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David Harbour di Stranger Things parla del suo disturbo bipolare

L’attore ha parlato candidamente della sua battaglia con la malattia mentale e la diagnosi di disturbo bipolare.

L'attore David Harbour Getty Images

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David Harbour, la star di Stranger Things, ha parlato pubblicamente per la prima volta del disturbo bipolare che lo affligge da molti anni in un podcast condotto da Marc Maron, divenuto famoso qualche anno fa per aver intervistato Barack Obama nel suo garage.

L’attore che interpreta Chief Hopper nella fortunata serie Netflix ha raccontato che questo problema gli fu diagnosticato quando aveva 25 anni, a seguito di un episodio maniacale che lo ha portato ad essere internato in un centro per la salute mentale. Nell’intervista la star, ora 43enne, ha parlato con molta franchezza di come sia vivere con una malattia mentale, dei suoi trascorsi di dipendenza, e come gestisce il bipolarismo grazie a medicine, cheeseburgers e sigarette.

I problemi sono sorti quando era ventenne, e da quel momento Harbour ha cercato di ritrovare l’equilibrio completando il programma di riabilitazione in 12 passi e la conversione ad un cristianesimo mistico. L’attore ha infatti spiegato che il suo primo contatto con la spiritualità era legato alla sua malattia. “Ecco una cosa interessante, di cui non ho mai parlato in pubblico: ero molto interessato in questa cosa del cattolicesimo… e sono stato sobrio per circa un anno e mezzo, avevo 25 anni, ed ho avuto un episodio maniacale. Mi venne diagnosticato il disturbo bipolare”.

Ed ha continuato: “C’è stato un momento in cui pensavo di essere in contatto con Dio. Ma non era vero. Era come se avessi all’improvviso tutte le risposte”. Maron dunque gli ha chiesto se all’epoca facesse uso di droghe, ed Harbour ha risposto: “No, ma la cosa bella è che ho realizzato che non ne avevo bisogno. Che posso vedere ‘gli elfi’ agli angoli di una stanza se davvero mi permetto di andare in quella direzione con la mente.

E quindi fui letteralmente portato -dai miei genitori - in un manicomio.

Di questa esperienza David Harbour dice: “Nella mia vita ho idealizzato solo due cose, ed entrambe sono state una delusione. Una di loro era stare in un manicomio. Non è affatto divertente come si potrebbe pensare, ma tutti ne abbiamo un’idea romantica - tipo ‘tu sei un genio’ - ma alla fine è solo un posto triste che puzza di m***a”. L’altra cosa su cui aveva fantasticato Harbour era andare in barca: “Proprio di recente sono andato in mare aperto e ho letto Moby Dick un milione di volte e davvero non è così sexy. È anzi molto simile all’esperienza del manicomio”.

E poi mi fu diagnosticato il disturbo bipolare. Ed è stato quello il momento in cui sono entrate in scena le droghe.

Ed ha aggiunto: “Ho assunto medicinali per il bipolarismo per molto tempo. E i problemi andavano e venivano. È stata una lotta. Prendere le medicine e poi lasciarle”. La difficoltà, ha spiegato, era dovuta al fatto che gli mancava la mania, ma anche che aveva forti insicurezze sulle sue capacità di attore: “Pensi di non essere l’artista che potresti essere, che non stai scavando a fondo quanto potresti.

La cosa buffa del mio cervello è che ogni volta che ho vissuto un episodio del genere, c’entrava la spiritualità.

Ed ha continuato: “Normalmente, le persone dicono ‘Ho bisogno di meditare di più’ o ‘Dovrei iniziare a fare yoga’. Ma la soluzione di Harbour è diversa e ben più concreta.

Io ho bisogno di un cheeseburger e fumo qualche sigaretta e esco con gli amici.

L’attore infatti ha imparato che, quando capisce che è in pericolo di rivivere uno di quei momenti difficili, affidarsi completamente al “misticismo” e a quella sensazione di “consapevolezza totale” è come uscire di senno.

Quindi se dovessi mai scrivere un manuale di auto-aiuto sarebbe ‘siediti sul divano e gioca a qualche videogame.

Al momento, Harbour sta vivendo un ottimo periodo nella sua carriera: Stranger Things continua ad essere un fenomeno amato a livello globale, ed il suo lavoro nella serie è impeccabile; lo vedremo anche, nel 2019, nei panni di Hellboy di Neil Marshall, che è già in fase di post-produzione.

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