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Io, sex worker italiana, in cerca di tutele e diritti in Svizzera

Parla Laura, sex worker italiana che risiede oggi in Svizzera: "Vi racconto la mia vita da sex worker e vi spiego perché non serve riaprire le case chiuse".

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Professione: sex worker. Una parola per sfuggire allo stigma, in cui si identificano gli uomini e le donne che lavorano (per propria scelta) nell'industria del sesso. In Italia non sono riconosciuti: non è vietata la prostituzione, eppure nemmeno regolamentata. Chi è disposto a cercare garanzie altrove, si sposta in uno dei Paesi europei in cui la legge tutela i sex workers. È il caso di Laura - "è il nome che uso qui, ma non quello che adopero con i clienti" - : ha quarant'anni e quest'estate si è trasferita in Svizzera, dove lavora in un locale a luci rosse.

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"È stato un percorso lungo. Ho iniziato come cubista, poi come lap dancer. A 23 anni mi sono prostituita per la prima volta": raggiunta dai nostri microfoni, Laura ha raccontato com'è diventata una sex worker e com'è la situazione in Svizzera, in cui la prostituzione è regolamentata fin dal 1942. "Ma non pensare che per questo - spiega - non esista lo stigma sociale. C'è anche qui. Cambiare la cultura è più difficile che cambiare le leggi". 

"Come sono diventata una sex worker"

"La prima volta fu una brutta esperienza", racconta Laura: "Lavoravo come lap dancer, non avevo mai sentito la necessità di prostituirmi anche se le mie colleghe facevano uscite da 500 euro l'ora. Una sera fui costretta perché era un amico della proprietaria. Fu brutto, ma dimenticai in fretta. Non ne soffrii.

Mi chiesi se fosse un meccanismo di cancellazione o se semplicemente fossi fatta così.

Per cui riprovai, stavolta con un uomo gentile. Tornai a casa sentendomi uguale alle altre sere. Non mi rimaneva nulla, a parte i soldi. Ci ho riflettuto tanto, poi ho deciso di accettare le proposte che mi arrivavano".

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Senza mai imporsi nulla: "Negli anni mi sono fermata ogni volta che diventava pesante. Devi comunque parlare con le persone, sopportarli. Come qualunque altro lavoro al contatto col pubblico ha un certo livello di burn out. Ho fatto altro, mi sono costruita delle professionalità. Ma ogni volta che avevo bisogno, ricominciavo". 

Essere una sex worker in Svizzera 

In Svizzera, la prostituzione è regolamentata dal 1942. Qui, le donne che lavorano nell'industria del sesso sono tutelate: "Ci sono diverse modalità per lavorare qui. Puoi farti la partita Iva, anche se è difficile per chi non ha la cittadinanza, e pagare le tasse più una sorta di assicurazione sanitaria, come con gli altri lavori. Hai un numero della polizia da chiamare in caso di bisogno. Puoi mettere le telecamere all'ingresso e chiedere che ti venga inviato un documento del cliente se devi fare l'escort".

I clienti svizzeri, di solito, non hanno problemi a scattarsi un selfie accanto al documento: "Gli altri spesso sì". Prima, Laura lavorava in un appartamento: "Oggi sono in un contact bar. L'appartamento è più elegante e discreto. Con il tempo e una buona pubblicità ti fai i clienti di classe. Esistono anche contact bar eleganti, ma il mio non lo è. È un pub, con l'ascensore che porta alle camere. Li chiamano studi, perché sono registrati per lavoro e hanno il permesso di abitazione. Il giorno lavoriamo con gli annunci, alle 17 apre il bar e scendiamo a cercare clienti lì".

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Le sex worker guadagnano una percentuale sui drink venduti, il contact bar sulla camera: "La parte positiva, oltre alla gestione assolutamente familiare, è che se non fai nulla non paghi la stanza. Cosa che invece se prendi l'appartamento sei tenuta a fare". Lavorare in un bar ha anche altri aspetti per cui alcune sex workers lo preferiscono all'appartamento: "Puoi scegliere a chi avvicinarti, le ragazze si scambiano consigli sui clienti. Chi ha la carta di credito, chi è sporco e va obbligato a farsi la doccia, per esempio. Poi si sta in compagnia. È un ambiente abbastanza disteso". 

Quanto guadagna una sex worker 

È la prima volta in Svizzera, per Laura. E se avesse saputo che aria tirava in agosto, non sarebbe partita: "I guadagni dipendono dal mese. Agosto non è un periodo positivo. Avevo bisogno di allontanarmi dal caos vacanziero della città in cui vivo in Italia. Non avevo i soldi per fare le ferie altrove, così sono partita senza sapere nulla".

"La prima settimana non ho guadagnato niente e sono andata in perdita di qualcosa. In un mese avrò fatto sui 3 mila franchi (circa 2,6 mila euro, ndr), quindi poco. Di solito, quelle che lavorano pulito fanno intorno ai 7 mila franchi. Quelle che invece lavorano rischiando, cioè senza preservativo, o abbassando i prezzi, fanno anche 20 mila franchi nei mesi buoni, cioè tutti tranne gennaio e agosto", spiega. 

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Alcuni uomini sono disposti a spendere parecchio pur di fare sesso senza preservativo: "Possono arrivare a pagare anche molto di più. Sabato mi hanno proposto 3 mila franchi per la notte insieme, il doppio del solito. Noi non avremmo problemi con le colleghe che vogliono rischiare, se facessero il sovrapprezzo. Il problema è quando lo fanno ai prezzi normali o addirittura meno". 

Sex workers, lo stigma 

Anche se in Svizzera la prostituzione è regolarizzata e tutelata, essere una sex worker può pregiudicare la possibilità futura di lavorare al di fuori dell'industria del sesso: "Pare che farti fare un permesso come lavoratrice del sesso crei problemi se ti vuoi stabilire in Svizzera facendo un altro lavoro, quindi spesso le donne si fanno fare un permesso come barista o donna delle pulizie, pagando una tassa al proprietario del locale o del bordello. Oppure lavorano senza documenti: la multa è di 500 franchi e non c'è foglio di via. Lo stigma è forte, ma le donne che arrivano non lo sentono tanto. Quelle che invece qui ci abitano sì. Le altre arrivano, lavorano qualche mese e poi tornano a casa dove in pochissimi sanno". 

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Oltre ai pregiudizi della gente, c'è anche quello della propria famiglia: "Se lo sapessero, morirebbero. Qualche sera fa, un uomo ha bussato alle cinque e mezza. Ero da sola in casa. Non ho aperto anche se forse era un mio cliente. Non era tanto la paura di essere uccisa o menata, perché c'erano le telecamere. Il  rischio era lieve, e comunque lo avrebbero beccato. No. Avevo il terrore che, morendo, i miei avrebbero scoperto tutto".

E l'amore? "Questo non è il lavoro della mia vita, come non lo sarebbe lavorare in fonderia. Se io avessi una relazione con qualcuno mi aspetterei che quel qualcuno mi aiutasse a realizzare i miei sogni, a vivere meglio. Come ho sempre fatto io. Quindi, che sia questo o un altro dei mestieri che si fanno perché bisogna lavorare, credo che se una persona non ti aiuta a fare di meglio non ti ama".

Sex workers e schiave

Si fa resistenza a pensare che una donna possa scegliere autonomamente di fare la sex worker: "Vengono raccontate solo storie di vittime. Che va anche bene, sono contenta ovviamente se queste persone vengono aiutate. Ma il rovescio della medaglia è una narrazione delle donne libere come viziose, viziate, privilegiate, che potrebbero fare un lavoro pesante ma alle quali pesa troppo...".

Sulla correlazione tra abusi subiti e sex work: "Ieri un'amica mi ha fatto leggere il solito articolo contro il capitalismo, soprattutto quando si vende sesso o capacità di cura. Si ribadiva che, spesso, noi siamo state vittime di abusi. Ma io conosco moltissime donne vittime di abusi che svolgono altri lavori. Hai mai letto uno studio che parli delle conseguenze dello stupro nella decisione di fare la cassiera? Mi sembra un target talmente ampio, quello delle donne che hanno subito violenza, abusi, molestie, che usarlo solo per motivare le accuse contro il sex work mi sembra cherry picking (fare una cernita, come si fa con le ciliegie, tra le prove scegliendo accuratamente solo quelle a sostegno della propria tesi di partenza, ndr)".

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Secondo Laura, alla stigmatizzazione delle sex workers contribuisce anche una buona dose di sessuofobia: "Ci faccia caso. Se si parla di fare massaggi o cerette è tutto ok. Quando si parla di fare sesso orale, il corpo diventa sporco, le secrezioni orrende e le relazioni violente. Eppure posso raccontare da oggi all'infinito di cerette totali a sederi sporchi o massaggi a piedi tossici. Divertire il prossimo o servirgli da mangiare, farlo spaventare o commuovere, è nobile. Fargli avere un orgasmo è degradante. Poi c'è questa convinzione del sesso come qualcosa di speciale che si dona. Come una magia che la donna concede di vivere sul suo corpo. Idea anche molto passiva del sesso al femminile".

Una narrazione che, per Laura, finisce per degradare anche le vittime dello sfruttamento: "Tutto questo non aiuta nemmeno le schiave, comunque. Devono sopravvivere allo shock di essere schiave ma anche ripulirsi agli occhi della società. Giudicate comunque per aver fatto qualcosa ritenuto sporco".

Sex workers, tutele e case chiuse

A sessant'anni dalla legge Merlin - che ha reso illegali in Italia le case chiuse, ma non la prostituzione -, il tema della tutela delle sex workers viene spesso affiancata alla proposta di riaprire i bordelli. Nonostante siano le dirette interessate a essere fortemente contrarie: "Vengono raccolte le firme per la reintroduzione delle case chiuse. Ma di chi sono queste firme? Persone che con noi non hanno nulla a che fare. Le case chiuse in Germania hanno solo peggiorato le cose. Io avevo due colleghe con la cittadinanza tedesca e il permesso di lavoro di lì. Beh, loro preferiscono comunque venire in Svizzera". 

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Allora come regolamentare il lavoro delle sex workers? "Chiediamo la possibilità di lavorare assieme, in cooperative, assumere guardie del corpo, autisti, poterci pubblicizzare, poter dire a un tassista o a un albergatore quello che stiamo facendo. Senza che sia tutto un gioco di sguardi in cui: 'ok, ti faccio fare, ma non ne so nulla'. Oppure: 'sì, ti faccio fare e mi prendo una quota maggiore per il rischio che corro'. Insomma, vogliamo la possibilità che sia tutto un po' meno oscuro.

In questo modo anche il cliente saprebbe se sei una schiava o una donna libera. E la polizia potrebbe controllare davvero, non solo ripulire le strade. Perché ci sono tante sex workers libere anche sulle strade".

Sulla necessità di tutele: "Conta il livello di stress e usura, non la parte del corpo che si usa nel tuo lavoro. Ci sono mestieri psicologicamente pesantissimi che vengono trattati come vocazioni e mestieri allo stesso livello di pazienza, come il mio, che vengono esagerati in gravità. Ma io mi stresso quanto un addetto al customer care. La parte pesante è quella che precede il sesso. Parlare col cliente, capire chi è, cosa vuole, come posso modulare il mio modo di essere per 'acchiapparlo'. Esattamente come fa una commessa, un agente. Poi bisogna preoccuparsi di capire se il cliente possa essere pericoloso, e qui mi riferisco all'Italia o agli altri paesi in cui non siamo al sicuro quando svolgiamo il nostro lavoro".

Sex workers e sex dolls

Intanto, dopo sessant'anni di legge Merlin, una casa chiusa ha visto per davvero la luce in Italia. Certo, casa chiusa si fa per dire: parliamo del LumiDolls di Torino, il bordello con sex dolls in silicone sbarrato dalla polizia municipale a soli 9 giorni dall'apertura: "Se parliamo della stessa clientela? In alcuni casi sì. La settimana scorsa, una collega ha buttato giù dal letto un cliente obbligandolo a vestirsi e andarsene. Era molto dotato, lei aveva chiesto più volte di fare piano e quello non si calmava. Ecco, qualche bastardo capita anche qui. Mai svizzeri, loro sono senza sangue e molto precisi nel rapporto con le sex workers. Non chiamano mai le donne che non fanno bizarre per chiedere sesso non convenzionale, per esempio. Insomma ci sono quelli che si rapportano con noi come se fossimo di gomma. Ma noi li meniamo".

Una bambolaHDFree Images

Il fatto che fare sesso a pagamento sia legale, ma il lavoro non regolamentato, sembra riconoscere e comprendere l'esigenza del cliente dribblando deliberatamente su quello delle sex workers, spesso costrette a lavorare su strade insicure: "Sì, il fatto che aprano queste case con le bambole mi sembra un modo per riconoscere il diritto agli uomini, magari con il vecchio adagio che sono animali e devono sfogarsi, pur non riconoscendone affatto a noi. Come le case chiuse". Ormai sono le 15, Laura ci saluta: "Vado a farmi una doccia". Tra due ore riapre il contact bar, ricomincia un'altra serata. 

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