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Arundhati Roy: l'icona indiana paladina degli ideali

Arundhati Roy: scrittrice indiana di successo raggiunse la celebrità con il romanzo Il Dio delle Piccole Cose e con Il Ministero della Suprema Felicità, pubblicato a vent'anni di distanza. La storia di una donna ed attivista politica icona di ideali.

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La vita della scrittrice indiana Arundhati Roy sembra una concatenazione infinita di passato e presente, attivismo e lirica, disincanto e ideali.

È la vita così come potrebbe essere la trama di un romanzo. È uno stile di vissuto, infatti, che riappare potente nelle opere letterarie: dalle vicende narrate nel romanzo d’esordio “Il Dio delle piccole cose” (1997) fino a quelle riportate nella sua seconda opera, pubblicata a vent’anni esatti di distanza “Il ministero della suprema felicità”. E, al tempo stesso, in un intenso e battagliero attivismo politico che da sempre ha caratterizzato la Roy.

Passato e presente: chi è Arundhati Roy

Arundhati Roy nasce nel 1961 a Shillong, in India, da padre di religione induista e madre cristiana; dopo la separazione dei genitori viene affidata alla madre insieme al fratello, di pochi mesi più grande.

Frequenta una scuola di suore cattoliche e poi l’università di Architettura a Delhi dove conosce il suo primo marito: l’architetto Laurie Baker.

Con lui, Arundhati decide di immergersi nell’India divisa in caste, per scoprirla dall'interno. E non metaforicamente: per comprendere questa realtà fin nel profondo i due vivranno in una baraccopoli di Delhi, in una capanna con il tetto di lamiera e poi si trasferiranno alcuni mesi a Goa, vendendo dolci ai turisti, in stile hippie.

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Dopo quattro – intensi – anni di matrimonio, Arundhati e Baker si separano.

Nel 1985 Arundhati Roy sposa il regista Pradip Krishen con il quale collaborerà alla realizzazione di una serie televisiva sul movimento per l'indipendenza dell'India e due film:” In Which Annie Gives It Those Ones” (1989) e “Electric Moon” (1992).

Passata l’infatuazione per cinema e marito, la Roy si separerà ancora – dimostrando di essere una donna fuori dagli schemi, intraprendente, decisa e coraggiosa.

Il ministero della suprema felicità

Passato e presente si rovesciano ancora. Eravamo rimasti agli anni ’90 e ad un impegno fugace nel cinema.

In questi mesi, invece, si parla del nuovo successo editoriale di Arundhati Roy come scrittrice: “Il ministero della suprema felicità”, subito best seller.

Un libro, questo, che completa un percorso emozionale iniziato vent’anni; un romanzo intriso di intimità quanto di internazionalità, che sa essere acuto ed oltraggioso, ironico e suggestivo.

Quella de “Il ministero della suprema felicità” è uno spaccato tangibile dell’India contemporanea: si analizzano i cambiamenti - che vengono poi giudicati - per essere riscontrata, infine, una necessità di miglioramento. Ancora e ancora, con il fine ultimo di trovare la felicità.

Arundhati Roy, con quest’ultimo romanzo parla a coloro che sembrano essere condannati all’infelicità: ermafroditi, emarginati, sottomessi. Anche per voi ci sarà giustizia, sembrano urlare le pagine.

Arundhati Roy, Il Dio delle Piccole CoseHD

Il dio delle piccole cose

Poi, si torna al passato: il successo mondiale della scrittrice Arundhati Roy è avvenuto nel 1997 con la pubblicazione – in concomitanza con i festeggiamenti dei cinquant’anni dell’indipendenza indiana – de “Il Dio delle piccole cose”.

Il libro – vincitore del prestigioso Booker Prize – è spiccatamente autobiografico. Tra le pagine, la vera storia della Roy bambina nell’India degli anni ‘60 entra nella narrazione, tanto che sembrano essere la scrittrice ed il fratello i due gemelli protagonisti del romanzo.

I bambini narrano - con la loro voce e i loro pensieri - l’infanzia in una India squassata dai cambiamenti e dalle disuguaglianze la cui vita viene influenzata e modificata in ogni momento. E sono proprio le piccole cose che rendono unico ogni individuo a plasmare i bambini, e il racconto di conseguenza: imprevisti, coincidenze, eventi che trasformano.

Nei vent’anni che separano queste due opere, la Roy si è esposta in prima persona riguardo cause ambientaliste, antiglobalizzazione e pacifiste.

L’attivismo e l’impegno politico sono stati messi nero su bianco in numerosi saggi tra i quali ricordiamo “Guerra è pace”, contro gli armamenti nucleari indiani, il fanatismo e il fondamentalismo e “La fine delle illusioni”, pamphlet nel quale spiega le ragioni immorali e inumane che hanno mosso il governo indiano a costruire la diga sul fiume Narmada destinando allo sfratto quasi mezzo milione di persone.

Disincanto e ideali: il pensiero dell’attivista indiana

Una donna orgogliosa e mossa da ideali profondi, disposta a rimarcare senza tregua le sue idee.

Arundhati Roy sembra rendersi conto più di altri del disincanto globale e dei crimini con cui i governi del mondo intero si stanno macchiando.

Ed ecco perché è stata disposta anche a finire in prigione (anche se solo per un giorno) per aver preso parte ad una manifestazione pacifica insieme ad un gruppo di contadini in protesta contro la costruzione della diga.

E non solo: sono innumerevoli le cause per cui la Roy ha deciso di esporsi. Ad esempio il separatismo del Kashmir nel 2008, le proteste contro il governo in Sri Lanka sulla questione dei Tamil, la globalizzazione e il neo-imperialismo.

E la Roy l’ha fatto senza mai utilizzare mezzi termini o frasi di circostanza. Nei suoi scritti, negli articoli pubblicati dai giornali di mezzo mondo e nei suoi interventi pubblici, la donna ha sempre sostenuto le sue ragioni: infaticabile, contraria alle indulgenze, decisa a perseguire la giustizia.

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