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Islam e #MeToo: lotte, sfide, difficoltà delle donne musulmane

Promuovere l'educazione sessuale, combattere tabù e falsi miti dell'Islam: ecco la missione nell'era del #MeToo

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"Avevo trent'anni quando ho capito di aver subito una violenza sessuale. Ventidue anni dopo che mi accadesse". Lo racconta Sameera Qureshi, educatrice sessuale dell'associazione Heart Women & Girls, organizzazione che promuove la salute sessuale all'interno delle comunità musulmane

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Sameera è stata abustata da un suo lontano parente, anche lui musulmano, quando aveva appena otto anni. Non aveva mai completamente acquisito consapevolezza di quanto le fosse capitato. Almeno fino a quando non ha iniziato a lavorare con minori vittime di violenze.

L'educazione sessuale nelle comunità religiose

Fondata insieme a Nadiah Mohajir, Heart Women & Girls nasce nel 2009 per rispondere all'esigenza delle comunità religiose di ricevere un'educazione sessuale diversa da quella tradizionale. I pochi programmi religiosi preesistenti, mai veramente esaustivi, si soffermavano più che altro su precetti igienici.

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Nemmeno quelli tradizionali sono sempre efficaci: "I programmi mainstream, da soli, mancano l'obiettivo. Non lasciano spazio ai ragazzi per riflettere su come la loro visione religiosa e culturale possa adattarsi agli argomenti di cui si parla", ha spiegato Mohajir ai microfoni del Middle East Eye. Insomma: educazione sessuale, certo, ma da una prospettiva culturale. La missione di Heart nasce da qui. 

#MeToo musulmano: contro i falsi miti dell'Islam

Dalla sua fondazione, Heart Women & Girls ha creato partecipazione e informazione su temi spesso considerati tabù dai musulmani. L'organizzazione collabora e dialoga con moschee, centri antiviolenza, ma anche con altre associazioni come Planned Parenthood.

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Molte delle sedute di Heart si aprono leggendo passaggi del Corano o della Sunna che si riferiscono al sesso. Un modo per sfatare tutti quei miti che perpetuano il sessismo culturale: "Il problema non è la fede, ma l'interpretazione fallace e l'uso improprio della religione. Molti leader femminili stanno rieducando gli uomini per quanto riguarda la giustizia, l'uguaglianza e l'equità di diritti delle donne nell'Islam", ha spiegato Sameera Qureshi.

Tra gli impegni dell'associazione, c'è quello di educare alla consapevolezza: capire di aver subito una violenza sessuale resta il primo passo per liberarsi dalla trappola, ma anche il più complicato da compiere. Specialmente nel contesto familiare, in cui sono tanti i fattori d'inibizione per una donna, che tende a sottovalutare la gravità della violenza subita.

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E se il #MeToo è riuscito a diffondere più consapevolezza sul tema dell'abuso sessuale, al tempo stesso non ha affrontato le esperienze uniche vissute dalle donne musulmane: "C'è una grande sfiducia nei confronti dell'autorità, della polizia. È molto più difficile che le persone si facciano avanti e ricorrano alle forze dell'ordine".

"Spesso questa non rappresenta nemmeno un'opzione e, a volte, viene persino usata dal carnefice per mettere a tacere la vittima. È una narrazione complessa per le donne musulmane all'interno del #MeToo", ha osservato Qureshi. 

Islam, nuove sfide

Denunciare resta ancora il passo più complicato da compiere: "La paura di farsi avanti, la vergogna, il trauma, la negazione... sono esperienze e sentimenti simili per tutti, a prescindere dal background culturale o religioso", ha spiegato Mohajir.

Tuttavia, "nelle comunità musulmane la colpevolizzazione della vittima può essere assunta all'interno di un vergognoso e presunto inquadramento religioso, in cui le persone utilizzano erroneamente certe tradizioni, per esempio quelle riguardanti la modestia, per giustificare l'abuso", spiega Mohajir. 

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Altre volte, invece, la tradizione viene utilizzata per reprimere le donne, spaventarle, ridurle al silenzio. Come per esempio l'uso improprio di un motto tradizionale sul perdono, utilizzato per giustificare gli stupri all'interno del matrimonio: "Quando tuo fratello commette un errore, trova per lui 70 scuse". "Questa frase - osserva Mohajir - si riferisce a piccoli sbagli, non a un crimine commesso su un'altra persona". 

L'islamofobia, poi, è un ulteriore fattore di inibizione per le donne che vogliono denunciare: alcune temono che accusare individui della stessa comunità possa contribuire alla diffusione di sentimenti anti-islamici, collaborando in prima persona a sporcare l'immagine degli uomini musulmani.

A maggior ragione se si tratta di un religioso con un largo seguito sui social media, come un imam: "Per le persone è difficile vederlo, non esiste un'alfabetizzazione alla violenza sessuale. Non ci viene insegnato a contestare l'autorità, specialmente se con barba, cappello e milioni di followers su Youtube". 

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Per l'Heart Women & Girls, non sempre è facile. Dagli ostacoli burocratici nel collaborare con le moschee, ai duri attacchi subiti dalle frange più conservatrici: "Abbiamo ricevuto la nostra quota di contraccolpi da parte di chi ritiene il nostro lavoro troppo progressista, troppo occidentale, troppo liberale". 

Tuttavia, Nadiah Mohajir sa dove trovare la forza per andare avanti: "Abbiamo anche i nostri sostenitori. Continuano a ripeterci:

Questo è quello che stavamo aspettando, ed è esattamente ciò di cui la nostra comunità ha bisogno

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