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Ted Talk: perché le donne non parlano dopo aver subito le molestie

Le donne vittime di violenza sessuale, nella maggioranza dei casi, preferiscono non confessare a nessuno l'aggressione subita. Vi spieghiamo le ragioni di una simile scelta.

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La violenza sessuale commessa a danno delle donne può essere considerata la piaga sociale di questo secolo. Il crescendo di aggressioni suscita preoccupazione, non fa sentire nessuna ragazza sicura e serena di uscire da sola o di fidarsi non solo di estranei ma anche di persone che frequentano abitualmente. Circa la metà degli stupri, dopotutto, coinvolge un familiare stretto.

Nonostante tutto però la maggioranza delle vittime non denuncia il proprio aggressore. Viene da chiedersi allora per quale motivo non lo faccia. C’è una ragione specifica che le spinge a preferire il silenzio?

Secondo Inés Hercovich, psicologa sociale, queste donne hanno paura di parlare perché è forte in loro la convinzione che nessuno crederebbe alla storia. E su tale spinosa questione ha tenuto un’interessante discorso di fronte al pubblico di TEDxRiodelaPlata.

Una donna alza una mano davanti a sé con la scritta stopHD

Quando una donna racconta la violenza subita suscita nell’ascoltare una sensazione di orrore e disgusto, cose che scioccano, che nessuno vorrebbe mai sentire. Cose che si preferisce non sapere per non doverci fare i conti. Diversa è la situazione che si viene a creare quando si legge la notizia di uno stupro su un quotidiano. In questo caso il lettore immagina si tratti di una donna giovane e bella e di un uomo depravato appartenente alla feccia della società. Dunque si muove lungo i binari di stereotipi ben conosciuti, che non causano sconvolgimenti eccessivi ma solo un senso di fastidio, quasi come se in quella scena non fossero presenti esseri umani.

Altra cosa evidenziata dalla Hercovich è la necessità, quasi un obbligo da parte della vittima, di dover dimostrare di aver subito l’aggressione. L’unico stupro riconosciuto è quello più estremo, dove la donna riporta anche ferite fisiche, come lividi ed escoriazioni. Sebbene anche in questo caso ci possano essere zone d’ombra (se vai in giro vestita in quel modo, cosa pretendi? È una delle affermazioni più frequenti e aberranti che si sentano dire).

Volto di donna disperata oltre il finestrino di un'autoHD

Ma cosa succede se l’aggressione è, per così dire, soft? Se la vittima non riporta ferite evidenti? La psicologa sociale lo racconta attraverso la storia di Ana, una donna intervistata mentre conduceva delle ricerche sulle violenze sessuali. Ana, al termine di una serata trascorsa in un pub con le colleghe, accetta il passaggio di un ragazzo conosciuto in quell’occasione, un bravo ragazzo all’apparenza con il quale ha parlato per quasi tutto il tempo.

Arrivati a un semaforo, l’uomo le confessa il proprio interesse e le tocca una gamba. Ana rimane confusa dal gesto, a tal punto da non sapere cosa dire o fare. Quando lui, invece di svoltare in direzione di casa sua, va dritto, verso l’autostrada, inizia ad avere paura e a capire che qualcosa non funziona.

Ragazza seduta sulle scale con espressione tristeHD

A quel punto la situazione precipita. Il ragazzo le dice di rilassarsi, che non sarebbe successo niente che non avesse voluto. Ana, per tutta risposta, tace temendo di farlo arrabbiare e perché pensa possa nascondere una pistola nel vano portaoggetti. Quando il giovane tenta di baciarla, prova a scappare ma la portiera chiusa, con le sicure abbassate, glielo impedisce. Allora gli parla nella speranza di farlo ragionare. Quando anche questo tentativo non sortisce effetto, si rassegna.

Non mi sono mai sentita così sola. Era come se fossi stata rapita. Così gli ho chiesto di finire in fretta e di riportarmi a casa.

Donna seduta a terra in lacrimeHD

La scelta di Ana è stata una scelta dolorosa, l’unica praticabile in quella condizione. L’unica che le avrebbe permesso di preservare la sua vita. Ma perché non ha confessato a nessuno quanto le è accaduto, neanche alla sua famiglia? Proprio per le ragioni che abbiamo esposto sopra. Temeva che a chiunque lo avesse detto, avrebbe avuto una reazione di dubbio e sospetto. Aveva paura di non essere creduta, di non essere considerata una vittima.

Ora, conclude la Hercovich, se le persone restano ferme nella convinzione che sia stupro solo un atto violento dove ad essere coinvolta è una donna fragile e sola e un depravato anziché uno studente universitario, un familiare o un uomo d’affari, le donne continueranno a tacere e il resto del mondo a non ascoltare. Di conseguenza, per usare le stesse parole della psicologa, "noi tutti continueremo ad essere responsabili del loro silenzio e della loro solitudine".

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