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Elena Ferrante: 'Sono italiana, ma non strillo e non mi piace la pizza'

Elena Ferrante ha consegnato un ritratto di sé sulle pagine del quotidiano inglese The Guardian, dove si racconta come italiana al di fuori degli stereotipi.

le copertine di due libri di Elena Ferrante

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“Essere italiana, per me, inizia e finisce con il fatto che parlo e scrivo in italiano”. Questo è il sugo della storia di Elena Ferrante, che si è raccontata in un pezzo apparso sul quotidiano inglese The Guardian. L’enigmatica autrice ha infatti spiegato il suo rapporto con l’Italia, paese che ama, ma per il quale non nutre spirito patriottico o senso d’orgoglio nazionale.

E poi, faccio fatica a digerire la pizza, mangio pochi spaghetti, non parlo a voce alta, non gesticolo, odio ogni forma di malavita, non esclamo ‘Mamma mia!’.

Insomma, per Elena Ferrante, essere italiana non significa incarnare tutti gli stereotipi conosciuti all’estero, quelli che definisce “semplificazioni che dovrebbero essere contestate”. Il suo essere italiana consiste nella completa identificazione con la nostra lingua. “Messa così, potrebbe sembrare una cosa di poco conto, ma in realtà non lo è”, spiega.

La lingua è il compendio della storia, della geografia, della vita materiale e spirituale, i vizi e le virtù, non solo di coloro che la parlano, ma anche di tutti quelli che l’hanno parlata nei secoli.

E continua nella sua lettera d’amore all’italiano: “Le parole, la grammatica e la sintassi sono lo scalpello che modella il nostro pensiero. Per non parlare della nostra tradizione letteraria, una straordinaria raffineria di esperienza grezza che è attiva da secoli e secoli, una riserva di intelligenza e di tecniche espressive. È la tradizione che mi ha formato, e dalla quale sono orgogliosa di aver tratto ispirazione”. La Ferrante dunque si definisce italiana nei limiti della nazionalità che sente di attribuirsi, e che non si traduce mai nelle altre forme - che la spaventano - quali “il nazionalismo, lo sciovinismo, l’imperialismo ed l’uso improprio della lingua per isolarsi dal mondo”. L’autrice condanna infatti il culto di una purezza dell’essere italiani che ritiene inutile ed impossibile, una tendenza che è sempre esistita e sempre esisterà e che definisce “un male incline a cancellare le differenze e dunque teso ad impoverirci tutti”.

Per lei l’appartenenza linguistica ad una cultura è un “punto di partenza per il dialogo, uno sforzo a superare i limiti, guardare oltre ogni confine”. Per questo dichiara che i suoi soli eroi sono i traduttori, soprattutto quelli in grado di tradurre simultaneamente. “Li amo in particolare quando sono anche lettori avidi e propongono traduzioni loro stessi. Grazie a loro, l’italianità viaggia per il mondo, lo arricchisce, ed il mondo, con le sue tante lingue, passa attraverso l’italianità e la modifica”.

I traduttori trasportano le nazioni dentro le altre nazioni; sono i primi ad entrare in contatto con diversi modi di sentire.

E continua: “Anche i loro errori sono prova di una forza positiva. La traduzione è la nostra salvezza: ci trascina fuori dal pozzo in cui, per puro caso, siamo nati”. Il bellissimo editoriale è dunque una vera e propria ode alla cultura e alla suo essere in costante movimento e mai esclusiva, che chiude con queste parole: “Dunque sono italiana, completamente e con orgoglio. Ma se potessi, mi calerei in tutte le lingue e mi lascerei permeare da loro. Anche il terribile traduttore di Google mi consola. Possiamo essere molto più di ciò che ci capita di essere”.

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