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Dogman: la recensione del film di Matteo Garrone, trionfatore a Cannes

Dogman di Matteo Garrone, in concorso al Festival di Cannes e ispirato a un fatto di cronaca, è uno splendido e dolente viaggio metaforico in una civiltà arcaica che ha perso ogni punto di riferimento.

Una immagine tratta da Dogman, il film di Matteo Garrone 01Distribution

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Nelle frenetiche giornate di ogni festival internazionale del cinema degno di nota, si è oramai instaurata tra i professionisti della comunicazione una vezzosa abitudine: riportare con incredibile e sincrona precisione la durata degli applausi che accoglie la conclusione delle proiezioni di ciascun film in concorso. Magicamente, i minuti sono sempre 10, non uno di più e non uno di meno: un entusiastico, dubitativo e aleatorio indicatore di qualità e testimonianza del gradimento di un pubblico dalle incredibili e atletiche risorse manuali. Dogman di Matteo Garrone, in concorso all’appena concluso Festival di Cannes, non ha fatto numericamente eccezione ma, al contrario di altre applaudite pellicole, i suoi 10 minuti di lodi e trionfo sonoro li ha ampiiamente meritati.

Liberamente ispirato a un triste fatto di cronaca italiana del 1988 noto come il delitto del Canaro della Magliana, Dogman (qui la conferenza stampa) prende solo spunto dalla vicenda, la barbara uccisione di un delinquente ed ex pugile fallito, da parte di un mite toelettatore di cani. Il regista si allontana dalla tragicità del reale e costruisce invece un’accecante e malinconica epopea di una vittima, Marcello (Marcello Fonte), tormentata a lungo da una personalità sociopatica, il nerboruto Simone detto ironicamente Simoncino (Edoardo Pesce) che si trasforma suo malgrado in un crudele e spietato aguzzino.

Fin dai primi minuti del film, l’occhio viene immediatamente colpito dal livido paesaggio dalle infinite tonalità di grigio che avvolgono case diroccate di un centro urbano (Castel Volturno) privo oramai di ogni vitalità e attrattiva, un non-luogo dal sapore post atomico in cui si muovono, come in un anfiteatro in rovina, personaggi che arrancano tra fatiscenti sale biliardo, disinvolti Compro Oro e giornate sempre uguali. La vita di Marcello è fatta di un lavoro umile, quello di parrucchiere per cani, animali che ama profondamente così come adora la sua unica figlia, con cui sogna di immergersi nelle acque calde delle Maldive e si accontenta, momentaneamente, di perlustrare i fondali di un più modesto litorale.

Una immagine tratta dal film Dogman di Matteo GarroneHD01Distribution

Marcello è sempre collaborativo, gentile, attaccato alle regole inquiete di una piccola comunità in cui si fondono paura, rassegnazione e disinvolte derive fatte di furti e piccolo spaccio. Marcello non è certo un santo ma cerca di rimanere a galla in una civiltà arcaica in cui, letteralmente, cane mangia cane perché i codici d’onore di antichi delinquenti sono oramai completamente disattese, spazzata via da una nuova generazione di criminali da mezza tacca, incarnata dal violento e balordo Simoncino, più pericolosi dei loro progenitori per quel malsano vivere alla giornata e nessuna valutazione delle proprie azioni.

Nella sua parabola si intravedono in chiaroscuro metafore di un mondo oramai alla deriva, di una rivalsa senza costrutto del piccolo contro il gigante prepotente, gli affetti rarefatti che non possono più permettersi di andare in profondità per timore di essere cancellato dai propri simili, un “Rebel With a Cause” che paga a un prezzo altissimo il suo ingenuo quanto sacrosanto diritto di ricevere le scuse dal suo tormentatore, la dignità umana come riscatto e come condanna.

Marcello Fonti, Edoardo Pesce in una immagine dal film di Dogman di Matteo Garrone HD01Distribution

Dogman ha tutti gli assiomi della perfezione: la fotografia di Nicolaj Brüel di rara potenza espressionistica, dialoghi più veri del vero, una regia che fonda il suo racconto partendo dalla precisione chirurgica dei dettagli, dall’importanza di certi silenzi e sequenze solitarie e ricostruendo il magma emotivo dei protagonisti anche solo da una apparente trascurabile inquadratura della pioggia.

Garrone annuncia la tragedia con intelligenza e mestiere, non la mette mai esplicitamente a nudo, non concede sanguinose indulgenze da voyeur ma dissemina il racconto di note premonitrici, insabbia il malcontento che ribolle intorno alle vessazioni, al senso di impotenza e fatalistica sconfitta che fiaccano gli animi fino all’esasperazione. Perfezione, sì, ma non sarebbe tale senza il fondamentale apporto di Marcello Fonti: impagabile lo sguardo pieno di orgoglio e gratitudine nel ricevere a Cannes il Prix d'Interprétation Masculine, accolto con l’unanime ovazione di pubblico e critica, dal valore infinitamente superiore dei famigerati battimani a minutaggio.

il protagonista di Dogman, Marcello Fonte, a Cannes ritira il premio per l'interpretazione maschile HDGettyImages

Difficile trovare un aggettivo adatto alla sua mirabolante interpretazione che, al parti dell’altrettanto talentuoso collega Edoardo Pesce, travolge empaticamente lo spettatore di una sensazione elettrica, una fitta al cuore che lascia tramortiti, elevando l’attesa cinematografica a una vera esperienza esistenziale.

Dogman è nei cinema italiani dal 17 maggio.

Voto9/10

Una perfetta e dolente metafora dell'esistenza umana, tra realismo ed epica tragicità, con un protagonista superbo. Da non perdere!

Silvia Levanti

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