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Quando bisogna parlare dei femminicidi: intervista a Lorella Zanardo

Per l'attivista e docente Lorella Zanardo è giusto che i media raccontino i casi di violenza con parole adatte e pensa che le donne debbano avere piena consapevolezza dei propri diritti.

L'attivista e docente Lorella Zanardo.

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Nei primi 10 mesi dell'anno sono state uccise 114 donne. Ogni tre giorni si verifica un omicidio. Dal 2000 a oggi le vittime sono state 3 mila. I numeri parlano chiaro. I dati sono stati raccolti nel quarto rapporto di Eures sul femminicidio in Italia. Se scrivessimo 'femminismo' sul Word, il correttore automatico lo segnalerebbe come se fosse un errore. Il motivo è semplice: è un neologismo che, lo ricordiamo, si riferisce ai "casi di omicidio doloso o preterintenzionale in cui una donna viene uccisa per motivi basati sul genere". Di solito le espressioni che vengono usate sono: "L'ha uccisa perché l'amava troppo", oppure "voleva lasciarlo e per questo l'ha uccisa". Sono parole che ormai ascoltiamo tutti i giorni. Lo sa bene l'attivista, femminista e docente Lorella Zanardo che da anni sostiene i diritti delle donne e la parità di genere. Autrice del documentario Il Corpo delle Donne, una denuncia sulla rappresentazione banale e umiliante delle donne in televisione, da anni l'attivista va anche nelle scuole per sensibilizzare i giovani sull'argomento. Ma quando e in che modo è necessario parlare dei femminicidi? Ce lo ha spiegato Lorella Zanardo in questa intervista.

Quali sono i meriti e demeriti da attribuire alla stampa italiana nel modo di raccontare i casi di femminicidio?
In Italia c'è spesso ignoranza. Mi riferisco, in particolare, al modo in cui vengono affrontati certi argomenti. A volte si tende a non usare le parole corrette, per raccontare la violenza che le donne subiscono. In altre circostanze, invece, è evidente come questi episodi vengano descritti in modo sbagliato così da causare anche danni perché spesso si cerca di giustificare l'ingiustificabile. Da parte mia ho sempre cercato di far capire nelle scuole come la stampa e i siti online descrivano i casi di femminicidio. Ci sono esempi sbagliati ed è giusto che i giovani ne abbiano consapevolezza.

Può spiegarci meglio?
Spesso accade che per raccontare un femminicidio il giornalista aggiunga un'espressione del tipo: "Un ragazzo uccide la sua ragazza perché la amava troppo". Così facendo il giornalista non si rende conto che con quelle espressioni si tende a giustificare una violenza. L'ha uccisa e l'amava troppo non esiste.

Se si ama non si uccide ed è quello che cerco di spiegare anche ai ragazzi.

Lorella Zanardo autrice de Il Corpo delle DonneHDLorella Zanardo

Qual è l'atteggiamento dei giovani rispetto a questi temi?
All'inizio sospettoso, perché negli ultimi vent'anni la parola femminisimo si è riempita di significati negativi. L'anno scorso ho fatto vedere nelle scuole il film "Suffragette". Le ragazze si sono entusiasmate e hanno capito che cosa significa lottare per i propri diritti. Non sanno, per esempio, che a parità di lavoro con gli uomini prendono il 30% in più rispetto a loro.

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Cosa bisogna fare affinché non vengano recepiti i messaggi sbagliati?
Prima di tutto un grande lavoro sui media e su chi racconta. Fino agli anni '80 in Italia era ancora presente il delitto d'onore, in qualche modo si giustificava una violenza. Non è condivisibile, ma è quasi comprensibile, che i media facciano quasi fatica a imparare come affrontare certi argomenti.

E poi ci sono persone che giustificano i casi attribuendo le colpe alle donne perché indossano un paio di shorts.
Sono il retaggio di un maschilismo vecchio. Esiste una generazione, compresa fra i 50 e i 70 anni, che è inguaribile. Sono irrecuperabili. Mi creda, io ho vissuto tanti anni all'estero, ma nessun uomo si sognerebbe di dire cose del genere. Questa mentalità è terrificante, perché attribuisce le colpe alla donna. In tanti anni le donne si sono battute per l'autodeterminazione dei corpi, per questo ognuno ha il diritto di vestirsi come vuole.

Ormai con le generazioni vecchie non mi arrabbio quasi più, ma ho fiducia nei giovani.

Possiamo quindi dire di vivere ancora in una società maschilista e patriarcale?
Non ci sono dubbi e non bisogna avere timore a dirlo. Ho notato che alcune ragazze hanno difficoltà a confidarsi. Hanno quasi paura. Temono di poter essere criticate da un momento all'altro. Certo, bisogna anche contestualizzare. Nel giro di 70 anni abbiamo fatto passi enormi. Siamo state così brave a ottenere i nostri diritti, ma dobbiamo renderci conto che l'Italia non è ancora preparata ad affrontare gli standard europei.

Che cosa lo fa pensare?
Due settimane fa è uscito un rapporto pubblicato dal World Economic Forum e riguarda la classifica del gender gap in tutto il mondo. L'Italia è all'82° posto. Questo vuol dire che è ancora maschilista e patriarcale. Non lo stabilisco né io né lei, lo dice il World Economic Forum che oltretutto è un indice economico. C'è una resistenza enorme a progredire dal punto di vista dei diritti delle donne. Dobbiamo ancora farne di conquiste. Non sono solo quelle che partecipano alle manifestazioni, e che sono consapevoli dei propri diritti. Bisogna aiutare anche anche le donne più semplici, che non studiano o non vanno all'università e non sono consapevoli dei propri diritti.

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