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Stanley Tucci racconta il suo Final Portrait: 'Non ho mai creduto nei biopic'

Nell’incontro con la stampa a Roma, Stanley Tucci ha raccontato la sua ultima fatica da regista, parlando di arte, perfezionismo e dell’anno che visse in Italia.

Stanley Tucci mentre dirige una scena di Final Portrait

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Stanley Tucci ha presentato a Roma la sua ultima fatica da regista, Final Portrait - L’arte di essere amici: per questo film, l’attore di Hunger Games e Il diavolo veste Prada è tornato per la quinta volta dietro la macchina da presa, senza però apparire sullo schermo come era successo con gli altri film diretti da lui. “Quando dirigo e recito in un film, inevitabilmente l’attenzione viene divisa, e qualcosa - il film - ne risente. Invece stavolta volevo rimanere concentrato solo sulla regia”.

Una scelta che risulta comprensibile e che, alla luce del risultato, è stata premiata. Final Portrait è un mirabile lavoro di miniatura che racconta la figura dell’artista svizzero-italiano Alberto Giacometti (Geoffrey Rush), ma non lo fa come un film biografico classico, bensì si concentra in poco meno di tre settimane della sua vita, quando fu impegnato con il ritratto di James Lord (Armie Hammer), scrittore americano e appassionato d'arte: un’impresa che sarebbe dovuta durare solo un pomeriggio, ma che per l’ossessivo perfezionismo del pittore si protrae ben oltre il previsto. Il film è quasi interamente ambientato nell’incredibile studio di Giacometti, ammantato di un’atmosfera mortifera, dove si incrociano i cammini del fratello Diego (Tony Shalhoub), la moglie Annette (Sylvie Testud) e l’amante Caroline (Clémence Poésy). La vicenda dunque si consuma in uno spazio temporale e fisico molto ristretto, poiché, come ci spiega Tucci:

Non ho mai creduto molto nel genere biopic.

“Tendono a preoccuparsi troppo degli eventi importanti”, spiega, “Spesso sono una serie di eventi condensati in due ore, raccontati in ordine cronologico”. Scegliere un solo episodio, invece, “permette di concentrarsi sul racconto, rendendolo universale e riuscendo comunque a fornire un quadro più completo”. Ed è evidente che questa scelta ha permesso a Tucci di indagare una tematica con cui qualsiasi artista si confronta nella propria opera: la ricerca della perfezione. Il tormento di Giacometti che sa di non poterla ottenere, eppure non smette di inseguirla, è il messaggio universale del film che Tucci vuole esprimere, e che è espresso già nel libro da cui Final Portrait è liberamente tratto, ovvero la memoria scritta dal modello di quel ritratto, James Lord (“Un ritratto di Giacometti”, 1965). “Quel libro esprime il processo di creazione dell’arte, quel tormento che comporta, meglio di qualsiasi altro che abbia mai letto”. Per lui, dunque, ricavarne un film è stata una “progressione naturale” (Tucci ha anche curatola sceneggiatura). Inevitabile dunque che qualcuno gli chiedesse allora quale sia il suo rapporto con l’arte, domanda alla quale l’attore e regista ha risposto raccontando di essere cresciuto in una famiglia di artisti, e di aver respirato arte e cultura fin da piccolo: “Mio padre è un artista ed insegnante d’arte. Abbiamo viaggiato molto, per un anno abbiamo vissuto a Firenze e da lì esplorato l’Italia. Fin da piccolo dunque ho imparato ad amare l’arte, soprattutto il Rinascimento.

Respirando arte da sempre, è normale che poi tutto influenzi l’estetica.

Stanley Tucci aveva voglia di realizzare un film del genere da tempo, ma purtroppo trovare i finanziamenti necessari non è facile, e (un po’ come Clooney), anche lui alterna i grandi blockbuster a queste sporadiche incursioni dietro la telecamera per i piccoli film d’autore. Al riguardo ha infatti detto: “Ho diretto film anche a molti anni di distanza uno dall’altro, e solo 5 in totale in tutta la mia carriera, perché voglio poter raccontare la storia a modo mio. È diverso dalle scelte che hai come attore: lì ti capitano film piccoli o blockbuster, e mi piacciono i blockbuster, si impara molto, conosci persone e membri della troupe fantastica”, aggiungendo poi con una risata:

…e poi mi serve fare i blockbuster, ho cinque figli e un mutuo!

Final Portrait ha risposto dunque ad un’esigenza maturata da tempo, ed una volta escluso di interpretare il tormentato Giacometti, Tucci ha scelto Rush, che è salito a bordo di quest’avventura fin dall’inizio, contribuendo come produttore. E mentre il regista cercava finanziamenti per realizzare il film, l’attore australiano ha avuto due anni di tempo per studiare il suo personaggio: l’ombroso Giacometti che sputa parolacce come proiettili è lontano dal temperamento giocoso di Rush, e Tucci ha raccontato che per ottenere la giusta tensione tra l’irascibile pittore ed il suo modello estremamente paziente, gli attori hanno avuto una settimana di prove a disposizione prima di girare, un po’ come a teatro. E nonostante ciò, è stato necessario a volte lasciare la macchina da presa in funzione mentre Tucci chiedeva al suo protagonista di ripetere la scena, “per catturare la spontaneità”.

L’obiettivo ultimo del Tucci artista (sia quando recita che quando è dietro la macchina da presa), infatti, non è tanto la perfezione quanto la verità: per questo, ad esempio, ha scelto di girare con due telecamere, di cui una a spalla operata proprio da lui. Una soluzione resa necessaria anche dalla staticità di quasi tutte le scene. “Loro sono quasi sempre fermi, quindi la telecamera doveva muoversi, altrimenti tutto sarebbe stato troppo immobile e pesante”.

Tra i due personaggi principali, ma anche tra il pittore e le persone a lui più care, c’è una sorta di sadismo: tutto è sacrificato per l’arte, Giacometti vi si dedica corpo e anima, e preferisce la musa alla moglie, ma ha bisogno di quest’ultima che lo accudisce nonostante tutto, per poter vivere così.

Credo che ci sia una certa dose di sadismo e masochismo in ogni artista.

Ha commentato Stanley Tucci, proseguendo: “Ha trovato una moglie, oltre al fratello, che gli hanno permesso di vivere come una bambino cresciuto, cui si lascia fare ciò che vuole. Ma era anche molto generoso (tranne che con la moglie). Ho parlato con le ultime ancora in vita che da adolescenti hanno posato per lui, e lo hanno raccontato come simpatico, coinvolgente. Chiacchierava con loro, e poi abbassava di colpo la testa in preda ad un’improvvisa depressione. Quindi è come lo vedete qui”.

Insomma, Final Portrait è un bellissimo e delicato film indipendente, un esempio di quel cinema da camera (kammerspiel) che vanta un ottimo cast e permette anche a noi di partecipare a questa lirica indagine sulla ricerca della perfezione che muove gli artisti... o nel caso di Tucci, la ricerca della verità.

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