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The Happy Prince: Oscar Wilde secondo Rupert Everett

Rupert Everett scrive, dirige ed interpreta uno struggente film sugli ultimi mesi di vita di Oscar Wilde.

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Scrivere, dirigere ed interpretare il protagonista di un film biografico è un’impresa rischiosa, ancora di più quando si lavora dietro la telecamera per la prima volta, ma Rupert Everett ci è riuscito, confezionando un film che non teme il confronto con gli altri biopic di Wilde, e anzi, ne esce a testa alta. Scegliendo di descrivere - e talvolta immaginare - gli ultimi anni dell’autore, tuffandosi senza remore nel miasma che diventò la sua vita negli ultimi mesi trascorsi a Napoli e poi tra i bassifondi di Parigi, ci descrive un lato inedito dell’artista dandy, uno che il film del 1997 con Stephen Fry aveva relegato ai titoli di coda, ed al quale quello del 1960 con Peter Finch nemmeno accennava.

The Happy Prince ci mostra dunque un Oscar Wilde dissoluto, irriverente e gaudente come ce lo aspettiamo, e come Everett stesso lo aveva incarnato con successo già nello spettacolo teatrale The Judas Kiss di David Hare, ma sempre sullo sfondo della cornice squallida della sua vita dopo la prigione: un corpo pesante ed uno spirito appesantito dal fallimento, votato all’autodistruzione, che si crogiola in un fatalismo malinconico. Everett sceglie di avvicinare l’inquadratura alla figura devastata dalla malattia, in un ritratto grottesco che non risparmia dettagli grafici eppure non perde mai il tono alto.

Rupert Everett nei panni di Oscar WildeHDVision Distribution
Rupert Everett è un distrutto Oscar Wilde in The Happy Prince

Anche tra i grugniti, anche quando è costretto a letto o madido di sudore canta canzoni sguaiate in un locale malfamato, non si perde mai di vista l’amore per la lingua che fa dell’autore uno dei più amati di sempre. Sia nei dialoghi che nelle voci fuori campo fioriscono le citazioni, il fraseggio acuto e l’umorismo lapidario, spesso rivolto a se stesso.

Dietro la levità di Wilde c’è sempre stata una profonda lotta interiore e lo scontro con una società di cui non è mai entrato a far parte. Questo film lo sottolinea: più apertamente che negli altri, si ricorda che l’autore era irlandese, un outsider, amato e celebrato fintanto che ha seguito le regole non scritte della società.

Andava bene condurre una vita dissoluta, intrattenere con discrezione rapporti con persone dello stesso sesso, soprattutto se il sesso era comprato, ma non era ammissibile sbattere queste relazioni in faccia al mondo, tantomeno se con un rampollo dell’alta società. Impossibile, poi, avere l’insolenza di scagliarsi in giudizio contro un esponente dell’aristocrazia: di lì la condanna a due anni di carcere con lavori forzati per atti osceni.

Dei ragazzi per strada in una  scena di The Happy Prince di Rupert EverettHDVision Distribution
I ragazzi che rincorrono Oscar Wilde in una scena di The Happy Prince

Non è un caso che la scena di maggiore impatto sia una in cui Wilde ed i suoi amici, rincorsi da giovani bulli, si nascondono in una chiesa dove, una volta raggiunti dai ragazzi, l’artista si gli si lancia contro gridando: “L’ambiente naturale degli ipocriti e l’Inghilterra! Andate lì e lasciatemi in pace”.

Questa ipocrisia è la chiave di tutto: è il motivo della sofferenza di una vita, ma è anche il tratto distintivo dell’uomo per cui Wilde distrugge se stesso, quel Bosie che è un perfetto prodotto della sua classe e dei suoi tempi, interpretato da un sogghignante Colin Morgan, che ritrae la vanità del personaggio in maniera a volte scontata.

A differenza della performance di Jude Law, infatti, il suo è un personaggio meno sottile, semplicemente un bel ragazzo infinitamente viziato, del quale non si colgono le tante sfumature di un uomo capace di irretire Wilde oltre ogni buon senso.

Alfred Douglas interpretato da Colin Morgan in The Happy PrinceHDVision Distribution
Colin Morgan è Bosie, Lord Alfred Douglas

La prova migliore è senza dubbio quella di Rupert Everett. Come il suo immediato predecessore Stephen Fry, il suo Wilde non nasconde la responsabilità dell’artista nella propria disfatta: la scelta di vivere l’amore con il bel Bosie invece che affidarsi alle cure dell’altro uomo che gli ha dedicato tutta l’esistenza, Robbie Ross, è stata la più distruttiva della sua vita, anche più di quella di non restare accanto alla moglie ed i figli.

L’attore inglese domina il cast, portando sullo schermo un personaggio che gli è familiare, e che si è cucito addosso (oltre allo spettacolo già menzionato di Hare, Everett ha interpretato a teatro e poi anche al cinema gli alter ego dell’autore in diverse produzioni de L’importanza di chiamarsi Ernesto e Il marito ideale): c’è tutto il suo essere uno showman nelle scene in cui Oscar si esibisce per il diletto della folla, e gli occhi del suo Wilde guizzano in maniera familiare anche nell’agonia dell’esilio, mentre si trascina stordito nella vita cercando invano il conforto nelle braccia dell’amante bellissimo ed ipocrita, in un peregrinare che finisce per logorarlo.

Interessante poi i parallelismi cristologici, come la sua crocifissione da parte del pubblico che un tempo lo ammirava, ed i riferimenti all’educazione religiosa di cui rimane traccia in tanti degli scritti di Wilde, su tutti, la lettera De Profundis.

Robbie Ross (Edwin Thomas) in The Happy PrinceHDVision Distribution
Edwin Thomas è Robbie Ross in The Happy Prince

Stupisce anche Edwin Thomas, che qui debutta al cinema nel ruolo del fidato Robbie Ross. L’attore riesce a dipingere benissimo la figura di un uomo che cerca di mantenere il suo posto accanto all’amore della vita, pur sapendo che lotta contro un nemico invincibile, ed in una scena sulla spiaggia sfoga questo sentimento disperato con un’intensità che buca lo schermo.

La sua parte, però, rimane abbastanza sacrificata nella sceneggiatura. Ci sono poi i grandi nomi che campeggiano sul poster: Colin Firth, Emily Watson e Tom Wilkinson, rispettivamente nei ruoli dell’amico Reggie Turner, la moglie Constance ed il prete che amministra l’estrema unzione. Sono ruoli di contorno, perfettamente recitati, ma poco incisivi, con la sola eccezione di una scena della Watson in cui dipinge una donna molto più vibrante e memorabile della placida Jennifer Ehle.

Emily Watson nei panni della moglie di WIlde in The Happy PrinceHDVision Distribution
Constance (Emily Watson) in The Happy Prince

Raccontando di uno degli autori più famosi ed amati della storia, The Happy Prince è un film profondamente letterario, dove le citazioni fuori campo si sovrappongono a quelle nei dialoghi; ma anche fortemente teatrale, fin nell’espediente di usare tende ed il movimento dei sipari per scorrere tra le sequenze e far muovere i personaggi sulla scena.

Il contenuto informa in realtà tutto il film: lo sguardo nostalgico alla propria vita è reso con una fotografia dai toni corposi ed i tanti dettagli nei costumi e negli oggetti di scena che richiamano il gusto di tante trasposizioni letterarie care al cinema britannico, soprattutto quelle a cavallo tra gli anni 80 e 90.

Non manca però una vitalità più contemporanea: una volta agganciata l’attenzione dello spettatore le inquadrature cercano punti di vista originali (Everett ha dichiarato la sua ammirazione per lo stile dei fratelli Dardenne). Bellissima anche la sequenza ambientata a Napoli, che mescola sacro e profano, dipingendo con delicatezza i toni di uno scenario fantastico e surreale da una parte, ed esaltando la carnalità e l’atmosfera palpitante del baccanale di uomini dall’altra.

Rupert Everett come Oscar Wilde in The Happy PrinceHDVision Distribution
Oscar Wilde (Everett) in The Happy Prince

La regia di Everett è quindi in qualche modo diffusa, nel suo cercare di di adattarsi nei colori e nel ritmo ad ogni situazione, ma non dispersiva, poiché recupera unità ancorando ogni momento al suo protagonista. Ci saranno sporcature, ma è comunque un risultato encomiabile per un esordio.

Così come il principe del titolo, nonché della favola che il protagonista narra durante il film (un po’ come faceva, con un’altra fiaba dello stesso autore, Fry nel film del 1997), l’Oscar Wilde di The Happy Prince è un monumento un tempo bellissimo ed ora in decomposizione, perennemente in bilico tra l’aspirazione ideale e la brutale realtà che Everett dipinge in maniera struggente.

Voto8/10

In un'opera profondamente letteraria e teatrale, Rupert Everett dipinge uno struggente ritratto di Wilde che, come il principe del titolo, è un monumento un tempo bellissimo ed ora in decomposizione

Angelica Vianello

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