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Femminismo islamico: la battaglia delle donne per la parità di genere

È possibile essere musulmana e lottare per i diritti delle donne? Ecco la battaglia per l'emancipazione femminile che smentisce la presunta contraddizione tra Islam e uguaglianza di genere

Amina Wadud Profilo facebook di Amina Wadud @dr.aminawadud2

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Gli occhi occidentali guardano il velo e storcono il naso: l'emblema della sottomissione femminile nell'Islam diventa, nel dibattito occidentale, quel quadrato di stoffa poggiato sul capo e sulle spalle, a rappresentare tutta l'ineguaglianza di genere della seconda religione più diffusa al mondo.

Amina Wadud il velo lo ha portato per libera scelta: lo ha indossato anche quando, nel 2005, ha guidato a New York la preghiera del venerdì di un gruppo misto, composto da uomini e donne. Scatenando un putiferio, nel mondo islamico (sul quale ha anche ironizzato su Twitter): inconcepibile che una donna svolga la funzione di imam, ruolo tradizionalmente  di esclusivo appannaggio maschile. 

Eppure, Amina ha basato il suo gesto provocatorio su Umm Waraqa, una donna che conosceva alla perfezione il Corano e che venne incaricata da Maometto in persona di trasmetterlo oralmente. Evidentemente, per Amina, né il Corano né Maometto vogliono promuovere una visione sessista dei ruoli di genere. E l'Islam, secondo alcune fedeli, può diventare addirittura uno strumento di liberazione femminile. 

Femminismo islamico

A rispondere all'idea secondo la quale l'Islam non sia conciliabile con l'uguaglianza di genere - difesa da alcune voci occidentali come dal fondamentalismo religioso - sono le donne stesse: la battaglia promossa dalle femministe islamiche è quella di rivendicare all'Islam stesso l'aver difeso i diritti delle donne, caldeggiando la sostanziale parità tra uomo e donna. Una convinzione radicata dalla rilettura del Corano:

O gente! Noi vi abbiamo creato da maschio e femmina e vi abbiamo fatto di voi popoli vari e tribù affinché vi conosceste a vicenda. Presso Allah, il più nobile di voi è colui che più Lo teme. 

I movimenti di liberazione femminile circolano nel mondo arabo fin dai primi anni del Novecento. In Egitto, con la pioniera Huda Shaarawi, la battaglia femminista si unisce a quella per l'indipendenza egiziana dalla Gran Bretagna. Huda fonda l'Unione Femminista Egiziana nel 1923 e la rivista L'Égyptienne due anni dopo. Il logo ritrae una donna mentre si spoglia del velo.

La rivista persiana ZananHD

Un gesto audace quanto provocatorio che la stessa Huda compì nella stazione ferroviaria del Cairo, tornando da Roma dove aveva partecipato alla conferenza organizzata dall'Alleanza Internazionale per il Suffragio Femminile. 

Negli ultimi decenni, negli scritti di molte donne compare l'espressione "femminismo islamico", un movimento che si diffonde in gran parte del mondo musulmano, dalla Turchia all'Iran khomeinista.

Qui, nel 1992, spunta la rivista Zanan, fondata dall'attivista persiana Shahla Sherkat. Un magazine talmente rivoluzionario da subire l'ostilità dell'autorità, che lo sospendono nel 2008 e poi nuovamente nel 2015, dopo il rilancio avvenuto l'anno precedente.

Il movimento femminista islamico vuole riaffermare l'impianto etico fortemente egualitario del Corano e della Sunna, rilanciandolo nell'attualità della società contemporanea. Il testo sacro ai musulmani ha tanti significati, ma solo uno è quello fondamentale, adatto a tutte le culture e a tutte le epoche: è il messaggio di pace e uguaglianza a non essere condizionato dallo spazio e dal tempo.

In questa ottica, i precetti relativi ai ruoli di genere e le imposizioni riguardo al codice d'abbigliamento, cessano di essere riferimenti assoluti e granitici.

I principi discriminatori del diritto di famiglia (legati a poligamia, divorzio, custodia dei figli, mantenimento e proprietà coniugale), vengono apertamente messi in discussione: visti come esito di una fallace interpretazione maschile delle fonti del diritto, perdono tutta la loro autorevolezza. E diventano oggetto dell'impulso riformatore.  

Una prospettiva di genere

Dopo la conversione all'Islam di Amina Wadud - nata Mary Teasley nel Maryland da una famiglia di afroamericani - e gli studi universitari condotti sul Corano e sulla sua esegesi, la teologa si chiede, insieme alle sue Sisters in Islam (associazione che fonda nel 1988 per la promozione dei diritti femminili):

Se Dio è giusto, se l'Islam combatte le ingiustizie, com'è possibile lo sviluppo di politiche ingiuste in nome dell'Islam?

Il quesito non è affatto banale, e solleva diverse altre questioni alle quali Amina proverà a rispondere negli anni successivi, negli opuscoli: "Gli uomini e le donne sono uguali agli occhi di Allah?", "I musulmani hanno il permesso di picchiare le proprie mogli?".  

Amina, insieme alle altre femministe islamiche - per quanto la Wadud respinga il termine femminismo, ritenendola una categoria mutuata dalla cultura occidentale e non autogena in quella musulmana - non prescinde né dal Corano, né dalle fonti del diritto. Quello che cambia, è il punto di vista e il modo di osservare.

Nel suo libro "Il Corano e la donna. Rileggere il testo sacro da una prospettiva di genere", Amina osserva come le interpretazioni ufficiali siano state scritte dai dotti, uomini, e non abbiano mai preso in considerazione il punto di vista femminile.

Fatima Mernissi riceve il premio Principe delle Asturie nel 2013HD

Come se non bastasse, chi si è approcciato al testo non ha seguito un modello ermeneutico che tenesse conto dell'epoca storica in cui il Corano ha visto la luce, restando in superficie nell'interpretare alcuni messaggi del libro.

Perché è innegabile che in alcuni luoghi del testo sacro ai musulmani, la posizione maschile risulti predominante su quella femminile, ma Amina Wadud - attraverso un'analisi linguistica e filologica, connettendo i passi più controversi con la visione del mondo espressa dall'opera e con il periodo storico in cui questa è nata - destruttura le interpretazioni sessiste sul libro sacro.

Un esempio? L'attenta analisi linguistica con cui Amina ha contraddetto secoli di maschilismo legittimato dall'interpretazione di quel versetto coranico (IV, 34), in cui è vista l'ammissione del dominio maschile sulla donna ("gli uomini sono preposti alle donne"), alla quale è richiesta obbedienza (quelle "buone sono devote"), andando incontro anche alla violenza domestica in caso di "insubordinazione" ("ammonitele, quindi abbandonatele nei letti e infine battetele").

Amina confronta le parole arabe del versetto con gli altri esempi in cui appaiono nel Corano: l'espressione interpretata con "essere preposti a", compare in altri luoghi del testo indicando il dovere di "prendersi cura di", l'"insubordinazione" di cui non devono essere responsabili le donne è un monito anche per gli uomini in altri versi, e il verbo in cui si è vista la legittimazione della punizione fisica, quel battere, in altri contesti del testo significa "portare ad esempio".   

La visione del mondo espressa dal Corano ha guidato l'interpretazione dei dotti o la visione del mondo dei dotti, appartenuti a epoche storiche retrograde e intrisi di quell'influenza maschilista e patriarcale di molte culture mediterranee, ha guidato la loro interpretazione? Per Amina Wadud, la risposta è chiara.  

Anche Fatima Mernissi, scrittrice e sociologa marocchina scomparsa nel 2015 - ricordata da Amina come "una delle nostre principali precorritrici" - ha smentito la presunta contraddizione tra Islam e femminismo, attraverso un'attività instancabile a favore dei diritti civili: 

Se i diritti delle donne sono problematici per alcuni moderni uomini musulmani, non è a causa del Corano, né a causa del Profeta, e ancor meno a causa delle tradizioni islamiche. È semplicemente a causa degli interessi di una élite maschile.

Il femminismo della scrittrice si declina in maniera indipendente, nella sua particolarità islamica. Rivendicare la specificità culturale delle proprie istanze rende il pensiero di queste donne un'arma ancor più affilata sia di fronte ai fondamentalismi religiosi che di fronte alle intolleranze degli occidentali, che leggono il confronto con l'Islam nella chiave di uno scontro di civiltà.

Fatima MernissiHD

 "Noi donne musulmane possiamo avventurarci nella modernità con orgoglio, nella consapevolezza che l’aspirazione alla dignità, alla democrazia e ai diritti umani e a una piena partecipazione alla vita politica e sociale del nostro Paese non deriva da valori importati dall’Occidente, ma è parte integrante della tradizione musulmana".

Questa affermazione è contenuta nel suo The Veil And The Male Elite: A Feminist Interpretation Of Women's Rights, e viene approfondita proprio passando al setaccio quella tradizione che, in realtà, di donne che hanno partecipato alla vita sociale del proprio Paese ricoprendo un ruolo politico ne è piena, come sottlinea nel suo lavoro Le sultane dimenticate, Donne capi di Stato nell’Islam.

"Qualsiasi uomo che ritenga che una donna musulmana la quale lotti per la sua dignità e il suo diritto alla cittadinanza debba essere esclusa dall'Umma (comunità dei muslumani, ndr) in quanto vittima del lavaggio del cervello, opera della propaganda occidentale, è un uomo che misconosce la propria eredità religiosa, la propria identità culturale [...]".

La lotta per i diritti delle donne è necessaria:

Devi imparare a gridare e protestare esattamente come impari a camminare e parlare.

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