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Perché non è etico indossare pellicce?

Con il suo ultimo scatto su Instagram, la fashion blogger Chiara Ferragni ha scatenato un dibattito acceso. Ma chi ha ragione?

una modella sfila indossando un abito ed un copricapo in pelliccia

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Chiara Ferragni fa di nuovo scalpore su Instagram, e stavolta per uno scatto che molti utenti hanno ritenuto sgradevoel: la fashion blogger, infatti, ha inserito nel suo outfit uno scaldacollo in pelliccia firmato Louis Vuitton, scrivendo nella didascalia “finalmente comincia a far freddo”. La sezione commenti ha preso fuoco, poiché in molti lamentano la scelta di sostenere un’industria notoriamente segnata da crudeltà e abuso nei confronti degli animali.

Ancora qualche anno fa l’uso delle pellicce nella moda era diventato meno frequente, eppure di recente questo materiale è tornato ad insinuarsi nelle collezioni di diversi stilisti, nonostante camminando per strada non si vedano molte persone che indossano capi in pelliccia che non siano signore di una certa età. C’è poi da notare che molti grandi della moda sono a favore dell’abbigliamento fur-free: da Stella Mc Cartney, che si erge da tempo contro l’impiego di pellicce, tanto da lanciare le sue “fur-free fur” (pelliccia senza pelliccia) e prestare la propria voce ad un documentario dalle immagini molto forti sul mercato delle pellicce realizzato da PETA; a Gucci, che circa un mese fa ha dichiarato l'importanza di abbandonare questo materiale ormai obsoleto. E ha annunciato che diventerà fur-free nel 2018, dando così un forte segnale al settore dei marchi di lusso. 

It's finally getting colder 😏

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Pellicce vere: la posizione dei pro

Eppure il dibattito sul fatto che sia etico o meno indossare - e, a maggior ragione, produrre - pellicce è ben lontano dall’esaurirsi. Se da una parte è un dato di fatto che ormai non abbiamo più la necessità di ricorrere alle pelli di animali per vestirci (tantomeno per i nostri accessori), perché lo sviluppo tecnologico ha creato tanti tipi di tessuti capaci di tenerci al caldo, d’altra parte c’è chi dice che in un mondo dove si mangia carne e si testa i prodotti sugli animali, l’impiego della loro pelle e della pelliccia significa solo non sprecare nulla di ogni esemplare.

Senza scomodare anche la spinosa lotta onnivori e vegetariana/vegana, rileviamo come i fautori delle pellicce affermino che nella produzione dei materiali alternativi (pellicce finte e ecopelle, ad esempio) sono coinvolti processi chimici il cui prodotto finale è un oggetto assolutamente non riciclabile, che tra l’altro si consuma molto più velocemente e dunque costringe a comprarne più spesso, in un circolo vizioso che ammonta, in ultima analisi, in montagne di spazzatura non degradabile.

D’altra parte però, nemmeno la produzione di pellicce e pellami ha le mani pulite, in quanto ad inquinamento. Un articolo del Guardian già nel 2015 riportava, in riferimento a questa problematica, che la Cina aveva appena introdotto per la prima volta degli standard contro l’inquinamento dell’acqua indirizzati proprio alla produzione di pellame e pellicce, per cercare di evitare ciò che era successo al fiume Buriganga, che scorre nella zona di Hazaribagh in Bangladesh (un distretto dove si produce pellame), e che era stato dichiarato “ecologicamente morto”. Il Blacksmith Institute di Hazaribagh è infatti nella lista delle 10 località più tossiche al mondo, insieme a Chernobyl. E la produzione di pelliccia crea molti più gas serra ed inquinamento dell’aria e dell’acqua di qualsiasi altra industria tessile.
Dunque le ragioni addotte dai fautori delle pellicce in quanto a sostenibilità ambientale non sembrano reggere.

Interno di una fur farmHDGetty
Una fur farm in Giappone

Eppure, il sito Truth About Fur (“la verità sulla pelliccia”), che è la piattaforma d’informazione digitale per la North American Fur Trade, presenta ben 5 ragioni per cui “si deve” indossare pelle e pellicce: oltre a quella già incontrata sull’uso di sostanze chimiche dannose nel caso dei materiali sintetici e non tanto nocive (così dicono loro, ovviamente) in quello della lavorazione di tessuti di origine animale, ve ne sono un paio a carattere ambientale. Le alternative sintetiche impiegano molto più tempo a biodegradarsi, e comunque anche dopo questo processo rimangono particelle nel terreno (che già sono state rinvenute negli oceani e nella fauna ittica), senza poi contare che nella produzione dei materiali sintetici vengono impiegati derivati del petrolio, una risorsa non rinnovabile del nostro pianeta, a differenza degli animali, che tra l’altro sono anche perfettamente biodegradabili.

Il sito va oltre, ed in un’accorata conclusione afferma che se davvero abbiamo a cuore il nostro pianeta ed i suoi abitanti, dobbiamo fare scelte di consumo basate su ciò che è meglio per tutti noi: “Potete rifiutare di mangiare animali o di vederli impiegati per scopi di intrattenimento, ma è impossibile negare che l’abbigliamento sintetico stia causando danni irreparabili al nostro pianeta. Scegliete materiali che siano sostenibili, durevoli e biodegradabili…

Scegliete pellami e pellicce perché non c’è un’alternativa fattibile.

Una volpe artica in gabbiaHDGetty
In Russia fiorisce il commercio di volpi artiche


Pellicce sintetiche: perché sceglierle

Quelle di Truth About fur sembrerebbero ragioni incontrovertibili, ma lo è altrettanto la loro confutazione: la pelliccia ed i pellami provengono da animali, dunque - come scriveva Tansy Hoskins per il Guardian nel 2013 - “hanno il ciclo della decomposizione integrato”. Una pelliccia prelevata direttamente dall’animale morto va incontro alla putrefazione, quindi l’industria tratta questi materiali con una gamma enorme di sostanze chimiche, soprattutto la formaldeide (che è stata connessa alla leucemia) ed il cromo (connesso al cancro): a risentirne sono sia chi le indossa che gli operai che le lavorano, e non necessariamente poiché finiscono per contrarre malattie gravi, bensì già sviluppando allergie e forti squilibri ormonali. 

Le sostanze tossiche presenti nella pelliccia ed assorbite attraverso l’aria o la pelle possono rimanere nel corpo per oltre venti anni, provocando disturbi cronici della salute. Due anni fa degli studi condotti anche nel nostro paese avevano rivelato la presenza di quantità nocive di sostanze tossiche nelle bordure di pelliccia di alcuni indumenti per bambini firmati.
Inoltre, anche una volta trattata con questi agenti chimici tossici, una pelliccia deve essere comunque tenuta al freddo e protetta dagli insetti: alla fine per una vera si spende quattro volte l’energia necessaria per produree una pelliccia sintetica, tenendo conto anche della nutrizione degli animali allevati e delle emissioni del loro letame.

Riguardo quest'ultimo punto, PETA fa l’esempio dei visoni, uno degli animali più intensivamente impiegati nell’industria delle pellicce. Ogni visone scuoiato, nel suo ciclo di vita, produce circa 20kg di feci: negli USA si stimano dunque escrementi per oltre 450mila tonnellate, ovvero circa 1000 tonnellate di fosforo che finisce nei corsi d’acqua. E questo solo dalle aziende che usano i visoni.

Un visone grigio in mezzo all'erbaHDGetty
Un visone grigio

Grazie a questi record, l’industria delle pellicce e dei pellami (per non parlare, purtroppo, anche della produzione di lana) è stata inserita nella lista delle cinque industrie peggiori per inquinamento da metalli tossici, e a compilare la lista è World Bank, non animalisti. La Environmental Protection Agency (o EPA, cioè l’agenzia per la protezione dell’ambiente) ha già multato diversi impianti di lavorazione delle pellicce per aver causato alti livelli di inquinamento e per aver usato solventi che “possono causare problemi respiratori, e sono riconosciuti come potenzialmente cancerogeni”. Quando queste sostanze penetrano nel terreno e arrivano alle risorse idriche - cosa che succede spesso - i risultati sono devastanti.

Alcuni produttori si nascondono dietro al fatto di “rispettare le normative previste”: le normative, laddove esistono (in Cina non ve ne sono, e la Cina produce 20 milioni di pelli di visone all’anno), sono a dir poco lacunose sia per quanto riguarda la difesa dell’ambiente che, soprattutto per l’altro insormontabile problema posto dall’industria in questione.

Finora, infatti, non avevamo ancora toccato il tasto dolente del trattamento degli animali: che siano allevati in cattività o catturati , ogni esemplare soffre pene indicibili. Le specie più comunemente usate, oltre al visone, includono volpi, conigli, zibellini, cincillà, castori, linci, foche, procioni, coyote, topi muschiati, lupi, lontre, cani e gatti. Ci sono poi gli animali rari, in via d’estinzione, vittime di implacabile bracconaggio.

La più grande concentrazione di allevamenti di animali da pelliccia nel mondo è nel Nord Europa, che contribuisce con l’85% delle pelli usate nel settore. Quando le pellicce non provengono da animali cresciuti in cattività, generalmente si tratta di esemplari catturati soprattutto in Russia e Nord America, ma c’è molta attività di questo tipo anche in paesi come l’Argentina, la Nuova Zelanda e la Danimarca.

Una volpe rossa in gabbiaHD Jiříkovice

In tutti questi allevamenti gli animali non possono mai esprimere i propri comportamenti naturali: cresciuti in spazi minuscoli, spesso gabbie di ferro luride, arrivano a sviluppare atteggiamenti abnormi come il camminare nervosamente avanti e indietro senza sosta, masticare le barre delle gabbie, automutilazione e a volte anche cannibalismo. Le gabbie sono parallelepipedi di griglie, così come i ripiani su cui sono disposte in file e colonne lunghissime, in maniera che ogni escremento cola da una all’altra fino a terra. Per quanto ciò sia fastidioso per gli animali (vivrebbero mai nel loro sporco, in natura?), la pelliccia non ne risente, dunque le gabbie non vengono pulite. I metodi di uccisione sono i più veloci e poco costosi possibile (gas, camere di decompressione, elettrocuzione per via orale ed anale, o semplicemente frattura del collo). Sono tutti metodi crudeli e gli animali soffrono moltissimo, ma di nuovo, non danneggiano il pelo.

Anche gli animali catturati non se la passano bene. La trappola più comune è la tagliola, sebbene sia proibita in molte parti d’Europa da anni: con questa, la zampa dell’animale rimane chiusa nella morsa di ferro in attesa che arrivi il cacciatore (o bracconiere) a liberarlo: finché ciò non succede, l’animale cerca di liberarsi compromettendo sempre più la sua salute. Alcuni si liberano staccando a morsi l’arto. Animali semiacquatici come i castori vengono catturati con trappole subacquee: il calvario quindi prevede annegamento. La situazione di cani e gatti, scuoiati vivi, impiccati, soffocati, picchiati o lasciati a morire dissanguati (succede perlopiù in Cina) è tristemente famosa, ma finché il Nord America e molti paesi europei continueranno ad impiegarli per decorare cappotti, guanti, borse e giocattoli, è difficile che cessi.

Nonostante infatti esistano divieti in molti paesi riguardo l’allevamento, la caccia con tagliole così come sono proibiti certi tipi di pellicce, la World Trade Organization non condanna questo commercio da un punto di vista etico, per cui l’importazione delle pellicce è possibile in qualsiasi paese a prescindere dalla presenza di leggi, nello stesso, che proteggano il benessere degli animali.

un coniglio bianco corre in un pratoHDPixabay
Un coniglio d'angora

Di fronte a tanti danni per l’ambiente, dunque per noi, le sofferenze atroci per gli animali, e l’esistenza di alternative etiche soddisfacenti, vale davvero la pena sostenere un sistema del genere per un capo d’abbigliamento?

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