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Final Portrait: l'arte e l'amicizia tra un artista e uno scrittore

Il regista Stanley Tucci porta sul grande schermo un efficace racconto sull'arte e l'amicizia tra il pittore Alberto Giacometti impersonato da Geoffrey Rush e uno scrittore che ha il bel volto di Armie Hammer.

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Il grande schermo ama le biografie di artisti folli e geniali: dal tormentato ed epico Vincent Van Gogh impersonato da Kirk Douglas in Brama di vivere (Vincente Minnelli, 1956) alla sofferta creatività di Frida (Julie Taymor, 2002) interpretata con ardore e precisione filologica da Salma Hayek, lo spirito libero dell’arte e dei suoi demiurghi si fa in genere spazio nel cinema a colpi di tiepide agiografie o in esaltate visioni di pittori maudit, sempre in preda a demoni autodistruttivi.

Final Portrait – L’arte di essere amici, fortemente voluto dall’attore Stanley Tucci, qui nelle vesti di regista, sceglie invece una strada più coraggiosa e meno scontata, quella di accompagnare lo spettatore alla scoperta del vero processo creativo che si cela dietro la complessa personalità di uno dei massimi esponenti dell’arte del XX secolo, Alberto Giacometti (1901 – 1966).

I protagonisti Armie Hammer e Geoffrey Rush in Final PortraitHD

Tratto dall’autobiografia "Un ritratto di Giacometti" dello scrittore James Lord, un caro amico del pittore e scultore della Svizzera italiana noto per le sue sagome filiformi e fortemente concettuali, Final Portrait racconta l’ultimo periodo della loro intensa amicizia in una livida e vivace Parigi del 1964 in cui Lord (Armie Hammer) posa per Giacometti (Geoffrey Rush). Le poche ore concordate per iniziare e concludere il suo ritratto si trasformano, in realtà, in 18 giornate in cui lo scrittore vive accanto all'artista, ne osserva quasi maniacalmente i gesti, le crisi d’ispirazione, i dubbi e i tratti caratteriali bizzarri e affascinanti, condividendo con lui attimi di magnifica realtà e toccante empatia. Geoffrey Rush, premio Oscar per Shine, si perde in modo mirabile nel personaggio, aiutato anche da una sorprendente fisiognomica somiglianza e ne mette in luce tutte le sue folgoranti contraddizioni.

Lo stile di vita a dir poco bohémien, le mazzette di denaro guadagnato e poi nascosto in zone improbabili della casa, gli eccessi collerici, le semplici e insidiose grettezze umane, il sentimento altalenante per la sua ingrigita e devota compagna (Sylvie Testud) e una passione accecante e sghemba per la scaltra e lunatica prostituta Caroline (Clémence Poésy) che posa per lui, si spoglie per lui e ama lui, a suo modo, per denaro o per altro, lo blandisce e lo esalta in un continuo saliscendi emotivo in cui l’uomo si perde e disperde, lungo le strette vie della città, tutto il cinismo e la possessione adolescenziale per la sua ambigua musa.

Una immagine di Geoffrey Rush nel ruolo dell'artista Alberto Giacometti HDBim distribuzione
Geoffrey Rush è Alberto Giacometti nel nuovo film di Stanley Tucci

La ciclicità quotidiana del rito del ritratto, del posare a volte senza sosta, a volte pochi minuti per seguire un’intuizione o una nuvola di passaggio viene raccontata attraverso lo sguardo privo di giudizio di Lord che con i suoi vestiti ricercati, l’attraente e salutare aspetto che stride tra i muri scrostati del povero atelier e il quieto, ironico, educato modo di affrontare gli umori altalenanti dell’artista, è esattamente l’opposto del suo amico e metaforico aguzzino. Giacometti vive in modo totalizzante con il suo lavoro, insofferente alle sue stesse follie e inclinazioni borderline e non riesce mai a scendere a patti con l’insicurezza cronica anche di fronte al manifesto clamore e grandezza delle sue opere.

La macchina da presa, che indugia tra le pieghe del volto perfetto dello scrittore e gli strati nervosi di pittura, riesce a catturare la scintilla dell’estro e il baratro della consequenziale mancanza d’ispirazione e lo segue nelle sue ondivaghe peregrinazioni di uomo disordinato, salace, convinto assertore di un’arte incompiuta e quindi rinchiusa in un senso di soffocante totalità, come totale e senza soluzione è quel metodico ricoprire il proprio perfetto lavoro con altra pittura per ricominciare dalle proprie macerie, alla ricerca di un’inarrivabile conclusione. Se Tony Shalhoub, nella parte dell'affettuoso fratello di Alberto Giacometti, si fa notare per la spiccata ironia, la coppia d’attori protagonisti funziona come un orologio, tra fulminee battute e quello scambio franco tra due affetti che si stimano in modo asincrono.

Geoffrey Rush e Armie Hammer in una immagine tratta dal film Final Portrait di Stanley Tucci HDBim Distribuzione
Geoffrey Rush e Armie Hammer, sono Alberto Giacometti e James Lord nel film Final Portrait

 Armie Hammer sa davvero scegliere i ruoli adatti alle sue corde - vedi alla voce Luca Guadagnino - consapevole non solo del suo discreto talento ma soprattutto della bellezza invadente così difficile da nascondere e, intelligentemente, ne fa un uso sensato sia nella scansione drammatica sia nei gesti misurati anche se la studiata flemma a volte si fa ottusa e fin troppo statica al contrario del suo partner in scena, un Geoffrey Rush che ancora una volta si conferma attore di rango, all’inseguimento del guizzo artistico e sotto la multiforme e ingombrante ombra di un talento complesso come quello di Giacometti, che dell’arte ha fatto la sua genesi e, allo stesso tempo, la sua stessa roboante caduta.

Final Portrait – L’arte di essere amici sarà nelle migliori sale dall’8 febbraio.

Voto7/10

Un riuscito racconto biografico di un'artista appassionato che descrive in modo efficace la genesi dell'atto creativo e la profonda inquietudine umana.

Silvia Levanti

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