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Donne che odiano le donne

Una delle battaglie più importanti da combattere: estirpare senza pietà tutto il sessismo che è in noi.

Manifestazione #MeToo Getty Images

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Quando a colpire è il fuoco amico, l'impressione è che le ferite facciano sempre un po' più male.

Quando a puntare il dito contro una donna è un'altra donna, significa solo una cosa: dobbiamo rimboccarci le maniche, perché stiamo sbagliando tutto. E con tutto, intendiamo proprio tutto: sistemi di educazione, senso comune, precetti morali.

Bocca con rossetto rossoHDGetty

L'avversione per le Bocca di rosa del mondo, la smania di bruciare la strega o, perlomeno, esporla a pubblico ludibrio, umiliarla davanti al capo branco per neutralizzarla: tentazioni diffuse, che non risparmiano nemmeno alcune donne. Il fuoco amico che trafigge e tradisce: sembrerebbe assurdo, se non fosse invece tutto tristemente normale e prevedibile. Perché il maschilismo - è ora di ammetterlo - permea la nostra modernissima società occidentale e viene interiorizzato da tutti: un tipo di assimilazioni che (molto ironico) non fa alcuna discriminazioni di genere. E questo è meglio tenerlo sempre a mente. 

Donne misogine: colpa della società 

Com'è successo che le donne iniziassero a odiare sé stesse? Spoiler alert: domanda pessima. Decisamente mal posta. Forse, è il caso piuttosto di chiederci: come potevamo sperare che crescendo figli e figlie a pane, maschilismo e doppi standard, proprio quest'ultime riuscissero a costruirsi una mentalità completamente scevra da sessismo? Davvero c'è da stupirsi se le metastasi che incancreniscono da secoli la nostra società abbiano infettato anche le ragazze?

"Misoginia non è normale"HDGetty Images

Al contrario, è piuttosto ipocrita e ingiusto pretendere che il solo essere femmine permetta di liberarsi dalla misoginia. L'ennesimo doppio standard, per restare in tema: un modo per colpevolizzare maggiormente le donne per un problema tutto culturale, comprendendo invece (se non assolvendo) gli uomini.

Manifestazione femministaHDGetty Images

Insomma, la pratica sessista riguarda anche le femmine. Dal desiderio di riconoscersi in stereotipati ruoli sociali fino alla rincorsa estenuante di un'impersonale quanto costruita concezione della femminilità: educazione impartita spesso sotto traccia, con effetti devastanti ad ampio spettro, sia per uomini che per donne. Tutti schiavi di un'impalcatura mentale che richiede anni di attenzione prima di essere smantellata. Le conseguenze? L'inflessibilità delle ragazze nel guardare a sé stesse, severità nel giudicare le altre specialmente quando si discostano dalle immagini codificate che ci sono state fornite per analizzare il mondo.

Donne: il ruolo della madre

In barba alle belle frasi sull'empowerment femminile, i dati su occupazione e retribuzioni confermano come sia ancora complicato, per una donna in Italia, smettere di essere relegata esclusivamente al ruolo di moglie e madre.

Silhouette di donna anni '50 che si truccaHDGetty Images

Eppure, non c'è un modo univoco per declinare la femminilità. Si tratta di libere scelte, di ciò che si desidera per sé stesse: c'è chi già da giovanissima aveva pianificato un futuro con dei figli. C'è chi li ha accolti come una benedizione dal cielo, coniugandoli con il lavoro o magari decidendo di sacrificare quest'ultimo per mettere i piccoli al primo posto. E poi c'è chi, invece, non ha intenzione di farne, né intende cambiare idea. Insomma, ormai dovremmo averlo capito:

Non c'è un modo giusto di essere donna, esistono decisioni consapevoli che ci permettono di raggiungere la felicità e il posto che desideriamo nel mondo.

Se da una parte scegliere consapevolmente di mettere al primo posto i figli, per esempio, non rende nessuna donna "prigioniera del patriarcato" - nonostante spesso questa decisione sia criticata da chi ha l'arroganza di ritenersi più illuminata e femminista di altre - dall'altra, proprio la questione maternità viene spesso usata per fare una grossa scrematura tra le donne che funzionano e quelle che hanno qualcosa che non va: l'istinto materno.

Un'invenzione, un falso mito con il quale siamo cresciute, quando ci insegnavano che tutte le donne, di natura, sono nate con il desiderio di fare bambini - nonché con un talento naturale nell'occuparsi di loro, per lo più assente negli uomini.

Insomma, non c'è nulla di male nel desiderare dei figli, non è una scelta meno femminista di altre. C'è tutto di male, però, nel pensare che sia l'unica soluzione per ogni donna. 

Proprio il mito dell'istinto materno agisce in maniera discriminante: la donna che non desidera figli è egoista, arida, algida, sociopatica. Sicuramente un po' meno donna, per definizione fertile, prosperosa, accogliente, dotata appunto di naturale propensione verso i bambini.

Gruppo di donne nude su una scala in strada HDGettyImages

Quest'ultimo punto ci permette di riflettere anche sull'aborto e su come alcune donne nel nostro Paese abbiano risposto alla bocciatura della legge che lo avrebbe legalizzato in Argentina. Commenti di giubilo che sembrano dimenticare diverse cose: in primo luogo, che sul corpo di una donna dovrebbe decidere solo lei stessa, non la morale, la religione o l'etica altrui. Che prima della legge che legalizza l'aborto, le donne abortivano lo stesso, anche in Italia.

Lo facevano nell'illegalità, nell'insicurezza, con i ferri da maglia usati dalle mammane. E spesso si poteva anche morire.

Una realtà a cui rischiamo di riavvicinarci, nonostante l'inconsapevolezza di chi attraverso un commento su un social network, schermato dal proprio smartphone, definisce superficialmente una decisione come quella di abortire "immorale": Silvana Agatone, presidente della Laiga, spiegava ai microfoni de La Stampa che il calo degli aborti legali non va assolutamente interpretato come un segno incoraggiante riguardo al funzionamento della legge 194.

Al contrario, significa che l'alto numero di obiettori di coscienza (nel 2016 il 71%) non affiancati da medici non obiettori, rende complicato ricorrere legalmente all'interruzione volontaria di gravidanza. E questo significa più aborti clandestini, non più gravidanze.

Donne: il ruolo della moglie

Una volta separate le donne reputate difettose dalle altre, è il caso di determinare le caratteristiche da seguire per restare nell'alveo delle mogli e madri esemplari. Per esempio, dopo aver partorito una donna diventa una sorta di essere vergineo, quasi asessuato, volto alla riproduzione - ma senza peccato.

Una donna sposata e con figli non può contemporaneamente: essere sexy, uscire con le amiche, avere voglia di fare qualsiasi altra attività che non implichi pargoli tra i piedi, avere una vita sociale, vivere il sesso come fonte di appagamento ("non lo fo per piacer mio ma per dare figli a Dio", veniva insegnato alle nostre nonne). Convinzioni riesumate dagli anni '50? Non proprio: nel sentire comune non si sono mai totalmente estinte, in questo i social network sono una comoda cartina tornasole.

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Questa è stata l'estate di Chiara Ferragni, e non solo per il matrimonio in pompa magna. È stata anche l'estate del bodyshaming (quella ai danni delle amiche, ridicolizzate sui social network e sui media per una foto a Ibiza) e degli haters scatenati per qualche outfit sexy (pane quotidiano per una influencer, evidentemente ritenuti inammissibili se ormai da donna si è passate a essere semplicemente madri).

Offese, parolacce, ma anche commenti come "se sei sposata e hai un figlio ormai dovresti vestirti più decente", oppure "ma Fedez ti lascia uscire così?". Criticata per i suoi look - non certo da "moglie perbene" - ma anche per il suo modo di declinare la maternità. A maggior ragione per aver continuato a lavorare senza congelare la carriera dopo la nascita del figlio.

Biasimo avanzato da donne moralizzatrici, convinte di essere le uniche a potersi definire madri esemplari e a cui mai verrebbe in mente di puntare il dito contro un padre che, a pochi mesi dalla nascita del figlio, fosse costretto a fare la valigia e partire per lavoro. Eccola qui, la convinzione che la carriera di un uomo valga di più di quella di una donna, che il suo impiego sia più importante per il sostentamento familiare e che alla fine, il compito principale di una femmina sia quello di dedicarsi completamente alla cura dei figli.

Donne, denunce e #MeToo

Il maschilismo interiorizzato dalle donne si misura anche dalla mancata solidarietà con la vittima nei casi di violenza di genere, che si manifesta sia simpatizzando con il denunciato (spesso dubitando dell'onestà della vittima, insinuando che abbia provocato e poi inguaiato il povero maschio raggirato), che addossando responsabilità alla donna (il caro vecchio adagio del "se l'è andata a cercare"). Una vulgata giustificativa e misogina, frutto di una retorica secolare della donna come maligna e demoniaca, la femme fatale intenzionata a sedurre un uomo per poi sbriciolarne completamente l'immagine pubblica.

Anche per questo, chi ha subito una violenza sessuale sa che dopo lo shock c'è da affrontare un altro ostacolo spesso insormontabile: perseguire l'iter burocratico necessario a denunciare il proprio aguzzino. Secondo le analisi dell'Istat (2014), sono ben poche le donne in Italia che decidono di affrontare tutto questo, trovando più facile e socialmente meno sconveniente provare a dimenticare.

Solo l'11,4% di donne italiane che hanno subito una violenza hanno avuto il coraggio di denunciare i propri aguzzini. Una percentuale che si alza lievemente con le straniere (17%), ma che si assesta comunque su numeri terribilmente irrisori. Vergogna, paura di essere giudicate per una violenza subita e non perpetrata.

Asia argento e la ex migliore amica RoseHDGettyImages

L'esplosione di #MeToo ha portata a galla un universo di soggiacenti sistemi di potere tossico, dal business al cinema. Ma anche tutto il meccanismo di colpevolizzazione che molto spesso va ad aggredire le donne che scelgono di denunciare, specialmente se appartenenti allo star system o comunque ritenute "privilegiate". Come se ci fosse una condizione economica o sociale in grado di rendere traumi del genere più digeribili. 

Dalla ridicolizzazione della vittima alle insinuazioni di connivenza molestata-molestatore, passando per il continuo tentativo di screditarla. Infine, la tendenza a reputare sospette o inutili le denunce di chi, per anni, ha vissuto tenendosi dentro, cercando di reprimere, il ricordo della violenza subita.

"Io non avrei aspettato 21 anni per denunciare Weinstein". Oppure: "Facile denunciare adesso. Perché non l'ha fatto prima? Forse perché le faceva comodo...": ritornelli che hanno seguito la denuncia di Asia Argento, tanto per citare un caso. Con ancora maggiore goduria quando, alle denunce del #MeToo, si è aggiunta pure quella di Jimmy Bennet: come non approfittarne per screditare un movimento in cui persino una delle sue promotrici è sospettata di essere un'assaltatrice?

Asia ArgentoHDGetty Images

Il caso di Fausto Brizzi, scagionato dalle accuse di molestie sessuali, dovrebbe insegnarci la lucidità con cui approcciare a questo tipo di casi, senza cedere a tentazioni emotive di giustizialismo. D'altra parte, però, che l'atteggiamento con la vittima debba essere di ascolto e solidarietà resta fuori da ogni dubbio. A maggior ragione sapendo che, probabilmente, prima di riuscire a denunciare ha dovuto cercare di superare paura e vergogna.

Per una donna, dunque, capire la necessità di ascoltare la vittima, darle il rispetto e la considerazione che merita, non significa prendere parte a una guerra tra sessi - come molti hanno voluto interpretare il movimento #MeToo. Significa acquisire consapevolezza di una piaga che affligge i rapporti tra i generi: vale la pena curarla. Meritiamo tutti relazioni più sane, uomini e donne.    

Donne: la caccia alle streghe

Se la donna viene vista esclusivamente come tentazione o oggetto sessuale - dire che una ragazza violentata se l'è andata a cercare per aver indossato una minigonna significa proprio questo - è anche a causa dello sfruttamento dell'immagine femminile come strategia di marketing, a cui viene contrapposta l'immagine pudica della femmina vergine, con una morale irreprensibile. Dalle vallette, semplice ornamento per rendere più accattivante l'ora di trasmissione televisiva, alla pubblicità che esibisce in maniera del tutto insensata il corpo di una donna, per pubblicizzare in maniera più efficace un prodotto destinato agli uomini.

È anche questa concezione del corpo femminile come arma di seduzione irresistibile, in grado di far perdere le staffe a un uomo, privandolo della sua capacità di intendere (ma non di agire...), che collabora alla nascita di quel sentimento di competizione tra donne, preoccupate di perdere l'esclusiva sul proprio maschio per colpa di una "sgualdrina". Inoltre, è proprio quest'ottica che fornisce una nuova arma per fare altri distinguo: da una parte le donne perbene (modeste e acqua e sapone), dall'altra quelle 'permale'.

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Donne a volte appariscenti, altre volte seduttrici, altre ancora con una vita sessuale più libera, oppure semplicemente anticonformiste: donne un tempo processate per stregoneria, oggi viste dalle altre come una vergogna per il genere femminile tutto, come pericolo per l'ordine e la morale. Non più arse vive, ma magari umiliate pubblicamente: come la Malèna di Giuseppe Tornatore, linciata e rapata a zero dalla furia femminile della piazza, vendetta sociale contro la femmina colpevole di aver minacciato la stabilità del matrimonio. Se oggi c'è meno violenza fisica, significa semplicemente che questa si è spostata sul campo virtuale, rimpiazzata dalla gogna pubblica e dal bullismo sul web. Non meno pericoloso delle mazzate.

Paris Hilton bisbiglia alla fashion weekHDGettyImages

Donne irresistibili e uomini incapaci di gestire gli impulsi: è per questo stereotipo che spesso le donne tradite trovano più proficuo prendersela con le amanti piuttosto che con i loro mariti, nonostante siano proprio questi ad aver violato il rapporto di fiducia e complicità che lo legava alla compagna. 

In realtà, la stigmatizzazione della donna a cui piace esaltare la propria bellezza estetica, anche in maniera appariscente, proviene anche da alcuni ambienti convinti di battere le strade del femminismo. È quella concezione secondo la quale esistano donne con contenuti e altre solo con un bel packaging: l'incapacità, insomma, di concepire che una donna possa frequentare un centro estetico pur essendo dotata di intelligenza e cultura. Che possa depilarsi e truccarsi solo per piacere a se stessa, non perché incapace di svincolarsi da determinati stereotipi estetici.

Donne che attaccano altre donne, ritenute fatue e superficiali, dedite solo al pettegolezzo, alla moda e alle acconciature, bollate così per il proprio aspetto fisico vistoso o per la cura che gli riservano. Ritenute differenti dalle donne "eleganti e sobrie" che "non hanno bisogno di apparire", e che, per questo, si presuppone abbiano da offrire maggiori argomenti intellettivi. 

Una vignetta inglese è diventata molto popolare sui social network, tradotta suona così: "In un mondo pieno di Kardashian, sii come Diana", con l'immagine di Lady D, esempio di donna da cui vale la pena prendere esempio per distinguersi da altre, ritenute invece indegne. Sul web circola però anche un meme alternativo: "In un mondo pieno di Kardashian... sii qualsiasi tipo di donna vuoi essere e smettila di diffondere misoginia interiorizzata insultando una donna per estaltarne un'altra. Celebra tutte le donne nella loro gloriosa varietà". Un concetto molto più inclusivo e corretto, questo sì davvero femminista.

Anche perché, come ha detto Emma Watson dopo che la sua foto con il seno scoperto su Vanity Fair destasse grande scandalo, giudizi e critiche:

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