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Rapite da bambine per diventare artiste circensi: la storia di Saraswati e Sheetal

Rapite e vendute da piccolissime per diventare artiste circensi, ora hanno riscattato le proprie vite e creato una splendida realtà in Nepal, raccontata nel documentario Even When I Fall.

Un artista circense dell'organizzazione Circus Kathmandu

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Quella di Saraswati e Sheetal è una storia di forza e rinascita: entrambe le ragazze nepalesi, 28 anni la prima e 25 seconda, sono state vendute da piccole ad un circo in India, che le ha tenute prigioniere per 14 anni, finché non è intervenuta un’organizzazione non governativa del loro paese a liberarle dalla vera e propria schiavitù in cui erano cresciute. La storia del loro ritorno in patria e del difficile cammino di rinascita è oggetto di un documentario che il mese prossimo sarà distribuito in UK, dal titolo Even When I Fall.

Rapimenti, traffico di bambini e la lotta contro i cattivi sono temi ricorrenti degli spettacoli del Circus Kathmandu, una realtà creata e portata avanti da giovani sopravvissuti a questo tipo di tragedie. Tutti i membri della troupe sono stati portati illegalmente da piccoli in India e venduti all’industria dei circhi itineranti, ed ora, dopo un lungo cammino di accettazione, hanno deciso di utilizzare le incredibili abilità acquisite in quegli anni difficili per farne una forma di arte educativa nel primo -e per ora unico - circo che esista in Nepal. Saraswati volteggia nell’aria al suono di uno stereo portatile che diffonde canzoni pop hindi dall’angolo della palestra, mentre Sheetal si arrampica su corde di seta con solo un sottile materasso sotto di lei ad attutire l’eventuale caduta. Questa la scena dipinta dalla reporter Kate Hodal nel bellissimo pezzo del The Guardian su questa importante realtà.

Gli spettacoli di Circus Kathmandu sono pensati come storie di intrattenimento che contengono un monito rivolto sia ai genitori che ai figli: il traffico illegale di bambini è una dolorosa e quanto mai viva realtà in Nepal ed in India, resa di recente ancora più allarmante a seguito della devastazione causata dal terremoto del 2015. Il contrabbando, anche di essere umani, è particolarmente facile al confine tra quei due stati, che si estende per oltre 1.400 km ed ha solo 14 posti di blocco. Chiunque può sparire facilmente, e la stima dei gruppi che combattono questa piaga è che circa 54 persone (soprattutto donne e baambine) vengono trafugate dal Nepal all’India ogni giorno.

Saraswati ricorda bene il giorno che successe a lei: aveva nove anni e viveva in un villaggio rurale, quando un vicino di casa la avvicinò per offrirle cibo ed un’educazione scolastica. “Avevo quattro sorelle e tre fratelli. Vivevamo in una zona remota del Nepal e non era facile andare a scuola”, ricorda.

Alcune ragazze del mio villaggio erano state date in sposa prima ancora di avere le prime mestruazioni, perciò quando quell’uomo mi disse che si sarebbe preso cura di me non tornai nemmeno a casa per avvertire i miei.

L’uomo non si limitò a portare via la bambina, ma fece lo stesso con la propria figlia, che una volta abbandonata al suo destino in India crollò sotto al peso del tradimento del padre. Saraswati invece trovò il coraggio di andare avanti, cercando di trarre qualcosa buono dalla nuova situazione, e ammette che i primi giorni tutto le sembrava così nuovo ed e bello che si sentiva quasi felice. “Siete bambole?” ricorda di aver chiesto alle donne fasciate in bellissimi vestiti e colorate di trucco che si esercitavano per una performance. Quando però iniziò anche per lei l’addestramento, “non facevo altro che piangere perché volevo tornare a casa”.

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Gli anni passati nel circo indiano sono stati difficili: le continue punizioni corporali (assestate dove il pubblico non avrebbe mai potuto notarle), gli allenamenti che duravano fino al mattino, il matrimonio a 14 anni col figlio del proprietario del circo, la nascita dei suoi due gemelli un anno dopo e del terzo figlio a 17 anni. A 20 era rimasta vedova. E, a differenza di quasi tutti gli altri ragazzini che lavoravano con lei che almeno ogni tanto ricevevano la visita di quei stessi familiari che li avevano venduti, per lei ogni rapporto con la famiglia d’appartenenza era impossibile.

Dopo 14 anni di questa vita, un gruppo di agenti di una ONG nepalese che aveva ricevuto una soffiata, fece irruzione nel circo, salvando dalla schiavitù Saraswati e tutti gli altri, e la ragazza poco dopo si trovava a rivedere la famiglia, cercando di inserirsi in una vita che non le apparteneva più. Il vicino responsabile del crimine è stato trovato, e sta scontando una pena detentiva di -soli- 10 anni.

Sky Neal, un artista circense coinvolto nella liberazione di Saraswati, racconta che la riunione con la famiglia non è stata facile per la ragazza. “Era arrabbiata e spaventata e intrappolata in una serie di relazioni in frantumi”. Anche Sheetal ha avuto una storia difficile: ancora oggi non riesce nemmeno a ricordare la vita prima del circo in India, tranne che per una sola immagine, quella della morte della madre per annegamento. A portarla via e venderla al circo fu la nonna, e tanti anni dopo, al momento della liberazione, non sapeva nemmeno quale fosse la sua vera identità, la provenienza, l’età.

Sul mio passaporto c’è scritto che sono nepalese e ho 25 anni. Ma non so dove sono nata o quando. Potrei essere indiana. Non ne ho idea.

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Neal racconta di aver trovato orrendo scoprire come qualcosa che dà tanta gioia agli spettatori come il circo potesse avere un risvolto così da incubo, e che per molte delle persone salvate l’idea di esibirsi era dunque fonte di vergogna, nonostante avessero sviluppato abilità straordinarie.

Ma, inavvertitamente, queste giovani donne si ritrovavano equipaggiate con un’arma segreta: le loro abilità mozzafiato come artiste circensi.

Insieme a Kate McLarnon, Neal ha deciso di riprendere il processo di re-integrazione delle ragazze nella vita di tutti i giorni, la loro transizione da vittime ad artiste ed educatrici, e da ciò è nato il documentario Even When I Fall, che arriverà in UK il prossimo mese e verrà utilizzato in Nepal come strumenti di educazione in tutte le aree in cui è più facile che si verifichino casi di traffico di bambini.

Saraswati e Sheetal ora gestiscono il circo insieme, e da qualche tempo hanno cominciato ad accogliervi anche ragazzi di strada. Entrambe guardano al futuro, libere ormai della vergogna di un passato dal quale hanno deciso di trarre forza. Dice la prima: “Spesso mi sono lamentata con mia madre per avermi chiamato come la Dea della Saggezza e della Conoscenza, quando io ho smesso di andare a scuola per colpa del circo.

La gente mi guarda dall’alto in basso perché è da lì che vengo, ma non è qualcosa di cui vergognarsi, essere un’artista è un talento, ed il circo è intrattenimento.

E aggiunge con un sorriso: “Credo che adesso ho davvero della saggezza tutta mia da condividere”.
Rattrista il fatto che questo stigma sociale sia ancora un fenomeno diffuso, ma vogliamo augurare all’impresa delle formidabili Saraswati e Sheetal ogni successo, così che la loro storia possa servire ad evitare di rubare altre vite.

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