a DAZN. Non sono ovunque come dice lei, sono solo su DAZN. Comunque, caro Dotto(re) di calcio, che da oggi sarà ufficialmente il mio guru in materia sportiva, sono pronta con il telecomando nella mano sinistra e un Cosmopolitan nella mano destra – per trovare un cliché scontato almeno quanto il suo sulle donne del calcio - per gustarmi la sua prossima trasmissione sportiva, dove avrei solo da imparare dalle sue ultime teorie sulle tattiche di gioco. Mi verrà sicuramente da prendere un’altra laurea sempre da lei ispirata: magari con una tesi sulla discriminazione di genere nel mondo del lavoro. Tema sempre triste ma ahimè sempre in voga. Cordialmente sua, Diletta".

Arriva la replica di Dotto. E con questa, altro sessismo benevolo: "Celebriamo la differenza. Se lei è un magnete per tutti noi, se il telecomando va a cercarla, non è per quello che dice, il che la omologherebbe tristemente al mucchio anonimo dei tanti valorosi colleghi maschi, ma per quanto disdice, per quanto la relega nella differenza. La seduzione eterna del femminile. Un cliché? Può darsi. Ma è il cliché che ci tiene vivi e desideranti".

Donne e calcio, il mito della femme fatale

Insomma, il messaggio è chiaro: le giornaliste nel calcio non competono con i tanti "valorosi colleghi maschi". La competizione è un'altra: spicca la loro differenza, "la seduzione eterna del femminile". La capacità, dunque, di vendere un prodotto pensato per gli uomini. E pazienza se a un occhio più attento tutto questo appare come uno stereotipo sessista. Pazienza se, nel frattempo, il telecomando di tante tifose di calcio va a cercare le giornaliste non certo per quello che 'disdicono', ma per la precisa professionalità e competenza che le ha portate a parlare o a scrivere di calcio. 

Nell'editoriale di Dotto non manca neppure una menzione speciale a Wanda Nara, moglie e agente di Mauro Icardi, attaccante dell'Inter. Anche lei colpevole, dunque, di essere una donna immischiata nel calcio, feticcio maschile sacro e incorruttibile. Cosa fa di diverso da un qualsiasi agente di calcio dotata di spregiudicata ambizione?

Eppure, le dicerie sulle sue precedenti relazioni, le gallery con le sue foto sui siti d'informazione sportiva la precedono e plasmano la percezione della sua immagine. Quella della femme fatale più anziana e furba del povero ragazzo talentuoso, raggirato dalla predominante erotica e seduttiva della donna. Che diventa, dunque, pericolosa: "Nel suo caso, la femminilità alla massima potenza diventa minaccia. Wanda non si accontenta di sedurre il pallone. Lo pervade, lo erotizza in ogni sua fibra". Insomma, eccitanti, seduttive e "diverse". Ma fino a un certo punto: smettere di apparire rassicuranti è la colpa più difficile da espiare.

Insomma, alla fine è vero: chi dice che una donna, per emergere, debba rimboccarsi le maniche più di un uomo, non sbaglia. Deve formare le proprie competenze. Poi, dopo aver sgobbato ed essere passata attraverso anni di gavetta, è necessario convincere gli altri di non trovarsi lì per caso. Eppure, nessuna si fermerà. Nessun passo indietro: nonostante le discriminazioni di chi è convinto che "una donna non capisca come un uomo". 

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