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Le persone con depressione usano un linguaggio specifico, ecco come riconoscerlo

Le persone affette da depressione tendono ad utilizzare più frequentemente determinate parole ed espressioni: riconoscerle ci può aiutare a capire chi sta soffrendo e ha bisogno di sostegno.

Una donna con la bocca tappata da un cerotto Kat Jayne via Pexels

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Una ricerca condotta presso l’Università di Reading, in Gran Bretagna, ha rilevato un modello di linguaggio ricorrente nelle persone che soffrono di depressione.

La depressione, infatti, nelle sue varie forme, influenza il nostro modo di muoverci o la qualità del sonno, ma anche il modo di parlare, anche quando scriviamo. I ricercatori nel loro articolo divulgativo fanno subito l’esempio delle poesie di Sylvia Plath ed i testi di Kurt Cobain, due artisti che si sono tolti la vita proprio a causa di questa patologia estremamente diffusa.

Come avviene lo studio del linguaggio?

Una persona copre il volto con un cartelloHDPDPics via Pixabay

L’indagine sulle correlazioni tra depressione e linguaggio non è una novità: ci sono studi che si sono soffermati ad esempio proprio sullo stile ed il lessico ricorrente nell'opera della Plath i cui risultati sono piuttosto coincidenti con quello che vi riportiamo dell'università di Reading. Ma l’avanzare della tecnologia permette di analizzare il fenomeno in modi periodicamente diversi, e trarne un’immagine complessiva sempre più ricca. Lo studio pubblicato da Mohammed Al-Mosaiwi nella rivista Clinical Psychological Science all’inizio dell’anno ha svelato una nuova classe di parole che possono aiutare concretamente ad identificare una persona che soffre di depressione.

Ora che la maggior parte di ciò che scriviamo è prodotta su dispositivi elettronici, l’analisi di testo tramite computer permette di processare enormi quantità di dati in pochi minuti, facilitando l’identificazione di schemi e ricorrenze a livello linguistico che la mente umana prima magari non coglieva, tramite per esempio il calcolo della percentuale di prevalenza di alcune parole e gruppi semantici, tenendo conto delle diversità lessicali, la lunghezza media di una frase, i modelli grammaticali e molti altri parametri.

Finora, le analisi hanno avuto ad oggetto gli scritti e le pagine di diario di persone con depressione, come anche le opere di artisti proprio come la Plath e Cobain. Quanto invece al linguaggio parlato, si fa ricorso a frammenti di conversazioni di persone depresse. Analizzando tutto ciò insieme, sono emerse nette differenze di linguaggio tra chi mostrava segni di depressione e chi no.

Il modo di parlare di una persona depressa: il contenuto del linguaggio

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Il linguaggio, infatti, si può separare in due componenti: il contenuto e lo stile. Il primo consiste in ciò che esprimiamo, ovvero il significato e l’oggetto delle nostre dichiarazioni. Nel lessico di una persona depressa si trovano prevedibilmente parole che indicano emozioni negative, soprattutto aggettivi e avverbi quali “solo”, “triste” o “infelice”.

L’uso dei pronomi, invece, può risultare sorprendente. Chi manifesta sintomi di depressione usa molto più frequentemente in prima persona singolare - “io”, “me”, “mi” - mentre ricorre molto meno alle seconde o alle terze (“tu”, “lui”, “lei”, “voi”, “loro”). Questo perché tendenzialmente si tratta di soggetti che rivolgono la propria attenzione su se stessi, e sono meno connessi agli altri. L’uso dei pronomi è molto più efficace nel riconoscere la depressione rispetto alle parole che esprimono emozioni negative.

Lo stile linguistico di una persona depressa

Lo stile del linguaggio ha a che fare con il modo in cui ci esprimiamo, la forma. L'università di Reading ha condotto un’analisi su 64 diversi forum online dedicati a problemi mentali, esaminando le parole di oltre 6400 utenti, riscontrando che l’uso di parole (cosiddette "assolutistiche") che comunicano concetti assoluti o ampie probabilità - “sempre”, “niente”, “completamente” - sono indicatori ancora migliori rispetto ai pronomi e ai termini che esprimono emozioni negative per individuare soggetti depressi.

Era un risultato che i ricercatori si erano prefigurati, anche se la misura dei dati raccolti è stata sorprendente: in 10 dei forum, la prevalenza di parole che comunicano concetti assoluti era maggiore di circa il 50% nei forum in cui si parla di depressione e ansia, e si aggirava sull’80% nei forum di ideazione suicidaria. Al confronto, anche la preponderanza di pronomi in prima persona si distribuiva nello stesso modo, mentre l’espressione di emozioni negative era molto meno presente.

Lo studio si è esteso anche a dei forum “di guarigione” in cui si discute di come ci si è ripresi da un episodio depressivo scrivendo post positivi ed incoraggianti. Qui la menzione di emozioni negative era pari a quella degli altri forum, mentre le parole che esprimono emozioni positive aumentavano al 70%. La costante, comunque, era la prevalenza significativa dei concetti assoluti, anche se meno che nei forum sull’ansia e la depressione.

Un risultato determinante è la scoperta che chi ha già manifestato sintomi depressivi è più propenso ad averne di nuovo. Quindi quanto più il soggetto tende a usare quelle parole che esprimono idee assolute, anche nei momenti in cui non soffre di depressione, tanto più questa abitudine può provocare episodi depressivi. Lo stesso vale per l’uso dei pronomi, meno invece per le emozioni negative.

Perché questo studio è utile?

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Capire il linguaggio della depressione ci può aiutare a comprendere il modo di pensare di chi ne soffre, ma ha anche altre conseguenze. I ricercatori stanno combinando l’analisi di testo creato automaticamente con computer capaci di apprendere (senza programmazione) per classificare un’ampia gamma di condizioni di salute mentale a partire da esempi di testo quali i post nei blog.

Questa classificazione fatta dalle intelligenze artificiali ha già superato qualsiasi altra realizzata da professionisti e continuerà a migliorare quanti più dati verranno immessi, e quanto più sofisticati saranno gli algoritmi sviluppati. Questo permetterà di andare oltre all’enucleazione degli schemi di ricorrenza di pronomi, emozioni negative e concetti assoluti: i computer hanno già cominciato a identificare sottocategorie specifiche di problemi di salute mentale come il perfezionismo, problemi di autostima e fobia sociale.

I ricercatori tengono però a specificare che non si può affidare la diagnosi di disturbo depressivo alla sola ricorrenza di certi schemi verbali.

In ultima analisi, è il modo in cui ci sentiamo durante un periodo di tempo prolungato a determinare se stiamo soffrendo di depressione o no.

Ma, concludono, poiché l’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che oltre 300 milioni di persone al mondo convivono con questo disturbo (il 15% in più dal 2005), avere uno strumento in più per riconoscere la presenza di depressione può aiutare chi circonda una persone che soffre a fornire l’aiuto necessario per prevenire azioni tragiche, “come il suicidio di Plath e Cobain”.

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