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Le false notizie in #IOCREDOALLESIRENE di Andrea Fontana

E se le fake news non esistessero? Andrea Fontana, sociologo della comunicazione, ci racconta come affrontare le ‘false notizie’ fra mondi virtuali e social network .

Come districarsi nel mare di fake news nella realtà virtuale

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Come districarsi tra finzione e realtà in questo mare di “fake news”, ce lo spiega Andrea Fontana, sociologo della comunicazione, AD dell’azienda Storyfactory ed esperto di Storytelling, nel suo libro #IOCREDOALLESIRENE - Come vivere (e bene) in un mondo di fake news Ed. Hoepli.

Le fake news e come destreggairsi

Ormai credere che esista una realtà unica, univoca e oggettiva al di fuori di noi stessi è ormai un pensiero superato dalla velocità, dalla falsità e superficialità della comunicazione di oggi. Ora la vita e le informazioni corrono fra mondi virtuali, social network e immagini per rappresentare il “non vero”, il desiderio, la “fake news” che si confonde con la realtà. Ma non è detto che rappresentino necessariamente il male; Basta solo sapersi orientare.

In #IoCredoAlleSirene cosa ha provato ad indagare?
Viviamo in un periodo storico in cui siamo diventati co-creatori della conoscenza sociale, aziendale, politica che ci circonda. Ho cercato di non fermarmi al semplicistico presupposto verità-falsità dell’informazione e ho provato ad indagare i vari livelli in cui vero-falso si mettono insieme nella nostra comunicazione contemporanea.

Cosa ha scoperto?
Che non esistono le fake news intese come notizie false, piuttosto le fake news sono notizie deformate a diversi livelli di distorsione. Così abbiamo le notizie false, falsate, errate, malevoli, ostili. E soprattutto ho verificato che molto spesso noi abbiamo un ruolo attivo nel costruire la nostra conoscenza immaginaria. Che abbiamo bisogno di questo immaginario e che quando lo troviamo siamo pronti a difenderlo a spada tratta.

Come dobbiamo orientarci in un mondo di “Fake News”?
Prima di tutto dobbiamo capire che noi siamo diventati produttori di notizie esattamente come le testate giornalistiche e le aziende. Anche noi possiamo distorcere, falsificare informazioni e quello che condividiamo diventa informazione sociale, non solo personale. Poi dobbiamo saper distinguere in questo mare di informazioni-sirene i diversi livelli delle notizie e verificare sempre le fonti.

Le “Fake News” non sono quindi realmente il male?
Sostengo che ci sono diverse tipologie di “notizie false” alcune sono solo errori e deformazioni che noi stessi contribuiamo a diffondere. E questi errori involontari ci intrattengono e ci divertono. Altre sono veri e propri attacchi alla reputazione di persone e aziende. Queste ultime sono le notizie davvero pericolose. Se non facciamo queste distinzioni oggi non capiamo il mondo comunicativo dentro cui viviamo. Il rischio è delegare la ricerca dei fatti a Istituzioni private che si arrogheranno poi il diritto di dirci che cosa è vero e soprattutto che cosa è falso.

Quali sono gli strumenti più adatti per un pensiero critico che distingua tra contenuti credibili e non?
Rendersi conto che ogni informazione con cui veniamo in contatto è un “prodotto”. È uno strumento che qualcuno ha creato per intrattenerci, informarci, emozionarci a seconda degli obiettivi. Non c’è nulla di male in questo. In quanto “prodotto”, può essere anche sbagliata o falsa. Questa consapevolezza mediatica dovrebbe servire a farci sviluppare un pensiero critico ma soprattutto un atteggiamento responsabile rispetto a quello che ognuno di noi diffonde sui propri social media o canali di comunicazione.

Da esperto di comunicazione, visto la veloce evoluzione tecnologica e il potere dei social media, come si può sopravvivere al bombardamento di notizie in questo mondo virtuale e alla finzione che si mescola con la realtà?
Dobbiamo diventare consapevoli che le regole del gioco sono cambiate e che siamo diventati co-responsabili nella produzione di informazioni e conoscenze. E consapevoli che c’è una finzione negativa: la menzogna e la calunnia e una finzione positiva: la semplificazione cognitiva. Per capire cosa è la finzione positiva basta guardare la mappa della metropolitana. Sappiamo che non è una linea rossa orizzontale eppure ci è più facile rappresentarceli così. Ecco dobbiamo fare un costante esercizio di distinzione tra finzione negativa e finzione positiva.

Non dobbiamo allora temere questo mondo virtuale, dell’immaginario e in qualche modo falsato?

L’immaginario è la nuova frontiera dentro cui ci muoviamo tutti. I fatti oggettivi non giustificano più scelte e opportunità. Anzi spesso i fatti ci dicono di fare e non fare qualcosa e noi ignoriamo l’indicazione dei fatti. Pensiamo all’immaginario legato ai luoghi e alle geografie. A come il racconto immaginario di un luogo possa spostare per esempio flussi migratori verso più o meno presunte ricchezze. L’immaginario è diventato il nuovo asset di valore nelle nostre economie basate sempre di più sulla narrazione e lo storytelling.

Quali sono le regole da seguire per raccontarsi in maniera efficace?
La prima regola è: non raccontare di te. Racconta la storia degli altri nella tua. È una regola che ribalta tutta la classica comunicazione a cui siamo stati educati. La seconda afferma che la storia importante si basa su difficoltà da superare. Non mi racconto per dire quanto sono bravo e bello e forte (quella è la vecchia comunicazione pubblica e commerciale), mi racconto per dire che sono caduto e ho provato a rialzarmi. La terza regola vuole una morale finale. Cioè i grandi racconti portano con sé un’indicazione di comportamento. Se imparo a padroneggiare queste tre macro-aree della narrazione sono sulla buona strada.

Sembra che ci sia comunque un ritorno delle persone alla realtà, alla vita reale con relativo distacco dalla rete e dai social, come se lo spiega?
Personalmente vedo dei comportamenti ibridi tra lo stare nei social media e il tornare nella realtà. Secondo me non possiamo più parlare di comportamenti on line o off-line, ma di comportamenti on-life: perché entriamo ed usciamo continuamente da situazioni reali e virtuali, fattuali e immaginarie, espandendo così la nostra percezione del reale. Il problema è che dobbiamo educarci ed educare a questa nuova dimensione di vita personale e professionale.

Prevede una possibile fuga al contrario, una sorta di deviazione o si tratta solo di un caso momentaneo?
Fare previsioni è davvero azzardato in questo campo. Potrebbe esserci sicuramente un rigetto della dimensione virtuale. Ma tutta la tecnologia sta andando verso una simulazione sempre più profonda della nostra realtà. Fra poco vivremo in realtà aumentate e il famoso contrasto tra “oggettivo” e “soggettivo” forse sfumerà definitivamente. Per questo la consapevolezza sarà la nuova e unica regola differenziante del gioco.

”STORYTELLING FOR DUMMIES” è il suo ultimo libro, perché un saggio sullo storytelling?
Perché la narrazione è la dimensione esistenziale e professionale dentro cui viviamo. Oggi è indispensabile saper raccontare e raccontarsi. La narrazione è ormai una scienza che va conosciuta per questo nasce la mia azienda Storyfactory per aiutare le organizzazioni a raccontarsi – nel marketing e nelle attività di comunicazione con approccio scientifico e non solo artistico-creativo – e per lo stesso motivo ho scritto Storytelling for Dummies, per mostrare come la vita di tutti i giorni sia diventata una piattaforma di racconti. Saper gestire questa “piattaforma” fa la differenza.

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