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Rupert Everett: 'Non volevo un Oscar Wilde iconico, lo volevo umano'

Rupert Everett ha incontrato la stampa a Roma per presentare il suo biopic su Oscar Wilde, The Happy Prince, con cui ha debuttato alla regia: ecco come ha descritto l’autore ed il suo fondamentale ruolo nella storia della comunità LGBTQ.

Rupert Everett mentre dirige una scena di The Happy Prince

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In un efficace misto di italiano e inglese, Rupert Everett ha presentato alla stampa il suo esordio alla regia, The Happy Prince - L'ultimo ritratto di Oscar Wilde, il film nel quale indaga l’ultimo periodo della vita dell’autore irlandese, durante il tormentato esilio tra l’Italia e la Francia cui fu costretto dopo aver scontato due anni in carcere, per aver commesso “atti osceni”.

È un ruolo che Everett ha ritagliato per sé, ed al quale lavorava da 10 anni: tanto ci è voluto per trovare i finanziatori, nonostante fin dall’inizio nomi importanti come quelli di Colin Firth, Emily Watson e Tom Wilkinson avessero aderito al progetto. Al riguardo Everett ha commentato: “Se avessi iniziato a scrivere il copione cinque anni prima, quando ero più famoso al cinema, non sarebbe stato così difficile”. Ed in effetti, il neo regista ammette con ironia di aver pensato a questo progetto proprio come un modo per ritornare sul grande schermo con un ruolo importante:

Cercavo di tirare avanti nel cinema, e quindi ho pensato che il modo migliore fosse scrivermi da solo un gran bel ruolo.

E di sicuro si è scelto un ruolo che gli calza a pennello, e con il quale ha una grande familiarità: non solo, infatti, ha recitato opere di Wilde a teatro, sia in inglese che in francese, ma aveva interpretato anche il suo alter ego al cinema nei film L'importanza di chiamarsi Ernest e Un marito ideale. Ancor di più, ha di recente dato vita al personaggio di Wilde nell’opera teatrale di David Hare The Judas Kiss, ottenendo recensioni stellari. Probabilmente, questo ottimo risultato in teatro e l’efficace ritratto che ha creato per il cinema nel suo primo film da regista sono frutto anche di una ricerca meticolosa. Rupert Everett infatti ha raccontato di aver letto in questi anni ogni libro pubblicato riguardo Wilde, sia quelli scritti dai suoi contemporanei che quelli più moderni; ma la vera miniera di informazioni è stata l’epistolario: “Grazie alle lettere, puoi sapere cosa stesse facendo ogni giorno, con chi si vedesse, dove andasse. È davvero emozionante”.

Questo spiega l’attenzione ai dettagli ed il sapiente uso delle citazioni durante tutto il film, che in ciò emula i suoi predecessori (Wilde, del 1997 e Il garofano verde, del 1960). E tra tutte le missive, ce n’è una che viene esplicitamente menzionata in The Happy Prince, quella scritta durante la prigionia e pubblicata poi come De Profundis, un vero e proprio saggio indirizzato al compagno Lord Alfred Douglas (chiamato Bosie, interpretato da Colin Morgan), nel quale Wilde esternò tutti i suoi pensieri più intimi, le ossessioni, e tutto ciò che si annidava nel più profondo della sua anima, compresa la sua visione della figura di Cristo, cui Everett fa riferimento nel film. “La sua idea di Cristo, se si legge De Profundis, è bellissima, molto acuta e sorprendente, il modo in cui descrive la sua figura è incredibile. Secondo  me la chiesa cattolica dovrebbe andarla a leggere”. Secondo il regista, Wilde si considerava una “figura simile a quella di Cristo. Nessuno saprà mai perché non è fuggito, evitandosi la prigione, ma per me l’unica risposta possibile è che ha visto un’opportunità di essere un po’ come Cristo: sacrificandosi, sarebbe tornato a nuova vita”.

L’importante presenza di Wilde nella carriera del regista è dovuta anche al fascino che l’autore ha sempre esercitato su di lui. Ricordando come, per un attore dichiaratamente gay come lui, farsi strada nel mondo “aggressivamente eterosessuale” dello showbusiness, soprattutto negli anni ‘80 e ‘90 (“adesso magari le cose sono più semplici”) abbia sempre comportanto un sacco di compromessi e “negoziazione”, Rupert Everett ha detto che per tutta la vita ha tratto ispirazione da Wilde. Nella figura dell’artista, infatti, ha sempre visto un uomo che ha precorso i tempi, un antesignano di quella che oggi è chiamata comunità LGBTQ. “Quando ero a Londra, appena adulto, a metà degli anni 70, era strano pensare che l’omosessualità aveva smesso di essere un crimine solo nel ‘68. Tutti sentivamo di camminare sulle orme di Oscar Wilde”. Oltretutto, la vicenda dell’autore de Il ritratto di Dorian Gray è, tristemente, sempre attuale.

La storia di un uomo che è stato distrutto solo perché era gay è una che continua a ripetersi ai giorni nostri. 

Ed ha aggiunto: “Succede in Russia, Cina, India, Jamaica, ma ancora peggio, succede in Italia e nel Regno Unito. Con l’aumento di consenso per partiti come la Lega e Ukip vediamo tanti esempi davvero terribili di un’omofobia che continua a diffondersi. Teenagers che si suicidano, la città di Genova che decide di non sostenere il gay pride, sembrano episodi isolati, ma sono segnali terrificanti. Come parte di una minoranza, sento di dover essere vigile ed attivo”.

Spiegando poi la scelta di soffermarsi solo sull’ultimo periodo di vita di Wilde, Rupert Everett ha commentato: “Gli ultimi anni di vita di Oscar Wilde sono per me una delle storie più romantiche del 19mo secolo. Amo la Belle Époque, e tutto l’ultimo decennio di quel secolo”:

Amo l’idea di questo grande vagabondo della letteratura, che come Verlaine fu ostracizzato dalla società, ed entrambi finirono per essere il relitto di se stessi, mendicando tra i boulevard di Parigi.

Bella anche la disamina che Everett fa della distruzione di Wilde, un errore autoinflitto per aver avuto l’arroganza di sfidare un sistema cui non apparteneva: era un irlandese, affascinato da un Lord che irrideva il suo stesso ambiente, e per questo molto snob. “Ha attratto la tragedia e lo scandalo su di sé. È lui che ha citato in giudizio Lord Queensberry. Se non l'avesse fatto, probabilmente l’establishment inglese lo avrebbe accettato”. Altrettanto chiaro, per Everett, è il fatto che il vero grande amore della vita di Wilde fu Robbie Ross (Edwin Thomas), che è “il personaggio più importante del film”, mentre quello per Bosie era solo un’illusione. “Ross gli offre tutto ciò che l’amore dovrebbe dare, cioè cura e presenza incondizionate. Ma lui è troppo preso da se stesso per capirlo”.

Sono sepolti insieme, lui ha risuscitato la sua carriera: quella tra loro è una grande e vera storia d’amore.

A tradire questa convinzione di Everett è la scelta del regista di smascherare un gioco del suo Wilde, che con la stessa frase fa ingelosire entrambi gli uomini della sua vita. “Vuole irritare entrambi. È fatto così. È un lato di lui divertente e pericoloso, secondo me”. Ed ha aggiunto che il suo approccio a Wilde voleva essere diverso dalla celebrazione dei film precedenti, da cui, secondo lui, il personaggio usciva più monotono.

Non volevo che fosse iconico, lo volevo umano.

Venendo agli aspetti più tecnici del suo film, Everett ha raccontato di aver tratto ispirazione, quanto all’aspetto visivo, dalla fotografia di Brassaï, in particolare la sua serie di scatti di Parigi nella nebbia. “Avendo dovuto ricreare gli ambienti parigini in Belgio e in Germania, avevo bisogno di coprire gli aspetti più fiamminghi e bavaresi dell’architettura, e la nebbia era il mezzo migliore”. Ancora, i dipinti di Toulouse-Lautrec, Monet ed in genere i riferimenti alla Belle Epoque. Per quanto riguarda invece lo stile registico, ha definito il suo approccio come un connubio di “Visconti e della TV a circuito chiuso”, in equilibrio dunque tra il cinema d’autore, progettato nei minimi dettagli, ed un documentario girato con telecamera a spalla. Tra i punti di riferimento preferiti nella sua estetica ci sono i fratelli Dardenne, che sono soliti inquadrare un personaggio per stabilire un contatto con lo spettatore, e poi spostano la telecamera altrove. 

I Dardenne mi piacciono. Spesso inquadrano il personaggio da dietro, cosa che trovo fantastica. La telecamera diventa un’osservatrice.

Visconti, poi, è parte fondamentale della formazione culturale di Everett, che ricorda di aver iniziato a studiare il cinema guardando i film suoi e di Zeffirelli, il suo discepolo, imparando ad apprezzare l’attenzione per i dettagli di quel cinema

Per Bosie avevo in mente Tadzio, e Morte a Venezia è uno dei miei film preferiti di sempre.

Inoltre, Rupert Everett ha lavorato spesso in produzioni italiane: ha citato Francesco Rosi, ed anche al momento è impegnato nella miniserie de Il nome della Rosa. Del nostro cinema ama il fatto che presti molta attenzione ai costumi, ed infatti nel film hanno lavorato make up artist e costumisti italiani (Giovanni Casalnuovo e Maurizio Millenotti), del cui lavoro è entusiasta.

The Happy Prince è al cinema dal 12 aprile.

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