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Quando l'amore finisce: perché restiamo in una relazione di coppia finita e come operare il distacco

Una ricerca condotta da studiosi americani e canadesi ha trovato una risposta davvero sorprendente alla domanda: "Perché rimaniamo in relazioni anche quando ci rendono infelici?". Ecco i sintomi di una relazione infelice e i modi per uscirne.

Un uomo e una donna discutono Pexels

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Spesso capita di vedere - se non di vivere in prima persona - relazioni che rendono infelici i partner, o almeno uno i loro, e non sempre ci sono di mezzo figli a rendere più difficile l'idea di una rottura. Perché mai allora c'è chi si ostina a rimanere accanto a qualcuno quando ormai la relazione è diventata insoddisfacente?

Uno studio pubblicato nel Journal of Personality and Social Psychology svela che spesso la ragione è un po' meno egoista: la ricerca realizzata dalla psicologa Samantha Joel insieme ai colleghie riportata da Bustle, infatti, ha scoperto che le persone spesso valutino quanto i rispettivi partner dipendano da loro e dalla relazione prima di decidere se rompere o meno con loro. Quindi capita di frequente che il motivo per cui non ci allontaniamo dalle storie che non ci rendono felici risieda nel fatto che non vogliamo spezzare il cuore a partner.

Il team di ricercatori provenienti da diverse università negli Stati Uniti e nel Canada (University of Utah, Wayne State University, University of Toronto e University of Toronto, Mississauga) hanno portato avanti due linee di indagine per capire le motivazioni dietro al rimanere in una relazione insoddisfacente. La prima ha tenuto traccia, per oltre dieci settimane, di 1348 partecipanti che stavano vivendo una relazione amorosa: dopo aver completato un sondaggio per determinare quanto ciascuno di loro credesse che i rispettivi partner fossero coinvolti nella relazione, i partecipanti hanno comunicato ogni settimana lo status della loro storia, per far sapere se proseguiva o meno.

Nel secondo studio, 500 soggetti che stavano considerando l'idea di rompere con i propri partner hanno risposto a domande su quanto riluttanti fossero a mettere fine alla relazione; due mesi dopo, gli è stato chiesto se erano rimasti con quegli stessi compagni.

Nell’illustrare le conclusioni di queste indagini, la dottoressa Joel ha detto: “Quanto più i soggetti credevano che i loro partner dipendessero dalla relazione, tanto meno erano disposti a provocare una rottura”. Sono risultati che dipingono un quadro leggermente diverso da quello risultante da studi precedenti nello stesso ambito: in passato, infatti, i dati raccolti indicavano che spesso alla base della decisione di non recidere un legame insoddisfacente ci fossero interessi egoistici. Lo studio della dottoressa Joel e colleghi, invece, sottolinea una “componente altruistica”.

Quando le persone percepivano che il partner era fortemente impegnato nella relazione, erano meno intenzionati a provocare una rottura.

La dottoressa ha proseguito: “Questo è vero anche per coloro che inizialmente non erano coinvolte personalmente nella storia o che erano insoddisfatti.

Generalmente non vogliamo far del male ai nostri partner e abbiamo a cuore i loro desideri.

Invece in passato ricerche simili avevano indicato una ragione diversa: il cosiddetto effetto o errore “del costo irrecuperabile”. Uno studio del 2016 condotto da ricercatori dell’Università del Minho in Portogallo aveva concluso che le persone tendono molto di più a rimanere in una relazione in cui abbiano investito tempo, energia e denaro. È appunto l'effetto del costo irrecuperabile, che “avviene quando un precedente investimento in un'opzione spinge a continuare a investire in quella stessa opzione, nonostante non sia la miglior decisione”.

In poche parole: può capitare di rimanere in una relazione insoddisfacente perché non si vuole pensare di aver sprecato tutta l'energia investita fino a quel momento per mantenerla in vita. 

Il primo esperimento dello studio, ha scoperto che “la probabilità dei partecipanti di rimanere nella relazione era più alta quando erano stati investiti precedentemente denaro e lo sforzo, ma non tempo”. I risultati di un esperimento successivo sono stati concordi: “I partecipanti erano disposti a investire più tempo in relazione in cui ne avessero già investito in precedenza”.

5 segnali di una relazione in crisi

Una coppia discute a un tavoloHDPexels

Una terapista di coppia, Liz Higgins, aveva scritto un paio di anni fa per Huffington Post un articolo in cui elenca cinque abitudini che aveva riscontrato spesso sia nei suoi studi che nel lavoro svolto con coppie, spesso nei primi dieci anni di matrimonio.

  1. Cambiano le aspettative e nessuno dei due ne parla: la comunicazione aperta e sincera è alla base di qualsiasi relazione di successo. Magari capita che una coppia abbia avuto scambi molto onesti all’inizio, ma poi succede qualcosa, le aspettative cambiano (pensiamo alla voglia o meno di avere figli, di tentare una nuova carriera, di comprare casa) e non se ne parla. Come dice la Higgins, i cambiamenti sono normali e “non c’è posto per la rigidità in una relazione, perché tutti noi siamo in continua trasformazione ed evoluzione come individui”.
  2. La relazione non ha più la priorità. Racconta la terapista: “Una volta ho sentito un cliente che proclamava, durante una seduta: ‘Non devo preoccuparmi di farla sentire speciale. Siamo sposati. Lo sa già che è speciale’”. Si tratta di una sorta di pigrizia emotiva che lentamente si fa strada in moltissime relazioni a lunga durata, e che va affrontata, discussa ed eradicata. Se non si risolve, l’insoddisfazione cresce.
  3. La qualità del tempo passato insieme deve valere: spiega infatti l’esperta che “riservare del tempo da passare col partner non è la stessa cosa che creare dei momenti in cui si ha l’intenzione di connettersi, giocare, crescere insieme”. Non basta liberarsi dagli impegni per stare insieme sul divano se poi ognuno si fa i fatti suoi, ma bisognerebbe uscire per un appuntamento, cucinare insieme, parlare o giocare a un gioco di società e magari dimenticare cellulare e computer, altrimenti si finisce per diventare solo coinquilini.
  4. L’altro non ascolta: se la comunicazione è il fondamento della relazione, l’ascolto è il fondamento della comunicazione, senza di esso non si va da nessuna parte. Sentirsi ignorati è una cosa intollerabile in una relazione. La Higgins spiega: “Le coppie che hanno problemi nelle relazioni spesso perseguono più una soluzione, ma sono in posizione difensiva. Anche quando entrano nel mio ufficio (un passo positivo, sicuramente) e cominciamo a imparare di nuovo come dialogare in modo salutare ed effettivo, l’ascolto è difficile per alcuni. L’ascolto è diventato l’ultima cosa che una persona vuole fare per il partner, solo perché la comunicazione è diventata una sorta di zona di guerra”.
  5. Non si è mai stabilito quali sono i limiti: una coppia che pensa a un futuro insieme deve affrontare la spinosa questione di quali sono i limiti che si pone, soprattutto riguardo le rispettive famiglie. “Se non discutete delle aspettative sul ruolo che la vostra famiglia avrà nella relazione, o quanto coinvolti nella vita della vostra famiglia volete rimanere, potranno sorgere frizioni, risentimento e frustrazione in futuro”.

Quando uno o più di questi fattori caratterizzano una storia, e un serio tentativo di risolverli non dà frutto, è il caso di pensare a interrompere la relazione, senza farsi sopraffare dai sensi di colpa. 

Come chiudere una relazione di coppia finita

Un biglietto e un anelloHDPixabay

Juliana Breines, una psicologa che si è formata all’Università Ann Arbor del Michigan e Berkleey in California, spiega diversi modi in cui ci si può districare da una relazione che ormai ci rende infelici, a seconda di quali dinamiche la caratterizzino.

  1. L’analisi fredda e clinica. Se la relazione è tossica, dunque non si tratta di amore ma di dipendenza dal partner, che in questi casi dimostra un comportamento molto erratico e poco affidabile, la Breines dice che un modo per liberarsene è dare nuova forma ai propri pensieri, e pensare all’altro in modo freddo e distaccato, come fosse un’analisi clinica della situazione.Così, invece di giustificare l’indifferenza dell’altro, ci si potrebbe rendere conto che la sensazione di “mancanza” è solo un procedimento chimico, che possiamo superare.
  2. Avere compassione di sé. Quando gli amici e i familiari ci subissano di opinioni contrastanti - quelli che ci dicono di non mollare perché tutto si risolverà, e quelli che invece chiedono come sia possibile che ancora non usciamo dalla relazione - “possiamo trovarci a dipendere un po’ da entrambe le reazioni”, vogliamo conforto ma anche lo stimolo a cambiare le cose. La soluzione è avere più compassione di sé, cioè “ricordare a noi stessi che non siamo persone orribili, che è comprensibile essere affezionati a qualcuno anche contro ogni buonsenso, succede a tanti. Significa avere cura di sé e voler fare ciò che è meglio per noi stessi, come un genitore farebbe per un figlio - quindi non rimanere in una relazione che ormai fa solo male”.
  3. Pianificare. La psicologa riporta alcune ricerche che hanno provato come la gente riesca a scegliere cambiamenti duraturi quando pianificano una scelta diversa da fare se succede qualcosa di preventivato. Juliana Breiner fa questo esempio: “Magari al momento nella vostra vita ci sono scelte del genere che non funzionano, come ‘Se mi manca lo/la chiamo’. Magari potreste cambiare tattica e decidere che quando vi manca il partner chiamate un amico, o ascoltate un album che vi faccia riflettere. Quanto più opterete per scelte diverse dopo lo stesso stimolo, tanto più facile sarà reagire diversamente a quello stimolo, senza ricadere nelle vecchie abitudini”.
  4. Sconfiggere la “dissonanza cognitiva”. La dissonanza cognitiva è un procedimento per cui finiamo spesso per giustificare le nostre azioni in modo da non sentirci stupidi o in errore. È un comportamento che adottiamo in tanti ambiti, incluso quello amoroso, soprattutto quando la relazione dura da tanto. “Porre fine a una relazione ci fa realizzare che forse avremmo dovuto farlo prima, ma quando non ammettiamo una cosa del genere, continuiamo a giustificare l’impegno dedicato alla storia. Avere la consapevolezza che la nostra mente sa giocarci qualche scherzo può aiutare a evitare di cadere in questo tranello”
  5. Non dubitare della propria decisione. La rottura può essere un percorso che impiega qualche tempo, e spesso abbiamo bisogno di un gruppo di amici o familiari a sostenerci, ma alla fine è una decisione personale. “Quando tutto il resto non basta, può aiutare prendersi un momento per chiedersi onestamente ‘Cosa voglio?’, e solo noi abbiamo la risposta”.

La fine di una storia è un momento difficile per entrambe le parti coinvolte nella relazione, soprattutto quando questa durava da tempo, e sebbene l’idea che qualcuno preferisca “sopportare” perché ha paura di rimanere solo, oppure per altri interessi personali, possa sembrare un comportamento poco lodevole, non si può dire che nemmeno quello apparentemente altruista emerso dallo studio dei ricercatori americani lo sia.

Come commenta la stessa dottoressa Joel, infatti: “Chi è che vuole un partner che che non desidera in realtà proseguire la relazione?”. L’idea di sacrificarci per il bene dell’altro non è così ammirevole: sia perché comunque non potremmo dedicarci al partner in modo pieno e sincero, sia perché staremmo impedendo noi stessi ad essere felici, quando anche noi (non solo il partner) meritiamo la felicità.

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