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Come prospera un molestatore: il sistema che ha protetto Harvey Weinstein

Storia di un declino posticipato, ecco perché Harvey Weinstein ha potuto molestare (quasi) indisturbato per trent’anni a Hollywood.

Harvey Weinstein

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Dal 5 ottobre scorso, giorno in cui il New York Times ha portato alla luce il “caso Weinstein”, sono già 35 le donne che hanno ammesso di essere state molestate dal co-fondatore della casa di distribuzione Miramax Films e della società di produzione The Weinstein Company.

Secondo le ricostruzioni dei fatti, è almeno dagli anni ’80 che Weinstein agisce indisturbato forzando sue dipendenti, attrici e aspiranti tali a spogliarsi, a masturbarlo, a baciarlo e ad avere dei rapporti orali e sessuali con lui. 

Le donne contro Harvey WeinsteinHD

In particolare, tra le star che hanno ammesso di essere state avvicinate dal tycoon di Hollywood spiccano nomi importanti quali Asia Argento, Mira Sorvino, Rosanna Arquette, Angelina Jolie e Gwyneth Paltrow.

Ora che lo scandalo è stato tardivamente svelato, che Weinstein è stato licenziato dalla sua stessa società ed espulso dall'Academy Awards, ci si chiede perché solo adesso sia uscita fuori questa triste e recidiva storia di cui in molti sembravano essere a conoscenza da tempo.

Il luogo comune: da vittime a complici

Secondo i più, le colpevoli del posticipato declino del re di Hollywood sono - paradossalmente - le stesse vittime di Weinstein che non hanno denunciato gli oltraggiosi comportamenti del produttore, contribuendo a farlo reiterare per decenni. 

Ovviamente chi ha la presunzione di voler trasformare le vittime in complici non sa che chi osa tentare di denunciare il suo potente carnefice spesso e volentieri, oltre a non ottenere giustizia, è destinata a dire addio a carriera e reputazione. 

Time to take my dreams back... 🌹 Ph by @gabrielegriseri #AmbraBGutierrez

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In particolare lo stesso Weinstein ha dimostrato di poter manipolare la verità a suo piacimento. Quando nel 2015, ad esempio, Ambra Battilana Gutierrez ha subito molestie dal produttore, non solo la sua denuncia non è stata presa in considerazione, ma Weinstein stesso ha fatto pubblicare un articolo su una rivista dove accusava in esclusiva la Gutierrez di aver inventato lo scandalo come un mero “tentativo di ricatto”.

Solo grazie all’audio dell’incontro pubblicato in questi giorni sul New Yorker, dopo lo scoppio dello scandalo Weinstein, è venuto fuori che la modella italo-filippina aveva effettivamente subito delle pesanti avance da parte del produttore.

Inoltre va anche sottolineano come molte donne che in passato si sono ribellate contro potenti molestatori intentando cause contro di loro, spesso siano finite a doversi accontentare di un patteggiamento a porte chiuse che comprende un accordo di non divulgazione, pena ingenti sanzioni pecuniarie.

Il protection racket di Harvey Weinstein

Hervey Weinstein a lavoroHDNew York Times

Appurato che le vittime di molestie che non denunciano non sono complici del’”orco”, ma vittime di un sistema sottomesso al volere dei potenti, va tenuto conto che Weinstein - e altri come lui - sono forti di un vero e proprio protection racket.

Questo racket, formato da agenti e avvocati senza scrupoli, è un avversario formidabile per chiunque voglia provare a esporre la verità. Usano qualunque mezzo possibile per affossare i giornalisti, per demotivarli attraverso minacce e azioni legali, o comprarli con promesse di esclusive, inviti a première, promozioni di libri e offerte di lavoro.

Qualsiasi giornale si erga contro il “protection racket” deve essere pronto a combattere una vera e propria guerra che potrebbe perdere: miliardari con interessi politici o scheletri nell’armadio hanno già dimostrato di poter finanziare cause legali in grado di far fallire economicamente intere testate.

Emblematico, in merito, il caso di Peter Thiel - famosissimo uomo d’affari americano di origini tedesche - che ha portato alla bancarotta il popolare sito di news e gossip Gawker, foraggiando le spese legali di Hulk Hogan in un processo contro il web magazine che aveva pubblicato un video dell’ex wrestler mentre faceva sesso con l’allora moglie di un suo amico. Quella di Thiel è stata una vera e propria vendetta del confronti di Gawker, colpevole di aver palesato in un articolo l’omosessualità dell’imprenditore. 

Tale ritorsione ha dimostrato che una vicenda basata su “pesanti” accuse che coinvolgono persone “importanti” richiede molto più che un giornalista di buona volontà. Comporta impiegare risorse per lavorare esclusivamente sulla storia per mesi, al fine di renderla inattaccabile. Comporta essere in grado di fronteggiare ogni sfida legale che si presenterà. Comporta convincere vittime, comprensibilmente riluttanti, a parlare contro coloro che hanno i motivi e i mezzi per schiacciarle.

Harvey WeinsteinHD

Tantissimi giornalisti, dopo che il caso Weinstein è stato portato alla luce, hanno confessato di aver provato più volte a svelare la vicenda, come A.J. Benza - penna della sezione gossip del Daily News - che ha ammesso che il mogul di Hollywood, in cambio di alcune “omissioni”, gli ha permesso di intervistare Quentin Tarantino e Salma Hayek e di avere accesso all’esclusivo party degli Oscar:

Ve la pongo in questo modo: ti fa sentire davvero bene essere ammesso a quei party esclusivi guardando il resto dei colleghi dall’altra parte del cordone che non possono entrare.

Tina Brown, con cui Weinstein ha fondato la rivista Talk nel 1999, ha confermato che Harvey ha tenuto in pugno un gran numero di giornalisti per anni:

Una delle sue tattiche era offrire succosi scandali in esclusiva riguardo attori dei suoi film o persone nella sua cerchia (compresa me) in cambio dell’insabbiamento di un pezzo dannoso per se stesso.

Il silenzio, a quanto pare, vale molto meno dell’oro in quel di Hollywood.

Fonte: New York Times

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