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Gli studi universitari come il dottorato possono avere gravi ripercussioni sulla salute mentale

La difficoltà degli studi, il lavoro mal retribuito, le sempre minori speranze di ottenere un impiego e la soffocante pressione economica sono tutti fattori che rendono il periodo di studi post-laurea una fonte di ansia e depressione a volte molto gravi.

Una ragazza con la testa tra le mani iStock

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Sappiamo tutti che gli studi universitari corrispondono a un periodo della vita in cui lo stress diventa un fattore con cui fare i conti quotidianamente, e ora uno studio condotto da un team di ricerca affiliato con Harvard ha riscontrato che i livelli di tensione e affaticamento raggiunti nei percorsi di specializzazione successivi alla laurea quali dottorati e master possono in effetti avere conseguenze gravi sulla salute mentale delle persone.

A riportare lo studio è stato un articolo di The Atlantic, in cui viene raccontata l’esperienza di Everet Rummel, un analista di dati della City University of New York che dopo aver completato a tempo di record i primi passi del percorso universitario (le due lauree bachelor e master’s degree) a 22 anni, si era iscritto ad un dottorato in economia, con la speranza di finire entro due anni. Ma quel piano non è andato come sperava: “Ho mollato”, racconta. Il motivo? Tante ragioni diverse, alcune nemmeno collegate direttamente con i suoi studi, ma ciascuna riconducibile allo stress a 360° e spietato del suo dottorato.

Oltre infatti alle difficilissime tre materie obbligatorie da superare nel primo anno di programma, sono entrati in gioco fattori che qualsiasi studente dello stesso livello può comprendere. Spesso durante il dottorato ci si trova infatti a lavorare in maniera incredibilmente intensa per un guadagno minimo, sacrificando sonno e vita sociale. Senza contare poi le regole della gerarchia accademica che spinge a una lotta senza quartiere per poter avere riconoscimenti e successo.

Donne a una scrivania con computer e libriHDiStock

Anche negli States, inoltre, un titolo universitario così duramente ottenuto non è garanzia di impiego: un report del 2014 aveva dichiarato che quasi il 40% di studenti con dottorato non si erano assicurati un posto di lavoro al momento della laurea, e circa il 13% aveva debiti studenteschi fino a 70mila dollari, percentuale che è il doppio per coloro che hanno intrapreso studi umanistici. Anche nel novero dei fortunati che iniziano una carriera accademica, un terzo di quello con incarichi part-time vive al limite della povertà o al di sotto della soglia minima.

Lo studio condotto da ricercatori affiliati con l’università di Harvard ha indagato proprio gli effetti che questa situazione complicata provoca nei dottorandi: tra di loro c’è un’altissima probabilità di problemi di salute mentale. La ricerca ha interessato circa 500 dottorandi in economia in otto atenei d’elite, e ha scoperto che il 18% di loro ha sofferto di sintomi, moderati o gravi, di depressione e ansia. È una percentuale tre volte più alta di quella registrata a livello nazionale. Uno su dieci, poi, ha riferito di aver avuto pensieri suicidi in diverse giornate nelle settimane precedenti.

Lo studio non è un caso isolato: quest’anno sono stati pubblicati altri studi simili, di cui uno descrive la condizione della salute mentale dei dottorandi come una “crisi”.

I risultati della ricerca di Harvard includono anche le risposte a sondaggi cui hanno partecipato circa 200 membri del personale di facoltà, e che indicano come per molti studenti del dottorato i problemi di salute mentale sono aggravati, se non causati, dalle esperienze avute durante il corso di laurea. Circa metà delle persone studiate, poi, ha riportato di aver avuto diagnosi di ansia e/o depressione dopo l’inizio del dottorato. Quelli prossimi a completare il ciclo di studi sono molto più soggetti a questi problemi dei colleghi agli inizi, riportando sintomi anche molto gravi di ansia o depressione.

Una scritta a matita che recita la parola "stress"HDPexels

Questa classe di studenti menziona sovente come fattori di stress la pressione economica o quella professionale. L’articolo riporta ad esempio la testimonianza di Lucy Johnson, assistente di un professore di lettere della University of Wisconsin–Eau Claire, per la quale il peso economico degli studi da dottoranda le aveva reso virtualmente impossibile anche uscire a cena o al cinema con gli amici.

È un’ulteriore forma di isolamento che si aggiunge a quella derivata già dal carico di lavoro e studi normali per un dottorando. Molti, come la Johnson, devono ricorrere a prestiti, che poi protraggono i problemi negli anni successivi. “E poi c’è questa idea che dobbiamo produrre, produrre, produrre, o fare molto più lavoro degli altri, quindi siamo esausti”, racconta la donna.

Credo che sia qualcosa che dobbiamo accettare come parte inevitabile del percorso.

Anche Rummel pensa qualcosa del genere, e secondo lui il periodo di sofferenza è come un rito di passaggio inevitabile: “Per ottenere quella vita, devi pagare i tuoi debiti - e poi c’è tutto il resto”.

È ormai accettato che devi odiare la tua vita per un sacco di tempo.

Altro fattore che aggrava questa soffocante pressione, secondo lo studio, è la sensazione comunicata da molti dei soggetti analizzati, i quali ritengono che il loro lavoro non sia utile o vantaggioso per la società. Solo un quarto degli studenti ha infatti riportato un senso di soddisfazione quanto all’utilità dei propri sforzi, rispetto al 63% della popolazione in età lavorativa. Solo un quinto dei partecipanti crede di poter causare un impatto positivo sulle proprie comunità di appartenenza.

Una ragazza seduta di fronte al computerHDPexels

Il fattore più agghiacciante però è l’inconsapevolezza del problema: in generale, sono poche le persone che hanno dichiarato di ricevere trattamenti regolari per la propria salute mentale, e tra quelli che hanno pensieri suicidi solo un quarto segue qualche terapia. I soggetti che si sono piazzati più in basso della media quanto alla valutazione della salute mentale pensavano di stare meglio degli altri. Tra coloro che contemplano il suicidio, il 26% ritiene che il loro benessere psicologico sia migliore della media.

Tutto questo sottolinea come ancora si fatichi a riconoscere certi sintomi e malesseri psicologici come dei problemi che non dovrebbero far parte della nostra vita, e per i quali è necessario trovare rimedio, meglio se grazie all’aiuto di persone qualificate.

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