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Asmae Dachan: Il silenzio del mare racconta la Siria

Per anni la giornalista italo-siriana ha cercato di raccogliere le voci dei siriani con i reportage che l'hanno vista impegnata in prima linea per la difesa dei diritti sociali e civili. Con il suo nuovo romanzo ha voluto diffondere un messaggio di pace.

Asmae Dachan, giornalista impegnata sul sociale

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Se c'è una cosa che Asmae Dachan ha sempre cercato di fare in questi anni è quella di raccontare le vicende della Siria, ma in particolare le storie dei siriani che vi abitano. Giornalista professionista e scrittrice italo-siriana, Asmae si è spesso divisa fra l'Italia e la Siria, per cercare di raccogliere le testimonianze e la voce dei più deboli, come i bambini. A loro vengono tuttora dedicati alcuni progetti al preciso scopo di raccogliere fondi (alcuni destinati anche all'istruzione), come #EveryChildIsMyChild. Sono storie che finora anche Asmae ha raccolto, e ha raccontato non solo sui giornali come Il Fatto Quotidiano, Panorama e The Post Internazionale, ma anche sul suo blog Diario di Siria.

Secondo la giornalista, la stampa ha la precisa responsabilità di raccontare tutto quello che accade in una terra martoriata dalla guerra, ma come lei stessa afferma: "L'attenzione dei giornali è spostata sull'elemento considerato una novità, ovvero l'offensiva turca su Efrin e Jarablus". Non è sempre facile parlare di questi temi, così la giornalista ha pensato di scrivere un libro: Il silenzio del mare (edito da Castelvecchi) e ha usato la forma del racconto per coinvolgere le persone.

Per lei, infatti, è importante che il messaggio arrivi anche "a chi non ama la geo-politica, ai giovani e a chi non conosce le dinamiche internazionali", ma è disposto a saperne di più. Abbiamo avuto modo di sentire Asmae che ci racconta com'è nato il suo romanzo in questa intervista.

La storia della Siria raccontata dalla giornalista DachanCastelvecchi

Com'è nata l'idea del romanzo e perché ha scelto questa forma per parlare della Siria?
Dal mio desiderio di raccontare la tragedia siriana con un linguaggio diverso da quello del reportage o degli articoli giornalistici. In questa scelta è stata fondamentale l'ispirazione che mi è venuta ripensando a una delle scene più belle di quello che è considerato il romanzo storico italiano per antonomasia, I Promessi Sposi di Alessandro Manzoni.

Quale scena in particolare?
L'addio alla piccola Cecilia, stroncata dalla peste, e la madre che la veste con un abito candido e la adagia sul carro dei morti. Ogni giorno in Siria assistiamo a scene simili, con madri e padri che stringono tra le braccia i corpicini esamini dei propri figli e li adagiano sui pick-up che attraversano i quartieri bombardati e portano al campo santo le vittime. Con la storia di Cecilia, Manzoni ha consegnato ai lettori una fotografia del dramma della peste che ha colpito Milano nel '500, molto più efficace di saggi e libri di storia.

E il titolo, Il silenzio del mare?
Sono nata in una città di mare e la voce del mare pervade sempre la mia anima. Perché il mare non tace mai e non si ferma, anche quando si chiude nel silenzio, non rivelando il destino di tante donne e uomini di cui non restituisce i corpi.

Si è lasciata ispirare dalle sue esperienze da giornalista e reporter?
Sì, non ho dovuto inventare praticamente nulla, se non i profili dei protagonisti e l'intreccio delle loro vite. Le vicende che racconto sono tutte ispirate alla realtà, o testimonianze che ho raccolto personalmente e di cui sono venuta a conoscenza.

Quanto è stato difficile parlare di temi come la Siria e i migranti?
La crisi siriana si è andata sempre più complicando e raccontarla non è affatto facile. Non è una guerra "tradizionale", con una parte che dichiara guerra all'altra. Siamo passati dalle manifestazioni pacifiche per chiedere riforme e libertà alla repressione violenta, dalla resistenza armata alla guerra, dal terrorismo internazionale alla spartizione della Siria.

E allora lei che cos'ha fatto?
Seguire le evoluzioni richiede uno studio e una documentazione continui, con contatti sul campo, viaggi e letture di più fonti. Anche raccontare ciò che accade a un pubblico a cui le notizie arrivano frammentate e confuse non è semplice, ma fa parte del mestiere di giornalista. Io cerco sempre di porre l'accento sul lato umano della tragedia, sulle sofferenze dei civili, sulla loro quotidianità sconvolta per sempre, che spesso li spinge a fuggire.

Parlare di migrazioni oggi, in un'epoca in cui i migranti vengono demonizzati, richiede una grande forza d'animo, che porti anzitutto a ristabilire il concetto che prima di essere migranti e stranieri, siamo tutti esseri umani.

La giornalista impegnata sui temi socialiHDAsmae Dachan

Pensa che il mondo sia ancora poco preparato nell'affrontare una situazione come l'accoglienza?
Accogliere è nella natura dell'essere umano, ma spesso la paura porta ad assumere atteggiamenti di chiusura e ostilità.

Secondo lei la stampa come racconta la Siria, lo fa nel modo e con le parole giuste?
Il fatto che la guerra in Siria si sia prolungata per sette anni ha portato ad un progressivo abbassamento della soglia dell'attenzione dei media, politica e opinione pubblica. Oggi, mentre stiamo scrivendo, arrivano da Douma notizie di nuovi bombardamenti con sostanze tossiche, mentre la gravissima emergenza degli sfollati a Idlib e degli assediati al Ghouta prosegue, ma l'attenzione dei giornali è spostata sull'elemento considerato una novità, ovvero l'offensiva turca su Efrin e Jarablus.

Sembra che sia più notiziabile il conflitto, la descrizione delle parti in causa, che ciò che provocano le violenze sui civili.

Quanto e come le donne devono combattere per ricevere dignità e rispetto? Tante siriane sono state torturate nelle carceri.
Le donne siriane stanno pagando un prezzo altissimo in questa tragedia. Oltre a subire bombardamenti, spari, repressione e privazioni, troppo spesso hanno subito violenze fisiche e psicologiche. Il loro corpo è diventato il terreno di conquista: in Siria l'arma dello stupro nelle carceri, nelle tendopoli, nelle strade, è stata usata contro i minorenni. Il problema è che finché le armi gridano, non è possibile ascoltare i sibili delle vittime e cercare di dare loro un supporto reale, psicologico e materiale.

Le donne si chiudono nel loro dolore e quelle che trovano il coraggio di denunciare, spesso vengono emarginate persino dalle stesse famiglie.

La storia dei siriani nelle parole di Asmae DachanHD

Che cosa dovrebbero fare i cittadini affinché si ricordino della Siria?
Informarsi, documentarsi, partecipare agli incontri, agli appelli in favore dei civili. Questo per quanto riguarda la Siria, ma anche per tutte le altre guerre del mondo. E ai giovani consiglio di essere liberi e fare scelte etiche, in favore di una cultura di pace e giustizia.

Ma c'è ancora speranza per una società migliore?
Non mi spaventa tanto il problema della ricostruzione materiale della Siria, quanto la ricostruzione di una società unita e pacificata. Troppe vittime, ingiustizie, troppo dolore rischiano di far prevalere l'ostilità e il rancore.

Servono pace e giustizia, non si può pensare che chi ha insanguinato la Siria sieda al tavolo dei negoziati e detti legge. Bisogna ridare la parola alla società civile.

Oggi oltre la metà della popolazione siriana è fuori dalla Siria, o non ha più una casa. È stato distrutto un Paese, una civiltà antichissima e ricca sotto il profilo culturale, umano e spirituale.

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