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Nelle carceri inglesi le donne partoriscono in cella senza ostetrica

Le testimonianze: "Avevo le doglie, ma nessuno mi credeva. Mi hanno dato del paracetamolo per non sentire il dolore"

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In Inghilterra, alcune donne detenute nelle carceri britanniche hanno partorito in cella senza avere accesso ad adeguate cure mediche. A rivelarlo, è uno studio condotto dalla dottoressa Laura Abbott - ostetrica e docente presso l'Università dell'Hertfordshire - condivisa in anteprima con The Guardian. 

Donne, gravidanze in carcereHDFree Image

La dottoressa ha analizzato la condizione in cui alcune detenute hanno partorito in tre carceri inglesi, di cui non vengono menzionati i nomi per non compromettere l'anonimato delle persone ascoltate dai ricercatori. La relazione ha documentato casi in cui alcune recluse hanno dovuto far nascere i propri bambini in cella, senza nemmeno il supporto di un'ostetrica.

Le esperienze raccolte dal team di ricercatori disegnano un quadro molto preoccupante per il benessere delle detenute in gravidanza e dei loro bambini, in un contesto in cui il personale infermieristico non sempre è in grado di capire se la donna è entrata in travaglio né è preparato a far fronte al caso di emergenza, qualora non venisse portata in ospedale per tempo.

Inghilterra: i parti in cella

Le nascite in cella non sono molto diffuse, anche se nessuno sa esattamente quante se ne verifichino, dato che né il Ministero della Giustizia né il servizio sanitario nazionale provvede alla raccolta dei dati. 

Tuttavia, la mancanza di accesso diretto a un'ostetrica, anche solo per un consulto telefonico, costituisce un grosso rischio per una donna in gravidanza. "Questo è un settore che desta sempre più preoccupazione", ha dichiarato Naomi Delap, direttrice dell'ente benefico Birth Companions, che sostiene le donne in carcere da oltre 21 anni. 

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Da mesi, Delap chiede l'adozione di misure urgenti: "Abbiamo iniziato a sentire diverse storie sulle donne che partoriscono in prigione", ha spiegato. Tra le testimonianze raccolte, c'è quella di Layla (nome di fantasia), confermata anche dal personale carcerario.

Entrata in travaglio precoce, Layla aveva cercato di avvisare il personale senza però essere creduta. Le contrazioni si facevano sempre più forti, ma il problema principale restava quello di convincere gli infermieri: stava partorendo, ma nessuno, oltre a lei, se n'era reso conto. L'unico supporto che le era stato offerto si limitava a qualche farmaco a base di paracetamolo per non sentire il dolore. 

Alla rottura delle acque, il panico: le infermiere presenti non sapevano come gestire la situazione, l'ambulanza non arrivava. Layla, dopo due ore di travaglio, dava alla luce sua figlia in una cella di prigione senza la presenza di personale specializzato. 

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La sua non è stata un'esperienza isolata: "Ho intervistato 10 membri del personale, 8 hanno avuto esperienze di nascite nelle celle o ne sono venuti a conoscenza", ha rivelato Abbott. Inoltre, in due delle prigioni esaminate non è presente un solo infermiere con una formazione specialistica in grado di gestire un parto in emergenza. Nella terza, erano presenti solo nell'unità madre-bambino. 

Gravidanze in carcere

Secondo la Birth Companions, le donne incinte dovrebbero avere accesso telefonico a un'ostetrica 24 ore su 24. Inoltre, non dovrebbe spettare al personale carcerario, né agli infermieri, determinare se una donna abbia le doglie oppure no. Per l'organizzazione resta necessario incrementare il personale specializzato.

Altra questione che rende complicato affrontare il fenomeno: la scarsa documentazione. Non si conoscono i numeri delle detenute in gravidanza (stimate intorno alle 600), né dei parti in carcere o in ospedale, anche se si pensa siano circa 100 all'anno. 

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Nonostante i propositi del governo, la situazione nelle carceri inglesi resta un problema: "Sulla carta la strategia del governo dà le risposte più giuste. Tuttavia, a nostro avviso c'è un grande divario tra ciò che dovrebbe essere fornito e l'assistenza che effettivamente viene garantita. Le donne ricevono cure inadeguate che a volte possono essere pericolose per loro e per i loro bambini".

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