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Giornata mondiale contro le mutilazioni genitali femminili

La MGF è una pratica violenta comune soprattutto in Africa, una violazione dei diritti delle donne e delle bambine.

Due ragazze africane Getty Images

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Il 6 febbraio si celebra la Giornata Internazionale per la tolleranza zero verso le mutilazioni genitali femminili (MGF), una pratica tradizionale che ogni anno mette a rischio il corpo e la dignità 3 milioni di ragazze. Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), circa 200 milioni di donne e bambine hanno subito le mutilazioni genitali femminili, ovvero la rimozione parziale o totale dei genitali esterni per ragioni non mediche. Si tratta di un fenomeno diffuso principalmente nel continente africano, in alcuni Stati dell'Africa Orientale (Kenya, Sudan, Etiopia, Somalia) l'incidenza del fenomeno è altissima, tocca quasi il 98% della popolazione femminile. La legge proibisce praticamente in tutto il mondo, inclusa l’Africa, la mutilazione genitale, ma in alcune comunità, come quella Masai, è ancora parte dei riti di passaggio dall’infanzia all’età adulta.

Il rito della MGF

Una lama usata per effettuare le MGFHDGetty Images

Per le famiglie Masai, dove di norma una donna su dieci ha subito la mutilazione, la cerimonia della pratica del “taglio” celebra la trasformazione della bambina in donna: le MGF vengono infatti praticate su bambine tra i 4 e 14 anni di età (in Eritrea e in Mali si sono registrati casi di operazioni su neonate). Questa usanza è eseguita dalle levatrici della comunità, donne dunque, il cui lavoro viene considerato di alto valore e per questo ben remunerato.

La pratica è profondamente radicata nella tradizione e nelle norme sociali, il rito dona un’identità etnica e di genere. I Masai credono infatti che le donne diventino tali solo dopo aver subito il taglio, fino ad allora sono considerate quasi inutili alla società, poichè non possono essere prese in moglie. Dopo il taglio la bambina lascia la scuola per sposarsi (solitamente a un uomo anziano); chi invece rifiuta di sottoporsi alla pratica viene isolata perché ritenuta codarda. Le ragioni alla base del rito della MGF cambiano a seconda della comunità, oltre all’iniziazione all’età adulta ci può essere una ragione sessuale (ridurre il piacere e la sessualità femminile) o sanitaria (si pensa che favorisca la fertilità).

Anche il tipo di intervento mutilatorio imposto varia a seconda del gruppo etnico di appartenenza. La maggior parte delle MGF praticate è di tipo escissorio con taglio e/o rimozione del clitoride e delle piccole e grandi labbra, in pochi casi si riferisce alla infibulazione, che ha come scopo il restringimento dell'orifizio vaginale. I tagli vengono eseguiti con oggetti taglienti (di solito lamette) spesso arrugginiti e infetti che possono causare una maggiore esposizione all’infezione da HIV/AIDS. Le suture non vengono fatte con ago e filo ma con spine di piante o applicazioni di foglie. Tutto ciò provoca delle gravi infezioni ed emorragie. Inutile sottolineare quanto siano dolorose queste pratiche, e quale grave trauma possono provocare alle giovani donne che le subiscono.

Gli strumenti legislativi internazionali contro le MGF

Bambine in un villaggio in AfricaHDunsplash

Secondo l’UNICEF le MGF sono una “pratica da condannare senza mezzi termini, sono discriminatorie e violano il diritto delle bambine alla salute, alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani, come prevedono tutti i principali strumenti del diritto internazionale”. Per opporsi a qualsiasi procedimento lesivo per la donna, le Nazioni Unite e molte organizzazioni internazionali hanno approvato Convenzioni e Risoluzioni.

Nel 2012 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato una Risoluzione per un bando universale delle mutilazioni genitali femminili, un passo importante che ha fatto registrate un calo della pratica, che purtroppo ancora persiste in alcuni luoghi. È infatti necessario che tutti i soggetti coinvolti, dai governi alla società civile, esaminino le radici culturali del rito, per capire quali misure adottare per effettuare un cambiamento socioculturale.

Con le migrazioni il fenomeno da locale è diventato globale, e anche in Paesi occidentali come l’Italia sono stati segnalati casi sporadici di MGF. Nel 2014, 47 Paesi europei hanno firmato la Convenzione di Istanbul, il primo strumento internazionale giuridicamente vincolante che crea un quadro giuridico completo, per proteggere le donne contro qualsiasi forma di violenza. Nel 2016 l’Unione Africana ha proibito le MGF nei suoi 50 Stati membri e l’ONU ha avviato il programma dell’Agenda 2030 con 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, tra cui quello di sradicare la pratica delle mutilazioni.

L’importanza dell’istruzione

Una studentessa in un villaggio in AfricaHDunsplash

Tante sono le organizzazioni che in Africa stanno aiutando le donne a combattere le MGF, tra queste Amref Health Africa, l'ONG che si propone di migliorare la salute in Africa attraverso il coinvolgimento attivo delle comunità locali. Per combattere il fenomeno, a partire dal 2009 Amref ha cominciato a lavorare in sinergia con le comunità Masai di Kenya e Tanzania, dando l’avvio a Riti di Passaggio Alternativi che utilizzano attività di sensibilizzazione e formazione per coinvolgere tutti gli attori chiave: anziani, madri, ragazze e giovani guerrieri Moran. Ricevendo un’istruzione sul tema, le comunità identificano i rischi per la salute associati alle mutilazioni genitali e decidono di sviluppare un rito di passaggio che consente alle bambine di entrare nell’età adulta senza subire il taglio.

Tra le operatrici impegnate nella lotta alle MGF c’è Nice Nailantei Leng’ete - scelta dal Time nel 2018 tra le 100 persone più influenti al mondo - giovane donna Masai che ha sfidato le norme sociali di una comunità dominata dagli uomini, sfuggendo a soli 9 anni al taglio.

All’inizio ho dovuto lottare per la mia condizione, poi ho visto che c'erano altre bambine in pericolo come me. Mi sono detta che avrei dovuto combattere anche per loro. Quello non mi ha più fermato.

L’istruzione ricevuta grazie ad Amref, le ha permesso di ricevere la formazione di cui aveva bisogno per attivarsi e imprimere un cambiamento all’interno della sua comunità. Con il suo lavoro Nice ha contribuito a salvare oltre 15.000 bambine dal taglio. La scuola rappresenta un luogo sicuro, dove poter imparare ad aprire la mente, conoscere i propri diritti, e impegnarsi affinchè alle nuove generazioni sia data la possibilità di vivere la propria esistenza di donna con dignità.

 

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