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Intervista a Pietro Mereu, regista del documentario 'Il clan dei Ricciai'

Il regista sardo ci racconta una realtà ai margini, quella di un gruppo di ex detenuti che nella pesca dei ricci di mare ritrovano una seconda vita.

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È una storia di riscatto sociale “Il clan dei Ricciai”, l’ultima opera diretta dal film maker e sceneggiatore lanuseino Pietro Mereu. Presentato al 14/mo Biografilm Festival si è aggiudicato il premio di distribuzione “Ucca – L’Italia che non si vede”. Ambientata nel Golfo degli Angeli, tra il porto, i quartieri di Cagliari, i banchi di pesce e l’ex carcere del Buon Cammino, testimonia «un mondo che non esiste più, quello della vecchia mala, fatta di omertà, carcere e tatuaggi», come sottolinea Mereu.

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Al centro del racconto, accompagnato dalle note delle canzoni del cantautore Joe Perrino, un gruppo di ex galeotti tatuati che vivono pescando in mare i ricci, la loro ultima spiaggia dopo anni di reclusione. Una pratica antichissima che rischia di scomparire, documentata dal regista con occhio discreto e realistico.

Protagonisti Massimo che rubava macchine e faceva lo scafista, Andrea che si taglia con le lamette e non ha più la patria podestà dei suoi figli, poi Bruno e Simone, il più giovane che è cresciuto con i nonni e Gesuino Banchero, il patriarca del gruppo che con la sua cooperativa di pescatori restituisce a questi uomini loro dignità.

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Perché ha scelto di raccontare questa storia?
Mi ci sono trovato in mezzo. Stavo girando come attore un film indipendente e la base operativa del set era l'officina dei ricciai. Abbiamo fatto amicizia e ho iniziato a conoscere il loro mondo. Da quel preciso momento ho deciso che avrei raccontato la loro vita.

La pesca dei ricci, in Sardegna, è un’attività antica che in pochi praticano e si spartiscono le zone di pesca. Come funziona il “sistema”?
Diciamo che non esiste un vero e proprio sistema, il fatto è che i cagliaritani sono più numerosi e spesso anche ex carcerati. Diciamo che sono un po’ degli 'Attila del mare' e qualche anno fa con quelli della zona di Oristano si sono fatti molti dispetti, sfociati in attentati, risse e fucilate. Gesuino mi ha raccontato che ad Olbia gli avevano persino affondato delle barche.

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Chi di loro l’ha colpito più di tutti e perché?
Bruno Banchero, tatuatore di carcere, cugino di Gesuino. L'unico ad essere recluso quando giravo il documentario, ma contemporaneamente era il personaggio più sereno di tutti, sempre sorridente e felice. Non è un paradosso?

Dalle parole dei protagonisti, dalla loro la vita tatuata sul corpo emerge che il carcere non è una struttura di recupero, anzi…
Quello che emerge dal mio film è che a volte riesci a rifarti una vita come Gesuino, perché hai un carattere forte, ma altre volte, come Andrea, sei sopraffatto dal mondo esterno e comunque continui a ragionare da vecchio carcerato, rimanendo sempre un emarginato.

Come è riuscito a conquistare la loro fiducia?
Forse è un dono, lo dico senza falsa modestia, ma riesco sempre a mettermi in una posizione di ascolto, senza giudizio, perché sono molto interessato ad ascoltare le vite delle persone che scelgo di seguire.

È stato difficile metterli a loro agio?
Ho dovuto oltrepassare il muro della diffidenza, ma venendo anche io da una periferia, dall'Ogliastra che è una zona interna della Sardegna, ho avuto fin da subito una grande empatia nei loro confronti.

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Hai iniziato come autore televisivo, cose le ha insegnato quel tipo di esperienza?
A fare dei lavori che possono anche intrattenere e non solo andare in profondità. Ho iniziato con Chiambretti e ultimamente ho seguito dei programmi con una base documentarista: “Senza regole” sul calcio storico fiorentino e il docu- reality “Anime in ballo” che rappresentano l’incontro tra due mondi, la televisione di qualità e il documentario d’autore.

Come è riuscito a farsi produrre dalla Drive Production Company di Nicolas Vaporidis?
Ho semplicemente contattato Nicolas su Facebook e lui mi ha risposto, poi gli ho mandato una mail e ci siamo visti. Mi ha fatto fare una clip e poi ha deciso di produrre “Il Clan dei Ricciai”. Quindi se li usi bene i social funzionano.

Quali sono i prossimi progetti su cui sta lavorando?
A luglio sarò in Colombia a fare i sopraluoghi per una nuova, bellissima storia. Poi molte serie di documentari che sto sviluppando con importanti case di produzione.

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