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Recensione di I, Tonya, storia di una donna contro tutti

Margot Robbie è Tonya Harding nel mockumentary di Craig Gillespie che racconta, tra dramma e commedia, la stana storia della pattinatrice americana.

Margot Robbie è Tonya Harding

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Nel gennaio del ’94 l’atleta Nancy Kerrigan fu colpita al ginocchio con una sbarra di metallo e costretta a ritirarsi dai campionati nazionali di pattinaggio artistico in favore della sfidante e amica Tonya Harding che, mesi dopo, fu incolpata, insieme all’ex marito Jeff Gillooly e alla sua guardia del corpo Shane Stant, di aver organizzato l’aggressione.

Il cineasta australiano Craig Gillespie nella sua ultima fatica, I, Tonya, ripercorre in forma di mockumentary la storia della Harding, raccontandone - tra serio e faceto - la sua difficile ascesa nel mondo dello sport attraverso la ricostruzione della sfortunata vita della campionessa. Ricostruzione che, ci avverte lo stesso regista, non è detto che racconti la verità in quanto basata su deliranti e soggettive interviste rilasciate dai protagonisti di questa vicenda che per mesi occupò le pagine dei giornali di tutto il mondo.

Nel nome dell’amore

Margot Robbie in una scena di I, TonyaHDLucky Red

Tonya Harding è stata una pattinatrice dotata di una potenza atletica eccezionale, di un talento innato che l’ha portata ad essere la prima ginnasta americana ad avere il coraggio eseguire un triplo axel in una competizione nazionale. Nonostante la sua bravura, la grande pecca di Tonya agli occhi dei giudici era quella di essere sgraziata, visibilmente figlia di quel proletariato made in U.S.A. che non poteva di certo rappresentare a livello internazionale la grandezza degli Stati Uniti.

Tu non sei l’immagine che vogliamo rappresenti l’America. Tu non vuoi stare al gioco.

Il vero fardello di Tonya, quindi, erano le sue origini oltre che una madre padrona, anaffettiva, ossessionata dall’idea che la figlia dovesse vincere e interpretata nel film un’impeccabile Allison Janney, villain straordinaria che non riceve né chiede mai redenzione.  Il rapporto tra Tonya e LaVona Harding è la vera chiave per capire la matrice tutti gli atteggiamenti autodistruttivi della pattinatrice, sia sulla pista da pattinaggio che nella vita privata caratterizzata da un violentissimo rapporto con il suo compagno Jeff Gillooly (Sebastian Stan) e dal bisogno di essere accettata da qualcuno, che fosse il pubblico o l’uomo che la picchiava.

Il dramma esistenziale della Harding viene mostrato nella pellicola di Gillooly con una narrazione veloce che non si esime dal mostrare i momenti più amari della vicenda pubblica e personale di Tonya, ma che spezza i momenti più drammatici del racconto attraverso battute sarcastiche delle diverse voci narranti nel tentativo, riuscitissimo, di far empatizzare (nel bene e nel male) il pubblico con la protagonista e non di scaturire in un insulso sentimento di pena.

Quando l’America genera mostri

Il manifesto di I, Tonya

Con la potente arma dell’ironia, Craig Gillespie sfrutta la storia umana di Tonya Harding, attraverso anche l’aiuto fondamenta di Margot Robbie che in I Tonya (ri)vive e fa rivivere i tormenti e i deliri della pattinatrice, per negare l’esistenza stessa del sogno americano e per mettere in scena quella che fondamentalmente è l’epopea di una donna sola non ritenuta degna di rappresentare il suo paese, ma che viene sfruttata come caso mediatico dallo stesso nel momento più difficile, delicato e controverso della sua carriera, per poi essere condannata a smettere di sognare:

Mi hanno amata per un minuto, poi mi hanno odiata e alla fine sono diventata una barzelletta.

I, Tonya arriverà nelle sale italiane nel 2018.

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