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Fashioned from Nature: al Victoria&Albert Museum di Londra una mostra su moda e ambiente

Abiti innovativi fatti di bottiglie di plastica riciclate e scarti d’uva

Ogni anno vengono buttati o inceneriti 8,4 miliardi di tonnellate di vestiti Getty image (AbitiRiciclati4)

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I design di certi tessuti ci riportano al ricordo della natura come l’abito con cavalli e paesaggi realizzato da Stella McCartney. L’ambiente è sempre stato fonte d’ispirazione, ma anche vittima della cultura “usa e getta”.

Con Fashioned from Nature il Victoria&Albert Museum di Londra esorta il pubblico a “riconsiderare eticamente il contenuto del guardaroba”. Ogni indumento in media è indossato quattro volte nel corso della sua vita. L’era del consumismo non ha preservato, ma ha portato allo spreco e a sbarazzarci con facilità delle cose.

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E questa l’idea da cui è partita la mostra Fashioned from Nature ˗ aperta fino al 27 gennaio 2019 ˗, vuole essere molto esplicita nel suo scopo educativo. “Speriamo di convincere il visitatore e riconsiderare il contenuto del suo guardaroba”, ha spiegato la curatrice Edwina Ehrman. E ha aggiunto: “Se il pubblico prende consapevolezza di quello di cui sono realizzati i suoi vestiti e di come sono stati fabbricati, farà delle scelte migliori, creare una filiera durevole ed etica sembra ambizioso ma porterebbe dei benefici inestimabili per la società, per la salute del nostro pianeta e per i suoi abitanti”.

Nei grandi saloni londinesi sono in mostra più di trecento oggetti e vestiti dal '700 a oggi, il V&A racconta come da sempre la moda si sia nutrita di natura avviando tendenze che hanno devastato e che sono dure a morire come il mercato dell’avorio e delle piume esotiche, ma anche dei pellami e delle controverse pellicce, messe al bando di recente da grandi maison come Gucci, Versace, DKNY e John Galliano.

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Si traccia una storia di devastazione, di saccheggio e sfruttamento, di dipendenza dell’estetica dal mondo naturale. La globalizzazione nella moda è iniziata presto, con l’imperialismo e la crescita del commercio.

La curiosità e la voglia di appropriarsi delle forme e dei suoni della natura sembrano essere stati sempre inesauribili come dimostra un paio di orecchini, realizzati con teste d’uccellino del 1875.

Con la massificazione della moda ˗ iniziata nel '900 ed esplosa nel secondo dopoguerra ˗, iniziano i problemi veri. Ai sarti di quartiere si sostituiscono i grandi magazzini di moda pronta. E poi negli anni '60 hanno inizio i primi esperimenti dei tessuti sintetici fatti di petrolio e colori sgargianti. Il problema ambientale è esploso portando alla consapevolezza dello sfruttamento e alla nascita dei primi movimenti ecologisti di massa.

Con il tempo il problema è peggiorato: tra il 2000 e il 2014 la produzione di vestiti nel mondo è raddoppiata. Ogni anno vengono buttati o inceneriti 8,4 miliardi di tonnellate di vestiti solo in Europa, l’equivalente di 18 chili di vestiti a persona. Per fare un paio di jeans ci vogliono otto metri cubi d’acqua, è facile capire perciò l’entità del danno e dello spreco.

Nell’esposizione del Fashioned from Nature vi è la lana grezza, i bozzoli di seta e le foto degli animali accanto agli indumenti fatti con le loro piume e le loro pelli, a ricordare cosa c’è dietro ad ogni vestito. Ci sono gli  abiti innovativi come quello indossato da Emma Watson al MET Gala del 2016 ˗ fatto di bottiglie di plastica riciclate ˗ e quello di un tessuto chiamato Vegea, prodotto con gli scarti d’uva.

La terza parte della mostra è dedicata alle soluzioni che passano attraverso una cultura del riciclo e del rammendo, oltre che a un consumo più consapevole. È dunque una mostra che ha lo scopo di far riflettere, indirizzare ed educare, perché la sostenibilità deve essere la nuova filosofia di vita.

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