Stai leggendo: Marocco, la privacy distrutta del 'travestito di Marrakech': la storia

Letto: {{progress}}

Marocco, la privacy distrutta del 'travestito di Marrakech': la storia

L'incidente stradale, la polizia che lo espone al pubblico ludibrio e disprezzo, le foto rubate e rimbalzate in tv, sui giornali, sui social network: come la vita di C.L è diventata un incubo

Una donna trans Getty Image

3 condivisioni 0 commenti

La privacy non protetta e data irresponsabilmente in pasto a macchine fotografiche o videocamere, la pericolosità della diffusione endemica di foto e video catturati senza consenso, il lato oscuro dei social network e quello più morboso dei media: quanto accaduto in Marocco, la notte del primo gennaio, contiene ciascuno di questi elementi.

E dimostra come, se combinati insieme, abbiano il potere di distruggere la vita delle persone nel minor tempo possibile. Quello che serve per premere il tasto di accensione della propria fotocamera e condividere gli scatti rubati con i propri followers su Facebook. 

È la storia di C.L. Ma nonostante, sul web, sia dilagata persino l'immagine della sua carta d'identità, la maggior parte delle persone non si riferiscono a lui chiamandolo per nome. Da quel momento, suo malgrado, l'uomo marocchino si è visto attaccare addosso un'etichetta con sopra scritto: 'il travestito di Marrakech'. 

Marrakech: l'incidente automobilistico e gli scatti rubati

La notte del primo gennaio tornava a casa dopo aver festeggiato il Capodanno. Come era vestito, che indossava abiti femminili e che sul viso aveva ancora tracce di trucco, avrebbe dovuto riguardare solo lui, nessun altro.

Sulla strada di ritorno, C.L. ha provocato un incidente stradale con una moto: in quel momento, l'idea di scappare, senza preoccuparsi delle condizioni del motociclista, sembrava prendere il sopravvento. La coscienza però ha ordinato di restare, mentre le persone iniziavano ad avvicinarsi all'automobile e a urlargli minacce e insulti.

La polizia è intervenuta e ha spaccato il finestrino per farmi uscire. Mi hanno tirato fuori dalla macchina con quello che indossavo, dando alla gente l'opportunità di filmarmi e fotografarmi.

Questa la testimonianza di C.L. ai microfoni di The Site Info. Strattonato in manette davanti alla folla, umiliato pubblicamente. Altre violazioni della sua privacy sono seguite in commissariato: "Un poliziotto ha scattato una fotografia della mia carta d'identità con il suo telefonino. Poi mi ha fatto una foto senza la mia autorizzazione, prima di lasciarmi andare con addosso una tuta da ginnastica che avevo nella mia macchina".

Intanto, però, le foto scattate dalla folla durante l'arresto hanno iniziato a diffondersi sul web, sui giornali, sui social network. Persino le immagini del suo documento sono diventate di dominio pubblico. 

Invece di proteggermi, la polizia mi ha attaccato. Non ho fatto mai del male a nessuno. Io sono così, semplicemente.

Ora si aspetta giustizia: "Chiedo a Hammouchi (capo della Sicurezza Nazionale, principale corpo di polizia marocchino, ndr) di intervenire, perché questi poliziotti mi hanno rovinato la vita. Gli stessi media che hanno diffuso il video devono essere sanzionati".

Quando mia madre l'ha visto ha perso i sensi, nonostante avessi negato tutto pur di cercare di rassicurarla.

Il caso di Marrakech: diritti umani e privacy

Le immagini che lo ritraevano ammanettato e con abiti femminili hanno fatto il giro del web. Gli avvocati per i diritti umani sono tutti d'accordo nel denunciare la gravità di quanto accaduto e la fuga di notizie che ha sottratto l'uomo - un trentenne ex sottufficiale delle Forze Armate Reali - all'anonimato. 

"Questi sono atti riprovevoli per legge. Riguarda la vita privata di una persona, la sua reputazione e il suo posto nella società", ha dichiarato l'avvocato Abdelkarim Elmoussaoui, al HuffPost Maroc:

Nulla può giustificare un atto del genere. Ogni individuo ha dei diritti, a cominciare da quello di essere protetto.

"E questo fa parte della missione degli agenti di sicurezza che si occupano della vita e dei diritti dei cittadini, senza eccezioni. Ma, ovviamente, in questo caso, c'è stata una violazione della protezione dovuta a questo cittadino", ha concluso. 

Anche perché, la legge marocchina non permette l'uso di foto o video se non come prove e comunque secondo le regole espresse dalla legge. "Dopo la diffusione di queste immagini che minano alla sua dignità, come potrà ritrovare famiglia e lavoro?", si chiede Hakim Tiouj, un avvocato di Kenitra, che ha sottolineato anche le responsabilità dei media nella diffusione delle immagini:

Se ha commesso un crimine sarà giudicato e punito per quello. Ma perché minare così la sua dignità? 

Quello che oggi l'uomo si ritrova ad affrontare - terrorizzato per sé e per la vita dei suoi familiari, chiuso in casa da giorni - è stato definito dall'avvocata Naïma Guellaf un "processo sociale":

La società marocchina non tollera un uomo vestito da donna. Lo considera un affronto.

Eppure, tutte le indagini dovrebbero rimanere segrete: "Chi concorre a certe procedure è tenuto al segreto professionale  secondo le condizioni e pene previste dal codice penale". La polizia avrebbe dovuto proteggere la sua identità al momento dell'arresto: "Avrebbero dovuto coprirgli il viso. La sua intimità non ci riguarda in alcun modo e inoltre la legge non proibisce a un uomo di vestirsi da donna o a una donna di vestirsi da uomo. Questo è piuttosto un codice sociale". 

Il caso di Marrakesh: le conseguenze 

 Il Centro nazionale per i diritti umani in Marocco ha deciso di occuparsi del caso di C.L.: "Ci ha contattato e ci ha raccontato del calvario che è costretto a vivere insieme alla sua famiglia ogni giorno, a causa delle foto che sono state scattate il primo gennaio. Ed è rimasto scioccato nel vederle ovunque, nei media e nei social network", ha spiegato il presidente Mohamed Elmadimi ai microfoni di HuffPost Maroc. 

"In seguito alla nostra denuncia, la vittima è stata convocata e ascoltata dal Procuratore Generale per quasi due ore. C.L. ha raccontato la storia di ciò che ha vissuto e ha presentato un certificato medico che attesta che il suo stato di salute richiede monitoraggio medico e psicologico, più un periodo di riposo di 30 giorni ", ha spiegato l'attivista, presente durante l'udienza. Ora, l'uomo vuole lasciare il paese e trovare asilo in Europa:

C.L. ha detto di aver avviato una procedura di asilo per lasciare il Marocco, ma vuole essere confortato dall'annuncio di sanzioni contro i funzionari della prefettura di polizia di Marrakech.

Il caso è entrato in Parlamento, la socialista Hanane Rihab aveva sollevato la questione attraverso un'interrogazione al ministro dell'Interno. E dopo l'inchiesta, le sanzioni, in effetti, sono arrivate. Seppur molto lievi.

Due ispettori e due funzionari sono stati puniti con una sospensione provvisoria, motivata dal "mancato rispetto dei loro obblighi professionali", e dall'assenza di "misure preventive necessarie per proteggere i dati personali" di una persona fermata dopo un incidente stradale. Così si legge sul comunicato diffuso dalla Direzione Generale della Sicurezza Nazionale. Difficile che basti per restituire serenità e cancellare la brutalità con cui la dignità di C.L. è stata calpestata. 

Commenta

Leggi anche

Questo sito internet utilizza cookie tecnici e di profilazione, anche di terze parti, per migliorare la tua esperienza di navigazione, analizzare l’utilizzo del sito e per proporti pubblicità in linea con le tue preferenze. Puoi saperne di più o per negare il consenso ad alcuni a tutti i cookie clicca qui Informativa sui Cookies. Chiudendo questo banner, cliccando in seguito o continuando a utilizzare il sito, acconsenti all’utilizzo dei predetti cookie.