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Il concerto di Motta a Milano: tanto suono e parole strappate a metà

Il suo ultimo album stacca di netto tutti quelli italiani usciti in questa prima parte del 2018 e lo show di ieri sera ne è stata diretta conseguenza.

Motta, sulle strisce pedonali, in mezzo alla strada, immerso nel fumo Ufficio stampa

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Per raccontarvi della complessità del concerto di Motta, ieri sera all'Alcatraz di Milano, sarebbe sufficiente partire da un primo dato: il numero di pezzi suonati. Diciassette.

Contro i ventitré-venticinque-ventisette brani che normalmente affollano le scalette di un qualsiasi concerto. Semplice: perché Motta prende le canzoni del disco, le allunga, le seziona.

Ne estrapola un’essenza quasi invisibile, ma che immediatamente diventa paradigma unico intorno al quale fondare l’esibizione dal vivo di quel pezzo. Magari girando intorno al suono di due tamburi, suonati da lui al centro del palco.

Stasera Alcatraz, Milano, un anno dopo. 📷 @therealviz

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E così succede che l’intro strumentale di Ed è quasi come essere felice sembri in realtà un’introduzione al concerto di Motta: una specie di gruppo psichedelico proveniente da Marte e arrivato all’Alcatraz di Milano, per preparare un tappeto sonoro fatto del delicato ma continuo e progressivo incunearsi di un suono nell’altro.

Finché il suono non viene accompagnato da una figura: un ragazzo alto, magrissimo, con i capelli lunghi, un volto da ragazzino e alcune canzoni belle da far tremare dall’emozione. Una specie di suite iniziale: come una dichiarazione d’amore, di quasi felicità. Per poi accompagnare il pubblico, lungo quasi due ore di musica, in un viaggio a tratti intimo, a tratti generazionale.

E, se più volte Motta aveva espresso una sua sofferenza nell’atto fisico dello scrivere canzoni, sembra che invece la dimensione del concerto sia il suo habitat naturale.

Si muove nervoso - ed è un nervosismo che trasuda felicità - da un lato all’altro del palco. Canta i pezzi del suo ultimo album, Vivere o morire. C’è il Motta della “forma canzone”, il Motta con la chitarra acustica: quello de La fine dei vent’anni, quello di Chissà dove sarai, quello di Sei bella davvero.

E poi c’è il Motta che sembra aver passato una vita in uno studio di registrazione, divertendosi a cercare tutte le soluzioni sonore possibili: quello di Quello che siamo diventati, con il graffio di Prenditi quello che vuoi e di Roma stasera. E la poesia di Mi parli di te: chitarra acustica ed elettrica, pianoforte e voce. Di Motta. Di fronte a lui, tante altre.

Racconta di amicizia. A partire da quella con i suoi compagni sul palco (Federico Camici al basso, Simone Padovani alle percussioni, Cesare Petulicchio alla batteria, Leonardo Milano a tastiere e cori e Giorgio Maria Condemi alle chitarre).

Accarezza più volte l’amore, senza mai parlarne apertamente. Si dice contento di invecchiare, soprattutto se insieme alle sue canzoni. Si dice felice, su un palco, di fronte a tanta gente. Lo aveva detto a inizio concerto, con la prima canzone.

Lo ripete più volte, a parole, senza musica, nel corso del concerto. Toglie il quasi.

La scaletta del concerto di Milano:

  1. Ed è quasi come essere felice
  2. La fine dei vent’anni
  3. Quello che siamo diventati
  4. Vivere o morire
  5. La prima volta
  6. Chissà dove sarai
  7. Per amore e basta
  8. Del tempo che passa la felicità
  9. E poi ci pensi un po’
  10. Prenditi quello che vuoi
  11. Roma stasera
  12. Se continuiamo a correre
  13. Abbiamo vinto un’altra guerra
  14. Sei bella davvero
  15. La nostra ultima canzone
  16. Fango (dei Criminal Jokers)
  17. Mi parli di te

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