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Discriminazioni nel mondo dello sport al femminile: parlano le atlete

Nel 2018 è stato introdotto il Fondo di maternità, ma c'è ancora molto da fare per chi vince medaglie e continua a essere reputata una dilettante

Atlete iStockPhoto

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Medaglie, successi, coppe: tanta fatica per... diletto. Può sembrare assurdo, ma è tutto vero: in Italia sono solo quattro gli sport contemplati nel professionismo. Tutti praticati da uomini. Le donne restano indietro. Solo sul piano dei diritti, ovviamente. Perché di vittorie e soddisfazioni, le atlete azzurre ne stanno raccogliendo, eccome. Basti pensare alle italiane della pallavolo, protagoniste di una cavalcata entusiasmante in Giappone, o alla qualificazione delle azzurre ai mondiali di calcio del prossimo anno.

Italia ai Mondiali di PallavoloHDGetty Images

Eppure, sul piano dei diritti vige ancora tanta, troppa, aleatorietà. Il tema è stato al centro del dibattito mercoledì al Centro di Preparazione Olimpica del Coni a Roma, dove si è tenuto il convegno "Dal mito di Atalanta ad oggi: duemila anni di discriminazione", presieduto da Laura Giannuzzi.

Un incontro organizzato da Fidapa BPW Italy, nel quale protagoniste e protagonisti dello sport hanno preso la parola per fare il punto della situazione e tracciare nuove traiettorie. Perché se l'istituzione del Fondo di maternità (introdotto nel 2018) rappresenta senz'altro un enorme passo in avanti per la tutela delle atlete, resta ancora tanto da fare.

Donne: discriminazioni nello sport

Per il momento, in Italia hanno riconosciuto il professionismo solo quattro sport (esclusivamente maschili): calcio, ciclismo, golf e pallacanestro. La legge a cui far riferimento è la 91, del 1981, che disciplina le “norme in materia di rapporti tra società e sportivi professionisti”. 

Le donne vengono tagliate fuor: nonostante molte atlete abbiano fatto dello sport il proprio lavoro o abbiano dato lustro alla Nazionale italiana, rimpolpando il palmarès di medaglie e trionfi, sulla carta restano delle dilettanti. "Nonostante i successi, come quelli delle atlete della Pallavolo, del calcio o della ginnastica ritmica", osserva Patrizia Fedi Bonciani, presidentessa del distretto Centro Fidapa Bpw Italy, intervenuta sul palco.  

Dal mito di Atalanta a oggi: duemila anni di discriminazione HDFox

Il Fondo di maternità è un buon supporto: in caso di gravidanza, invece di vedersi rescindere il contratto, le atlete ora percepiscono un'indennità dallo Stato. Tuttavia, gli ostacoli restano tanti e si riflettono nei numeri: ai vertici delle organizzazioni dirigenziali, solamente il 14% è appannaggio femminile. Dato che sale nell'area tecnica, ma comunque contenuto entro il 20-25%. Lo sport sembra essere ancora un campo prevalentemente maschile.

"Io vivevo di sport", racconta Luisa Garribba Rizzitelli, ex pallavolista e presidente di Assist, l'Associazione Nazionale Atlete: "Ma quindici anni di contributi sono andati bruciati. Le atlete non possono più aspettare, è ora che le donne abbiano contratti, TFR, tredicesima. Tutto ciò che viene riconosciuto in Europa a chi vive di sport. I corpi militari fanno ciò che avrebbe dovuto fare lo stato italiano, mettendo atlete e atleti nella miglior condizione. Se vinciamo medaglie è merito loro". 

FidapaHDFox

Le chiavi di lettura emerse e le soluzioni proposte sono diverse. L'ex presidente del Coni, Gianni Petrucci, suggerisce di mobilitarsi innanzitutto all'interno delle Federazioni: "Non è il Coni a scegliere se uno sport merita il salto nel professionismo. Il Coni ha il compito di prendere atto di quanto accade nelle federazioni". 

In una clip proiettata a inizio convegno, l'assessora Flavia Marzano ribadisce la necessità di una "rielaborazione culturale e normativa", mentre Patrizia Fedi Bonciani torna sull'importanza di fare rete: "È necessario che le donne lavorino in squadra, serve lasciare loro la libertà e lo spazio di organizzare iniziative che sappiano valorizzare lo sport per tutti".

Un concetto ribadito anche da Caterina Mazzella, presidentessa nazionale Fidapa: "Dobbiamo valorizzare la sinergia tra donne. Siamo un movimento d'opinione, possiamo esercitare pressione affinché vengono implementate le politiche di genere". 

Inoltre, serve aprire nuovi spazi, renderli accessibili alle donne. Un esempio? Quello televisivo: "Uno studio del 2005, per quanto datato, può aiutarci a capire meglio il fenomeno", spiega Valeria Dagianti, docente di Storia dello Sport all'Università di Tor Vergata: "Questo studio ha preso in esame quattro Paesi: Italia, Francia, Islanda e Norvegia. È emerso che su cinque reportage sportivi, almeno quattro parlano esclusivamente di uomini". Insomma, "sarebbe il caso di trasmettere più attività femminili, dare spazio alle donne nella società umana e in quella sportiva", conclude Patrizia Fedi Bonciani. 

Le parole delle atlete ai microfoni di Foxlife.it

Il tema del professionismo, però, se esclude tutte le donne in toto, non contempla nemmeno moltissimi atleti uomini, impegnati in discipline ritenute ancora dilettantistiche: "Gli atleti che vivono del loro sport devono essere considerati professionisti", dichiara Silvia Salis a FoxLife.it.

Silvia Salis alle OlimpiadiHDGetty Images

Attualmente è consigliera nazionale del Coni e consigliera federale Fidal. Ma da stella dell'atletica ed ex martellista, Silvia percepiva uno stipendio dalle Fiamme Azzurre. Senza essere riconosciuta come professionista: "Eppure, il mio lavoro era fare l'atleta, in tutto e per tutto. La chiave secondo me è questa: riconoscere il professionismo degli sportivi. Così si superano anche le discriminazioni che penalizzano le donne".  

A proposito degli sport femminili in televisione, Salis ha poi commentato: "Il problema va visto sotto diverse sfaccettature. Purtroppo c'è anche un tema commerciale: se uno sport è seguito, è proposto. Se non è seguito, le tv fanno più fatica a proporlo. Ovviamente, la televisione di stato cerca di presentare anche altri sport per farli conoscere, svolgendo così una funzione sociale. Chiaramente, uno sport meno visto è anche meno praticato".

Silvia SalisHDGetty Images

Più determinanti le vittorie, per narrare una disciplina: "Pensiamo agli anni di Tomba: in Italia eravamo tutti sciatori. Ora lo sci è meno seguito, forse è tornato in auge con l'oro di Sofia Goggia nelle ultime Olimpiadi invernali. Ma prima lo sci interrompeva Sanremo. Oggi questo non accade. In Italia siamo molto legati alla presenza del campione in uno sport, questo determina il seguito di una disciplina. In altri Paesi, gli sport sono seguiti a prescindere". 

I gruppi sportivi militari continuano a fare scuola: "L'atletica si affida molto a loro. Per questo, io non ho avuto molti problemi. Sono entrata e ho fatto del lancio del martello la mia professione. Ma il tema della maternità resta ancora molto discriminante tra uomini e donne, anche tra non professionisti".

Su questo era necessario intervenire: "La maternità può interrompere la carriera di un'atleta. Negli uomini non accade, ovviamente. Per le donne, invece, poteva anche dare origini a clausole contrattuali molto vessatorie. Con il Fondo si tutela la maternità, ma ci sono ancora tanti passi in avanti da fare. Resta comunque un buon inizio, riconoscere un compenso durante la maternità significa riconoscere che lo sport sia l'attività prevalente di una donna".

Dal mito di Atalanta a oggi: i passi in avanti delle donne nello sport

Dal mito greco di Atalanta ai giochi olimpici del 2012, quando debuttava la boxe femminile e finalmente le donne gareggiavano in tutti gli sport. Un cammino lungo e mai semplice, che passa attraverso percorsi a ostacoli (letteralmente, nel caso di Ondina Valla) e barriere culturali da abbattere.

Donne durante l'ora di ginnasticaHDGetty Images

In Italia, nonostante il ruolo di angelo del focolare che il partito fascista aveva dipinto per le donne, è stata proprio l'introduzione dell'ora di educazione fisica nelle scuole a proporre una nuova immagine femminile. Era il 1923, le donne iniziavano a sentirsi a loro agio anche in completi più sportivi dei soliti. Nel 1936, a Berlino, Ondina Valla era la prima donna italiana a vincere una medaglia d'oro nelle Olimpiadi.

Ma le prime, nel 1896, erano esclusivamente maschili. Roba da uomini. Tanto che, quando nel 1922 Alice Milliat istituì le prime Olimpiadi femminili, la polemica esplose anche per la scelta di chiamarle così. Un oltraggio utilizzare quel nome glorioso per delle gare tra femmine. Parteciparono 77 atlete, vennero seguite da 15 mila persone. "A smentire le parole di Pierre de Coubertin", commenta la professoressa Dagianti: "Il padre dei moderni giochi olimpici motivava l'esclusione delle donne asserendo che nessuno fosse davvero interessato alle competizioni femminili". 

Solo nel 1928, per la prima volta, le atlete parteciparono ai giochi olimpici, venendo ammesse in 4 gare di atletica leggera. Un percorso di inclusione che termina nel 2012, quando le donne salivano per la prima volta sul ring a Londra. 

Incontro di BoxeHDGetty Images

Come ha osservato durante il convegno Paola Desantis - direttrice del Museo Archeologico di Ferrara - il mito di Atalanta dimostra come a lungo il talento sportivo nelle ragazze è stato relegato nella sfera della pubertà. Lo sport come una faccenda da uomini o da ragazzini. Non certo da donne.

Non a caso, ai Giochi Erei potevano partecipare solo le vergini: "Quando una bambina diventava donna, acquisendo la possibilità di procreare, doveva rinunciare allo sport. Il talento femminile nel mondo greco è riconosciuto, ma tenuto ben distino dalla sfera sessuale. A tal punto che Atena, così sapiente, non nasce da una donna. Nasce dalla testa di suo padre". 

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