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One More Kiss, Dear: la recensione di Blade Runner 2049

Non serve fare film strappalacrime per commuovere, a Blade Runner 2049 - dal 5 ottobre al cinema - basta la folgorante bellezza formale e l’amore con cui onora il cult di Scott per emozionare con un sequel bellissimo.

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Si può imparare a essere umani, si può imparare essere più umani degli umani.

Il sequel del cult di Ridley Scott, Blade Runner 2049, ambientato trent'anni dopo l'originale del 1982, è in sala dal 5 ottobre. È firmato dal canadese Denis Villeneuve, regista che con Arrival - presentato l’anno scorso al Festival del Cinema di Venezia - aveva dimostrato di saper narrare la fantascienza. Nel corso delle attività stampa di quel film, durante le quali stava girando Blade Runner 2049, il canadese ammise che aveva deciso di realizzare il seguito di quella pellicola così importante per lui “fregandosene delle aspettative di critica e pubblico". "Tanto, a confronto con un capolavoro del genere” spiegò, “verrò massacrato comunque”. Villeneuve ha fatto qualcosa di profondamente difficile per un artista, immergere le mani in una pellicola che idolatrava, e lo ha fatto meravigliosamente.

Una scena di Blade Runner 2049 con Joi e KHD

Blade Runner 2049 è una pellicola visivamente da togliere il fiato, e intellettualmente così limpida da commuovere. Le atmosfere evocano quelle da neon noir dell’originale – la città caotica, la pioggia battente, l’alone delle luci al neon che si riflette nelle pozzanghere, le proiezioni olografiche invadenti e colorate delle pubblicità. Il cacciatore di androidi che ha preso il posto di Deckard si chiama K, il suo compito è “ritirare” i vecchi modelli ribelli di replicanti, datisi alla macchia dopo che la rivolta di Roy Batty, di Pris e degli altri Nexus ha gettato nel panico la popolazione. La Tyrell è morta con il suo creatore, ma trent’anni dopo, il sociopatico e megalomane Neander Wallace (Jared Leto, l'unica nota stonata del film, specialmente nell’ottica che, al suo posto, ci sarebbe dovuto essere David Bowie) ha restituito al mondo e all’extra-mondo la commodity cui non potevano rinunciare: schiavi forti e docili in forma di androidi prodotti con la bioingegneria. Tuttavia, qualcosa di quella generazione obsoleta che agognava la libertà è sopravvissuta fino al 2049 e al blade runner K tocca eliminarla, finendo coinvolto in un caso sconcertante.

Harrison Ford e Ryan Gosling in Blade Runner 2049HD

I replicanti e l'anima

Blade Runner 2049 si fonda su una forte allegoria cristologica: non è il primo film di fantascienza a farlo, basti ricordare la trinità Sarah Connor-John Connor-Kyle Reese di Terminator. Anche qui, si attende l’avvento di un Messia, un liberatore di ribelli perseguitati da una razza crudele: in Terminator quest’ultima era incarnata dai robot di Skynet, qui i mostri siamo noi. Il protagonista K (Ryan Gosling, attore che dopo Drive è riuscito a finire, di nuovo, nel cast di uno dei più bei film del decennio), solo e solitario, fa parte di un’analoga trinità, soldato in cerca di un’anima che scoprirà di avere, come un umano, più di un umano, perché “Non c’è niente di più umano che sacrificarsi per la salvezza di qualcun altro.” La trama del sequel di Villeneuve è semplicissima, sottile dai tempi dilatati. Il regista riesce a diluirla in due ore e mezzo, con quella serenità di chi non si asservisce alle esigenze del pubblico e di chi ha tanta libertà creativa da poter portare al cinema una versione del proprio film che è già “director’s cut”.

Ryan gosling in una scena di Blade Runner 2049HD

La dichiarazione d'amore di Villeneuve

Il film è costellato di citazioni visive, di omaggi ad altri film, a Philip K. Dick (l’autore di Cacciatore di androidi, romanzo cui si ispirò Scott) e soprattutto all’originale. Si scorge, oltre all’iconografia scaturita dai concept del visual futurist Syd Mead per il primo Blade Runner, anche accenni ad altri sue opere (come Tron); quando K si avventura nel deserto radioattivo, l’eco è quella del libro di Dick; soprattutto, chi conosce Blade Runner a menadito sarà sommerso dai rimandi. Villeneuve riprende e mescola le scene del film di Scott, le rielabora, ne fa variazioni sul tema, le sovrappone, le sfasa, le replica ribaltando i ruoli. Dall’incontro di K con il Tyrell della situazione e la sua replicante speciale, allo scontro - a colpi di proiettili attraverso muri cadenti - tra preda e cacciatore che diventano predatore e cacciato, dal test per determinare “quanto replicante è un replicante” ai volti – e alle voci – familiari (non solo il Deckard di Harrison Ford e il Gaff di Edward James Olmos, c’è anche qualche sorpresa), all’amore impossibile tra esseri artificiali, si susseguono richiami ed eco.

Una scena di Blade Runner 2049 ambientata nel desertoHD

Non solo omaggi, intrisi di un amore profondo del regista per il materiale d’origine, visivi e narrativi, ma anche – e sono i più emotivamente forti – sonori. Blade Runner 2049 si apre sul fruscio delle macchine volanti che sfrecciano nei cieli foschi, prosegue al rintocco delle campane che scandivano la colonna sonora di Vangelis (e al posto della languida One More Kiss Dear da noir anni ’40 ci sono le esibizioni di Elvis e Sinatra, “glitch” di un passato di cui restano solo brandelli) e finisce sulle note di Tears in Rain. La neve silenziosa al posto della pioggia battente, le stesse note cristalline e malinconiche che rieccheggiano dolcemente: Denis Villeneuve, il miracolo di un sequel degno di Blade Runner, è riuscito a farlo.

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