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La recensione di Hannah, il film sulla solitudine con una grande Charlotte Rampling

Andrea Pallaoro torna al cinema con Hannah, film presentato nell'ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia, che è valso la vittoria della Coppa Volpi alla protagonista Charlotte Rampling.

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Hannah aveva una vita normale. Aveva un marito, aveva un figlio, aveva un nipote, aveva un cane e lavorava come governante. Ora il marito è in carcere, dove l’ha accompagnato lei, il figlio non le vuole più parlare e non può più vedere il nipote. La vita di Hannah, per il resto, continua uguale a se stessa: si compone di piccoli gesti, sempre uguali, come in un rituale. Eppure, quegli stessi gesti ora non hanno più alcun senso.

Andrea Pallaoro ci presenta un film a un primo sguardo indigeribile: estetico, in cui l’unico atto di godimento è dato dall’ottima Charlotte Rampling (Coppa Volpi a Venezia come migliore attrice). Per il resto, non c’è una storia a cui appigliarsi, non c’è nulla di nulla. 

Dopo l’esordio nel 2013 con Medeas (presentato nella sezione Orizzonti alla Mostra del Cinema di Venezia), Andrea Pallaoro torna con una pellicola in lingua inglese (in uscita il 15 febbraio), questa volta in concorso al festival. Un film che è un “anti film”, un’antinarrazione: esasperata e ostinata negazione della piacevolezza. La pellicola è uno scheletro: vicenda appena accennata (grande puzzle la cui costruzione spetta unicamente allo spettatore), trama quasi inesistente, dialoghi centellinati. Persino l’estetica, che pur nelle movenze della Rampling trova il punto focale dell'intero lavoro, appare sfocata.

Hannah distesa sul letto
Charlotte Rampling è la protagonista e quasi unica attrice di Hannah

Sono filmati di una telecamera da cui spiare l’esistenza svuotata di una donna, costretta alla solitudine fisica ed emotiva. Il significato di questa solitudine ci viene suggerito a un certo punto. Ed è un significato terribile nel quale confluiscono il marito in carcere, il disprezzo del figlio e il divieto di vedere il nipote. In uno spaventoso gioco di dolore e incomprensioni, di cui Hannah è stanca vittima. Unica a credere all’innocenza del marito. Nell’incapacità totale di costruirsi una vita, parallela alla passiva accettazione del passato e del presente.

Hannah annaffia i fiori, Hannah accarezza il suo cane, Hannah continua a fare la governante in una famiglia con un bambino. Hannah fa cose, potremmo dire. Ma sono cose svuotate di ogni loro significato. Hannah prova persino a portare una torta di compleanno al nipote, ma viene rifiutata, sull'uscio di casa, dal figlio, e invitata a non farsi più vedere. E, anche questo, lo accetta. 

Primo piano di Charlotte Rampling
Hannah è il nuovo film di Andrea Pallaoro

Hannah è Charlotte Rampling, dove "Hannah" è il personaggio, ma è anche il titolo del film. Perché Charlotte Rampling si fa film: ogni sussulto, ogni (leggero) movimento, ogni cambiamento è Charlotte Rampling. Lei è il film e il film è lei.

Hannah è un film difficile: è la ripetizione del rituale della sua protagonista. In un lungo “infinito” che non ha soluzione di continuità. Percorso di crescita al contrario: l’esistenza di una donna che si sgretola, come conseguenza dello sgretolarsi delle sicurezze su cui quella vita si fondava. Rimane una leggera, ma inesorabile, liquefazione: non interruzione improvvisa. Sono le cose che perdono il loro significato, è una vita vissuta sottovoce. Ma che non si spegne: flebile fiamma, mai alimentata, mai spenta. Comunque sconfitta.

Voto6/10

Charlotte Rampling si fa film e, in Hannah, percorre la distruzione di un'esistenza che si ripete ogni giorno uguale a se stessa.

Laura Berlinghieri

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