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Le fragilità del cuore, recensione del romanzo di Susan E. Phillips

E se foste innamorate dell'uomo che ha rovinato gran parte della vostra adolescenza, cosa fareste? Ecco il nuovo romanzo di Susan Elizabeth Phillips: Le fragilità del cuore.

Stralcio della copertina di Le fragilità del cuore

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Prendete una piccola isola del Maine, uniteci dei personaggi che sembrano usciti da un intreccio di Cime Tempestose e Jane Eyre e mescolate il tutto con una grande firma della narrativa rossa: ecco che avrete Le fragilità del cuore, il romanzo di Susan Elizabeth Phillips che ancora una volta si conferma essere una delle regine indiscusse del genere.

E badate bene: questo non è il classico stile della Phillips. I soliti romanzi spumeggianti hanno lasciato il posto a una narrazione gotica e cupa quanto le ambientazioni, perché in Le fragilità del cuore l’autrice ha voluto far luce sulle ombre che costellano il passato e di come sia difficile talvolta superare quell’oscurità, o lasciare che qualcun altro faccia luce per scacciarla via.

Copertina invernale per Le fragilità del cuore
Le fragilità del cuore, di Susan E. Phillips

Annie è una ventriloqua, ma i burattini che anima combaciano con le voci della propria coscienza. Si trasferisce in un vecchio cottage a Peregrine Island in seguito alla morte dell’eccentrica madre che, prima di spirare, le ha confessato di aver lasciato una cospicua eredità. Ma in cosa consisterà? Il bagaglio peggiore da affrontare sull’isola non è né il fantasma di sua madre (e i suoi ingombranti averi) né gli ingenti debiti a suo carico, bensì Theo Harp.

Theo è un uomo complicato ed è esattamente così che viene presentato. Il classico ragazzino problematico diventato un uomo ermetico, blindato nella sua torre di pietra tra facciate distaccate e silenzi irrequieti. Fin qui non c’è assolutamente nulla di nuovo nello stile della Phillips: ogni suo personaggio maschile parte con una presentazione di arroganza e ostilità, ma ciò in cui si riscatta Theo Harp – a differenza degli altri personaggi creati dall’autrice – è la dura verità nella quale ha sempre vissuto e da cui lentamente prende distanza.

Annie è una donna dalla peculiare bellezza che si riscopre forte delle sue fragilità. È una donna che crede nel lieto fine pur essendo consapevole che non sia facile da trovare. È una donna che, pur sapendo di vivere in un clima ostile, cerca di trovare l’unico lato positivo che possa alleggerirle la vita. È una donna che parte come un ammasso di cocci rotti e giunge alla fine del percorso come una delle sculture più belle mai realizzate dalla Phillips. Insieme a Theo.

La lotta contro i fantasmi è il tema ricorrente del romanzo. Poco importa che non sia un thriller o un paranormal – perché resta pur sempre un romanzo rosa –, eppure la scrittrice ha intessuto una trama in un gioco di luci sfocate che ha permesso ai personaggi di emergere, da soli ma anche insieme, in un quadro armonico.

L’omaggio alle sorelle Brontë

La Phillips non ne fa alcun mistero: in questo romanzo si respira l’impronta di Emily e Charlotte Brontë con naturalezza. La vena oscura data a Theo è un omaggio all’iconico Heathcliff di Cime Tempestose, un uomo che è vissuto per tutta la vita avvolto in un bozzo di tormenti e agonie facendo della vendetta il suo unico obiettivo.

Così come l’ambientazione gotica, che ricorda molto la mansione di Mr. Rochester di Jane Eyre, ancor di più per la svolta finale della narrazione (i più ferrati in materia Charlotte Brontë coglieranno immediatamente il collegamento, che poi possa piacere o meno è un altro paio di maniche); così come anche la figura stessa di Theo riprende qualche caratteristica del sarcastico e misterioso Mr Rochester, a sua volta ingarbugliato in una precedente relazione malsana e deleteria.

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Ciò che ha fatto la Phillips non è stato copiare una buona idea e riadattarla in un contesto contemporaneo, bensì è servito da spunto per riallacciarsi a una letteratura resistente e ammaliante alla quale (e lo sappiamo) s’ispira chiunque si approcci alla narrativa (ancor di più se si tratta di narrativa rosa).

Le fragilità del cuore non ha nulla in comune con gli altri romanzi dell’autrice, ma è certamente un prodotto riuscito meglio di Cosa ho fatto per amore. Chiunque conosca questa scrittrice è consapevole che la maggior parte dei suoi romanzi migliori si possono racchiudere nel ciclo dedicato ai Chicago Stars, eppure questo nuovo romanzo cerca di approfondire dettagli più oscuri che fanno comunque parte della narrativa rosa senza sfociare nel banale o nel ridicolo.

Essere una scrittrice in fondo significa anche saper essere versatili: e chi ha detto che non si può essere versatili restando ancorati allo stesso genere narrativo?

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