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Copyright, la direttiva UE: è la fine dell'informazione libera?

Garantire l'informazione libera, ma anche la sopravvivenza dell'informazione di qualità: è questa la vera sfida dell'era digitale.

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L'Europarlamento ha approvato la direttiva sul copyright con 438 sì, 226 no e 39 astenuti. Il via libera comprende anche i tanto discussi articoli 11 e 13. C'è chi applaude alla decisione del parlamento europeo - "La direttiva sul diritto d'autore è una vittoria per tutti i cittadini", dichiara in un tweet il presidente Tajani - e chi invece si manifesta scettico se non apertamente critico, nei confronti di una riforma accusata di limitare la libertà di circolazione delle informazioni online. 

Uno dei punti più dibattuti è quello che cerca di risolvere la controversia tra editori e grandi aggregatori di notizie. Secondo quanto previsto dall'articolo 11, gli editori potranno essere ricompensati anche per l'utilizzo di frammenti di articoli o brevi anteprime, così che servizi come quello offerto da Google News contribuisca a finanziare i produttori di contenuti originali.

Altra questione è quella dell'articolo 13, che impone alle piattaforme di verificare preventivamente i materiali caricati dagli utenti per evitare la diffusione illecita di contenuti protetti da diritto d'autore. Oltre alla difficoltà di ideare un simile sistema di controllo, gli avversari di questa riforma denunciano il rischio che il filtro sull'upload dei contenuti possa compromettere la libertà di condivisione dell'informazione.

Il peso dei colossi di Internet: l'articolo 11

Nel mirino della direttiva ci sono soprattutto i grandi aggregatori di notizie e le piattaforme di condivisione di contenuti creativi. Tra questi, Google News è il primo obiettivo, simbolo della lotta dell'editoria sul fronte del copyright nel mercato digitale.

Da una parte, il mondo dell'informazione - che sul web si nutre di visualizzazioni e pubblicità - chiede che anche l'utilizzo di estratti di articoli venga pagato, accusando il servizio di link del motore di ricerca di contribuire al calo di visite ai contenuti editoriali originali. Dall'altra, Google News si difende garantendo di contribuire al traffico dei siti d'informazione, denunciando l'ingiustizia e l'insostenibilità di quella che è stata ribbattezzata la "LinkTax".

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La guerra del copyright ha radici profonde e rappresenta la complicata evoluzione dell'editoria nell'era digitale. In Spagna, i prodromi di questa battaglia si sono visti già quattro anni fa. E non è detto che gli effetti abbiano giovato al mondo dell'editoria, già provato dal salto dalla carta stampata alla pagina digitale.

La legge approvata dal parlamento spagnolo prevedeva infatti un risarcimento da parte di Google News per l'utilizzo di contenuti editoriali altrui. Risultato? L'aggregatore di notizie decise di chiudere i battenti. Le proteste degli editori, che proponevano al colosso di trattare, si sono rivelate lungimiranti. Perlomeno stando a uno studio di Nera Economic Consulting, che fotografava la situazione dopo pochi mesi dalla chiusura di Google News, parlando di un calo fino al 14% delle visite sui siti delle testate giornalistiche.

Il nodo centrale da valutare resta dunque il seguente: gli aggregatori sono complementari o competitors del servizio offerto dalla stampa? E soprattutto: basterà l'articolo 11 a rammendare i buchi nella maglia del mondo dell'editoria?

Informazione libera vs Fake News

La direttiva del copyright pone nuovamente l'attenzione sulla gratuità dell'informazione nell'era di internet. La digitalizzazione estesa ha prodotto enormi possibilità: questo è un fatto incontrovertibile, che pochi oggi potrebbero permettersi di discutere con cognizione di causa.

Che i cosiddetti “nativi digitali” godano, insomma, di una ricchezza di risorse di gran lunga superiore rispetto a quella delle generazioni precedenti è ormai una certezza. Ma che questa sovabbondanza di opportunità si traduca sempre in una benedizione, per l'indigeno del web, è una dichiarazione perlomeno avventata.

Tra gli enormi vantaggi c'è senza dubbio quella di aver reso possibile, finalmente, una fruizione davvero democratica della cultura, una circolazione irrefrenabile che permette non solo all'utente di leggere liberamente (e gratuitamente) i contenuti, ma anche di produrne. Questo però può diventare rischioso se non addirittura dannoso per l'industria culturale, con il pericolo che l'opportunità di moltiplicare il bacino d'utenza del sapere finisca anche per stroncarne il valore. E quello che non ha valore difficilmente può essere anche di qualità. 

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Questo è un punto nodale della lettera del giornalista Sammy Ketz, direttore dell'ufficio di Bagdad dell'Agenzia France Presse e inviato di guerra: le inchieste di qualità costano soldi, mettere in condizione gli editori di potersele permettere garantisce un servizio giornalistico di qualità, quanto di più vitale in un sistema democratico.

Oggi, l'utente digitale deve destreggiarsi abilmente in una selva intricata di input e informazioni - non sempre corrette - dotate di un potere enorme, a partire dalla potenziale diffusione. Le fake news sono solo l'esempio più evidente di ciò che accade quando le grandi possibilità del web vengono messe a servizio di un contenuto di scarsa qualità.

Chi è "digitalmente educato" ha gli strumenti per difendersi  - per esempio ricorrendo ai servizi di debunking. Gli altri, invece, non ne sono immuni e contribuiscono al proliferare di menzogne virali.

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Questo è un problema che riguarda i social network per primi, chiamati a vigilare sui contenuti che veicolano districandosi tra informazioni (maliziosamente) false e rispetto per la libertà d'espressione. Facebook per primo sta cercando risposte, da una parte limitando o disattivando alcune funzionalità delle pagine (come la possibilità di cambiare foto o titolo prima di postare un link), dall'altra chiudendo account responsabili della diffusione di fake news. 

Tornando alla direttiva, il parlamento ha approvato una versione modificata rispetto a quella respinta a luglio, attenuata negli aspetti più controversi ma non snaturata negli intenti. Ora sarà analizzata nei negoziati tra istituzioni europee e stati membri. Non è detto che alla fine la direttiva venga adottata: questo potrebbe essere impedito qualora uno stato o più stati decidessero di ostacolarla. 

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