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Sex Education, la (buona) serie che taglia il nastro del 2019 in TV

La graziosa commedia di Laurie Nunn diverte e funziona ritagliandosi, dopo i primi episodi, un'identità a partire dal «solito» canovaccio.

Asa Butterfield e Gillian Anderson Netflix

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L’adolescenza resta uno dei territori più contesi nel Risiko dei servizi di streaming e delle emittenti nel 2019: tra Tredici, Èlite, da noi Skam Italia e Baby (giusto per fare qualche nome), è lecito dire che la percezione del potere d’acquisto delle nuove generazioni guidi parte del «programming» a monte. Da un lato la spinta ad avvicinare le nuove generazioni – e le vecchie - produce un certo tasso di (normale) ripetizione di schemi e personaggi in cerca d’autore; dall’altro costringe a spingere il discorso oltre i confini noti, in zone intonse.

Si prenda in esame, per esempio, un macrotema come il sesso, esplorato nelle sue molte sfumature anche da FoxLife con l'esperimento con Nina Palmieri dal titolo Sex Education Show: è vero, fa parte integrante dei teen drama da decenni (basti pensare al candore perverso di Skins, alle allusioni di Gossip Girl, e andando ritroso, alla promiscuità di Dawson’s Creek e Beverly Hills 90210), ma nuove serie tv quali Big Mouth ne esplorano gli aspetti pruriginosi in maniera ironica e inedita. A quest’ultimo si allinea Sex Education: il nuovo, ben scritto show inglese di Laurie Nunn firmato Netflix che ha debuttato sulla piattaforma venerdì 11 gennaio 2019.

Sex Education non solo molla gli ormeggi, per così dire, su certi argomenti ma trasmette un messaggio (a tratti) genuinamente didattico capace di fare onore al suo titolo. La serie prende le fila dall’equilibrio domestico di Otis e Jean Milburn: lui (Asa Butterfield) va al liceo, è insicuro, e il suo migliore amico è un ragazzo apertamente omosessuale chiamato Eric Effiong (Ncuti Gatwa); lei (la grande Gillian Anderson) è una psicoterapeuta specializzata in problemi sessuali. La conosciamo come una persona tutta d’un pezzo, dal lessico forbito e dal modo di fare suadente ma scopriamo presto ch’è tutt’altro che perfetta e, anzi, il rapporto tra lei e il figlio non è particolarmente salubre. I confini tra i due sono labili; la frustrazione creativa di lei trova uno sfogo nell'invasione della privacy di lui - cosa che non ci si aspetterebbe da una psicanalista scafata - ed è probabilmente questa la radice di quanto vediamo negli otto episodi dello show, la fortuna e la sfortuna del protagonista su cui rimangono sempre più o meno puntati i riflettori. Proprio Otis, infatti, avendo assorbito il punto di vista e la cultura della mamma sul comportamento sessuale, crea nella sua scuola - assieme alla paria Maeve Wiley da cui è pericolosamente attratto - una «clinica» per prestare soccorso e ascolto ai coetanei afflitti da questo o quel problema sessuale. Piccolo o grande non conta: proprio come accade sui veri divani degli professionisti della psiche, ogni dilemma ha un’importanza proporzionale a quella data da chi lo porta con sé. In realtà il paziente numero zero è Otis stesso che non riesce a masturbarsi probabilmente proprio perché, come appare inevitabile, lega troppo il sesso alla donna con cui vive; che, no, non è la sua ragazza.

Commedia agrodolce che si presenta – però - nel formato tipico del dramma televisivo (gli episodi durano circa cinquanta minuti), Sex Education non ha una trama che sprizza originalità: soffre un po’ i limiti (ma li valica) dello show «algoritmico», costruito come appare per attirare a sé e trattenere nelle spire del servizio i ventenni, i quarantenni e i cinquantenni ora attraverso il linguaggio legato ai social e agli usuali ghirigori emotivi della pubertà, ora attraverso riferimenti al cinema di John Hughes e alla musica anni Novanta (non se ne esce vivi) e ora attraverso la costruzione di un personaggio abbastanza autentico quale appunto Jean Milburn, una donna la cui solitudine appare spesso una conquista.

Debitore, sotto qualche punto di vista, delle comedy della fucina Judd Apatow (si pensi a Love o a Freaks & Geeks) non è un caso che cresca davvero solo una volta scavalcati gli ostacoli dell’eccesso di citazione, e ritagliato il giusto spazio per le vicende umane che sono il suo nucleo caldo. Simbolo dell’evoluzione della prima stagione di Sex Education, infatti, è proprio Eric: quando lo incontriamo potrebbe essere il fratello minore, ugualmente allegro e ottimista almeno in apparenza, del Titus Andromedon di Unbreakable Kimmy Schmidt, invece di puntata in puntata cresce fino a fratturarsi e ricostruirsi attraversando momenti traumatici, scoprendo – noi assieme a lui – di non assomigliare a nessun altro. Così la serie di Nunn parte come una sorta di pastiche di elementi già visti e pian piano scava nella coscienza dello spettatore fino ad assumere la sua propria identità; ci sono modi decisamente peggiori per tagliare il nastro di un 2019 televisivo che promette molto.

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