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Donne che odiano le donne: Asia Argento e il victim blaming

Quando la vittima diventa imputata: tutti contro Asia Argento, abusata Harvey Weinstein e giudicata di un'Italia dove anche le donne sono ancora solidali al maschilismo.

Asia Argento

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Nel 1979 in Italia è stato mandato in onda il primo processo per stupro a porte aperte, oggetto di un discusso documentario diretto da Loredana Dordi Fu

L’avvocato civile della parte lesa, la 18enne Fiorella (il cui cognome non è mai stato reso noto), era Tina Lagostena Bassi, giurista che per tutta la vita si è schierata dalla parte delle donne, dentro e fuori le aule di tribunale. 

È stata lei a fare la storica arringa contro la triste consuetudine di rendere imputata la vittima di una molestia sessuale. Arringa che, purtroppo, nel 2017 è ancora attualissima, come ha dimostrato la poca solidarietà (soprattutto femminile) espressa nei confronti di Asia Argento, dopo che l’attrice ha confessato di essere stata tra le “prede” di Harvey Weinstein.

Questa è una prassi costante: il processo alla donna. La vera imputata è la donna. E, scusatemi la franchezza, se si fa così è solidarietà maschilista, perché solo se la donna viene trasformata in un'imputata, solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale. Io non voglio parlare di Fiorella, secondo me è umiliante venire qui a dire ‘non è una puttana’. Una donna ha il diritto di essere quello che vuole, senza bisogno di difensori. Io non sono il difensore della donna Fiorella. Io sono l'accusatore di un certo modo di fare processi per violenza.

Mentre negli Stati Uniti star e volti noti di ogni calibro si sono schierate con forza contro il produttore, qui nel Belpaese in tantissimi, tra cui donne dello spettacolo ma anche mere leonesse da tastiera, hanno attaccato l’Argento le cui responsabilità, secondo i giudici dei media e del web sono molteplici: ha denunciato troppo tardi, per anni è stata connivente di Weinstein, se l’è cercata.

Addirittura Natalia Aspesi, sagace penna e femminista convinta che il movimento sia ancora “la missione più importante delle donne di tutto il mondo”, si è detta sulle pagine di Vanity Fair infastidita dalla “rappresentazione ecumenica, irrealistica, quasi angelicata di questi incontri”.

Il mostro da una parte, l’agnello sacrificale dall’altra. A quanto leggo, Weinstein non concedeva normali appuntamenti professionali, in ufficio, con una scrivania a dividere ambiti e intenzioni. Non parlava di sceneggiature. Chiedeva massaggi. E se tu chiedi un massaggio e io il massaggio te lo concedo, dopo è difficile stupirsi dell’evoluzione degli eventi.

A leggere bene tra le righe di chi l’attacca, le colpe di Asia Argento sembrano essere quelle che solitamente vengono imputate a ragazze belle e libere che sono state vittime di una violenza, e del conseguente victim blaming all'italiana, con l’imperdonabile aggravante che è famosa, a molti poco simpatica e nata privilegiata.

Contro di lei, quindi, è facile alzare l’ascia dell’invidia sociale per colpirla anche tramite bugie, alimentando leggende metropolitane come quella che vuole che l’attrice abbia avuto una vera e propria relazione con il suo carnefice.

I motivi per i quali Asia ha deciso solo ora di parlare li ha spiegati lei stessa in una lunga intervista al Secolo XIX e hanno a che fare con la giovane età che aveva all'epoca della violenza e con la paura, comprensibilissima, di perdere tutto, dopo aver perso se stessa:

La violenza che io ho subito risale al 1997. In Italia, solo un anno prima lo stupro era diventato crimine contro la persona e non solo contro la morale. Pensi se avessi parlato allora. Come avrei potuto? E poi sì, era per la mia carriera! Un tempo io ci tenevo tantissimo alla mia carriera. Ero giovane e anche io avevo i miei sogni. Non volevo niente da Weinstein, ma non volevo nemmeno che mi distruggesse.

Weinstein era un uomo potente che dalla sua aveva un protection racket inattaccabile, nel '97 una denuncia di questo tipo, soprattutto nella retrogada Italia, sarebbe stata oggetto di polemiche che avrebbero distrutto psicologicamente una ventenne e le sue ambizioni, esattamente come è accaduto oggi con una donna che, fortunatamente, è più forte della ragazza che è stata.

Se avessi detto vent’anni fa quello che ho detto oggi, probabilmente non mi sarei più ripresa. Sarei caduta in depressione. E sarebbe stato addirittura peggio di quello che poi mi è successo. Dopo quel giorno, non sono più stata la stessa persona.

Questa triste storia in cui, ancora una volta, sotto processo (mediatico) è la vittima di un abuso sessuale e le giudici sono anche sue coetanee, madri e sorelle non fa altro che spaventare ancor di più chi cerca nei meandri della sua anima il coraggio di denunciare l’orco e liberarsi. Perché ogni parola detta contro Asia è una giustificazione per il suo carnefice, e per tutti quelli come lui.

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