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Intervista a Roberta Mattei del fantasy Edhel

Dopo "Non essere cattivo" e "Veloce come il vento" l'attrice romana torna al cinema con una piccola favola che insegna ad accettarsi per quello che si è.

Roberta Mattei è la protagonista del film fantasy Edhel di

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Un viaggio magico, “Edhel”, opera prima del regista Marco Renda in uscita il 25 gennaio al cinema. Un racconto fantasy, premiato al Festival di Giffoni e al Los Angeles Film Awards, con protagonista una ragazzina molto particolare.

L’undicenne Edhel (Gaia Forte) è nata con una malformazione delle orecchie che nasconde sempre con un cappuccio. Le sue sono a punta come quelle di Spock. Ha perso il padre. Sua madre Ginevra (Roberta Mattei) vuole assolutamente operarla e farla diventare “normale”, come tutti gli altri. La scuola per lei è un inferno, vittima di bullismo in un mondo dove la perfezione e l’omologazione sono la regola. Ma sarà l’incontro con il bidello Silvano (Nicolò Ernesto Alaimo) a convincere Edhel di appartenere alla nobile stirpe degli Elfi. Come loro lei è un essere speciale, unica e meravigliosa. E nel sogno, tra realtà e magia, la piccola Edhel imparerà ad amarsi e accettarsi.

“Il film esorta ad essere liberi. A non avere paura e a trovare il coraggio di essere se stessi”. Parole di Roberta Mattei. L’attrice romana, tanta gavetta a teatro alle spalle, poi la televisione (L’Ultimo Papa Re, R.I.S. Don Matteo), fino alla consacrazione con due film d’autore Non essere cattivo e Veloce come il vento, ci racconta il suo personaggio e come cambia la vita quando si è vittima di bullismo a soli 12 anni.

Come si è preparata per diventare Ginevra?
Ho cercato di pensare come una mamma ed entrare nella mente di una bambina di 11 anni. Mi sono appellata a quel senso di protezione che in qualche modo ho sviluppato grazie alla nascita dei miei nipoti. E di immedesimarmi in una donna che perde il compagno di una vita, il suo punto di riferimento.

Molti film come Wonder hanno trattato la diversità, Edhel è un atto di denuncia contro l’ignoranza di chi discrimina ciò che non riesce a capire. La fantasia diventa un arma per sopravvivere all’intolleranza?
La fantasia fa parte del mondo dell’immaginazione. È il superamento della realtà, intensa non come un’evasione ma come metafora di se stessi. Il fantasy possiede quei mondi che al loro interno hanno degli archetipi in cui ci si può riconoscere e scoprire le proprie potenzialità.

Virginia Wolf disse “Ciò che conta è liberare il proprio io: lasciare che trovi le sue dimensioni, che non abbia vincoli”. Come combattere gli stereotipi imposti dalla società?
Cercando di non seguire i canoni stabiliti dalla società e i modelli che ci vengono imposti. Non assecondiamo tutte le richieste che ogni figlio fa perché in qualche modo lo fa sentire parte di altro. Bisogna cercare di dare valore a tutte quelle cose che non passano attraverso i mass media ma piuttosto provare ad avere una maggiore attenzione più all’interno che all’esterno. L’importante è capire quello che ci piace e ci appartiene e soprattutto quello che possiamo sviluppare in noi che è diverso dagli altri. Edhel si sente sola ed è vittima di bullismo, un fenomeno che sta diventando sempre più dilagante.

Come possiamo fermarlo?
Creando una coscienza nei ragazzi che si forma attraverso l’educazione e l’insegnamento di alcuni valori. Nelle scuole ci sono moltissimi professori che cercano di sensibilizzare gli allievi attraverso il contatto fisico, attraverso l’esplorazione dell’altro, attraverso un’analisi collettiva insieme agli altri ragazzi. Cercando di fare capire che l’altro non è diverso da noi ma è una parte di noi. Quindi se stai facendo del male a qualcuno, in realtà stai insultando te stesso questo è un aspetto che si tende in qualche modo a ignorare, a pensare che non esista.

E lei ha mai subito angherie e soprusi quando era più piccola?
Si, quando avevo 12 anni e frequentavo le scuole medie mi hanno accusato di essere lesbica. Ero una bambina che amava molto il contatto fisico e non sapevo neanche il significato di quella parola. Sono stata allontanata dalle mie compagne. Per fortuna alle mie spalle avevo una madre che proveniva da una cultura del sud molto forte, matriarcale e radicata che in qualche modo mi ha dato una solidità. Ho subito il loro pregiudizio ma dentro di me si è rafforzata la convinzione che il problema era il loro.

Il film è legato al mondo del fantasy. Edhel, infatti, nella lingua immaginaria inventata da J.R.R. Tokien, autore del Il signore degli anelli, significa “elfo”. È appassionata del genere?
Sono appassionata delle iconografie. Gli elfi sono esseri speciali. Proprio qualche giorno fa, sfogliando dei testi antichi, ho letto una descrizione bellissima: gli elfi erano delle persone normali, preparate spiritualmente all’attacco dei nemici. Durante un’invasione questo popolo vestito elegantemente è andato incontro ad un esercito che l’avrebbe torturato e massacrato. In quel momento sembra che sia siano trasformati in elfi perché erano gli esseri umani dalle grandi capacità divine. Ci insegnano ad affrontare con la forza dello spirito una violenza.

Ha esordito al cinema nel film Non essere cattivo di Claudio Caligari, quale è il suo personale ricordo del regista e di quel set? 
Con Caligari ho scoperto il senso del sacro nel cinema. Inteso come un rito, un atto collettivo di volontà nel voler comunicare dei messaggi importanti. Un po’ come Fabrizio De André, Claudio Caligari è stato un borghese elegante e raffinato che ha preferito indagare l’umanità a più livelli. E’ sceso tra le masse, tra gli ultimi, per comprenderli senza giudicarli. E questo è stato il più grande insegnamento che ho potuto ricevere. Poi ha interpretato Annarella, la compagna tossicodipendente di Loris, il personaggio interpretato da Stefano Accorsi in “Veloce come il vento”, per il quale viene candidata al David di Donatello per la migliore attrice non protagonista 2017.

Quanto è stato difficile interpretarlo?
Annarella non è arrivata per caso. Erano parecchi anni che mi trovavo a domandarmi cosa fosse il dolore e cosa fosse l’incapacità di affrontare la realtà. In lei ho ritrovato queste tematiche. Ho cercato di comprendere senza giudicare, trovando in questo personaggio una umanità e disperazione che provengono dal poco amore per se stessi. Non arriva a capire se stessa ma ha compreso che Loris aveva una possibilità e questo è uno dei più belli atti umani che esistano.

Dove la rivedremo?
Stanno per uscire due progetti importanti. Per la televisione la seconda stagione della serie “Solo” con Marco Bocci per la regia di Stefano Mordini e al cinema l’opera prima come regista di Giorgio Tirabassi “Il grande salto”.

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