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120 battiti al minuto: il film sull'AIDS di Robin Campillo in un'Italia ancora omofoba

Da Cannes agli Oscar, passando per la censura e l'omofobia. Robin Campillo ci racconta in una lunga intervista il film LGBT in uscita il 5 ottobre 2017 per cui l'Italia non sembra pronta.

Il regista Robin Campillo

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A fine settembre il regista Robin Campillo, fresco di un premio pesante a Cannes e della candidatura francese all'Oscar per il miglior film in lingua straniera, approda in Italia nel corso del lungo tour promozionale di 120 battiti al minuto. Dopo essere diventato il vincitore morale di Cannes - fermatosi davvero a un passo dalla Palma d'Oro - il film sulle lotte degli anni '90 per sensibilizzare l'opinione pubblica francese sui pericoli dell'AIDS ha mietuto un successo incredibile in madrepatria: 650mila spettatori in quattro settimane, un passaparola travolgente, numeri da blockbuster per un film autoriale dalla tematica e dalla durata impegnative. 

120 Battiti al minuto: l'Italia ha paura di un film sui diritti gay?

Comincia proprio così la nostra intervista a Campillo, con le congratulazioni per la candidatura francese per la corsa all'Oscar e per l'incredibile successo riscosso in sala. Seguono domande relative alla forte dimensione autobiografica del film, che il regista definisce il suo "autoritratto collettivo". Un film necessario per lui - per esorcizzare un periodo terribile della sua giovinezza e alcuni rimpianti ad esso connessi - ma anche per i tanti spettatori che hanno vissuto gli anni della lotta contro l'omofobia e contro l'AIDS.

Chi ricorda le lotte di Act Up Paris - l'associazione che si batteva per garantire cure e visibilità ai malati di AIDS francesi - ha finalmente trovato un film capace di portare su grande schermo quegli anni incredibili. Campillo stesso fu un membro attivo di Act Up Paris e racconta non da testimone, ma da protagonista attivo le battaglie del movimento. Con una serie di proteste non violente ed eclatanti, Act Up Paris lottò per far arrivare all'attenzione del pubblico quante più informazioni possibili sull'epidemia di AIDS in corso, fino ad allora passata sotto silenzio. 120 Battiti al minuto è un film necessario e prezioso anche per chi quegli anni non li ha vissuti di persona: in tanti giovanissimi hanno scoperto proprio attraverso il film la lunga scia di morte di un virus che forse ha smesso di fare paura, ma non di essere pericoloso.  

120 Battiti per Minuto, uno dei protagonisti partecipa a un corteo di Act Up ParisHDTeodora
Chi ha paura di 120 Battiti per Minuto? Il film in Italia sarà vietato ai minori di 14 anni

Il tenore delle domande poste dai giornalisti presenti sottintende un assunto poi rivelatosi infondato: che l’epoca dell’AIDS e delle lotte contro la discriminazione LGBT sia in qualche modo conclusa nella sua prima fase. Rimane tanto da fare, certo, ma dopo quel drammatico ingresso sullo scenario sociale e politico, la comunità gay non può più essere nascosta come qualcosa di scabroso o sconveniente.

Pochi giorni dopo la tappa milanese del tour promozionale di Campillo e del cast, arriva un comunicato stampa ufficiale di Teodora Film che costringe a rivedere l’intero articolo in via di pubblicazione. La casa di distribuzione del film annuncia sgomenta due fatti che rendono meno solide certe conquiste ormai date per scontate, l'eredità che si credeva sicura delle battaglie degli anni '90. Alcuni articoli italiani dedicati all’uscita di 120 Battiti al minuto raccolgono commenti di tenore infimo e di chiara matrice omofoba, che mettono in allarme la casa di distribuzione. L’episodio si consuma in un momento delicato sulla scena pubblica italiana, dopo che alcune gravi affermazioni omofobe finiscono senza contraddittorio e senza reprimenda nella prima serata di una rete televisiva nazionale. Poche ore dopo sarà il regista omosessuale Sebastiano Riso a finire sulle prime pagine, dopo l'aggressione subita in casa propria a causa del suo ultimo film - La famiglia - che affronta il tema delle adozioni per le coppie gay. Purtroppo i due avvenimenti sono solo gli ultimi e più eclatanti di una lunga, lunghissima lista.

Le immagini di un corteo notturno di Act Up Paris in una scena di 120 Battiti per MinutoHDTeodora
Lottare contro la morte per i propri diritti: è questa la battaglia narrata da 120 Battiti per Minuto

La doccia gelida arriva poco dopo: in Italia il film campione d’incassi sarà vietato ai minori di 14 anni. In Francia la pellicola viene presentata senza limitazioni di sorta, che non possono che incidere in negativo sulle copie distribuite e sull’incasso del film stesso. Eppure sono proprio le giovani generazioni quelle che spesso si espongono al contagio per scarsità di informazioni sulla malattia e sulla sua prevenzione. La lotta di Act Up Paris - raccontata in un film che è importante sì, ma anche intenso ed entusiasmante da vedere - può ancora fare la differenza per loro, dimenticati dagli scarni programmi scolastici di educazione sessuale e mal informati dalle fonti contrastanti della Rete. Teodora Film sottolinea che:

Il divieto colpisce un film profondamente educativo, che racconta anche ai giovani e ai giovanissimi la battaglia - non ancora vinta - contro una malattia che, complice il silenzio di troppi, ha ucciso 40 milioni di persone nel mondo.

Si capisce bene quale sia il vero ostacolo insormontabile per la censura italiana: la presenza di effusioni tra giovani uomini, in un contesto in cui l’omosessualità è ritratta come normale e quotidiana. Tanto che si fa strada un sospetto non proprio infondato:

Quello che ci dispiace constatare è che, ancora una volta, si è scelto di usare due pesi e due misure: perché, e di questo siamo convinti, se i protagonisti di 120 Battiti al minuto fossero stati un uomo e una donna, oggi non saremmo qui a parlare di visti censura.

Si è data per scontata una maturità nazionale nell’affrontare certe tematiche che - non mancano gli esempi in queste ore - sembra ahimè lontana. A seguire vi proponiamo l’intervista integrale col regista di uno dei migliori film dell’annata, che sarà nelle nostre sale a partire dal 5 ottobre 2017. 

Robin Campillo presenta 120 Battiti al minuto 

120 Battiti al minuto concorrerà agli Oscar come miglior film in lingua straniera, ma non è l'unico film queer tra i favoriti dell'annata, sono molti e sono tutti europei. Perché c'è questa maggiore attenzione nel vecchio continente a queste tematiche?

In Europa è più facile produrre film indipendenti e la Francia è un caso a parte, dove si sperimenta ancora di più. Ottenere finanziamenti per film a tematica LGBT e per altri temi delicati in molte nazioni europee è possibile e questo si riflette sulla nostra produzione, ancor di più in quella francese. A questo proposito sono ancora più felice del successo francese del film, perché sta anche ripagando ampiamente l’investimento economico dei nostri produttori, il loro coraggio. In Europa c’è insomma più libertà. A Hollywood invece gli schemi produttivi degli studios avrebbero imposto di prendere qualche attore famoso per dare risalto al progetto, o di porre dei paletti sulle scene d’amore. Io invece ho potuto muovermi come più desideravo, non ho avuto alcun tipo di limite o pressione.

120 Battiti al minuto racconta un momento storico di vera svolta per la comunità gay mondiale, che si ritrova all'improvviso a fronteggiare un'inarrestabile scia di morte. Il film però ritrae un'epoca vitalissima, quasi a scontrare l'attivismo incredibile dei protagonisti all'atmosfera di morte che li circonda. 

L’arrivo dell’epidemia ha determinato una svolta storica per la comunità gay mondiale. L'AIDS ha permesso alla comunità gay di uscire allo scoperto, di smettere di nascondersi ai margini della vita pubblica. Quando abbiamo cominciato a morire, non è stato più possibile nascondere la nostra vita affettiva, la nostra stessa esistenza al pubblico. Negli anni '90 in molti hanno dovuto affrontare momenti terribili, senza l'aiuto delle istituzioni: in tanti alla morte del partner si sono trovati per strada, senza una casa, a causa di un vuoto normativo che non ne tutelava i diritti. Improvvisamente non eravamo più invisibili, ma ci trovavamo a lottare attivamente per i nostri diritti. Non eravamo più i gay carini vittima della paura altrui, eravamo i froci cattivi che attaccavano i politici e i media alla ricerca di visibilità, con lo scopo di salvare vite umane.

Arnaud Valois si aggira per una discoteca in una scena di 120 Battiti per minutoTeodora
Arnaud Valois è l'attore rivelazione di 120 Battiti per minuto: interpreta l'unico sieronegativo tra i protagonisti del film

È questa una delle eredità di Act Up Paris.

Sì e ne beneficiano tutti, anche al di fuori della comunità LGBT. Oggi in molti malati di ADIS, gay e non, godono di diritti che abbiamo strappano noi di Act Up Paris. Per esempio ogni malato ottiene gratuitamente tutte le cure mediche disponibili per l’AIDS e non corre il rischio di venire espulso dalla nazione dopo la conferma della sieropositività, pericolo che è stato reale e palpabile per un certo periodo in quegli anni. La lotta però non è finita e c’è ancora moltissimo da fare, soprattutto nelle scuole: in tanti non usano il preservativo, soprattutto tra i giovani, che invece rimane uno strumento di difesa fondamentale. In questo senso il film ha anche risvegliato le coscienze di molti.

120 Battiti al minuto è anche un film molto personale, che sembra ricostruire sul piano collettivo e intimo il ritmo frenetico di quegli anni.

Per me questo film è stato innanzitutto una riflessione sul tempo: gli anni sono passati, sono successe tante cose e molte persone incontrate in quel periodo sono morte. Con gli attori ho lavorato per sincronizzare alcuni elementi della mia vita vissuta mettendoli in scena e amalgamandoli con parti di pura finzione. 120 Battiti al Minuto vive nella dimensione dello spazio/tempo scolpito dal cinema, come Solaris di Andrej Tarkovskij. Ci sono le aule dove si incontra l’associazione, ci sono i muri bianchi dove l’associazione progetta i suoi raid e i luoghi dove poi avvengono, infine ci sono i locali notturni dove il parlare ossessivo dei protagonisti lascia campo alla musica e ai corpi. Ho giocato su questi elementi e livelli per rievocare le emozioni e i sentimenti di quegli anni. Il film è quasi privo di scene di raccordo perché è figlio della memoria, dove gli eventi importanti si susseguono al netto dei momenti di transizione. Quando uno dei protagonisti si ammala, entra in una dimensione con uno spazio e tempo unico, quello dell’anticamera della morte. Io di quel periodo ricordo solo quello che facevo con Act Up Paris, i ricordi del resto della vita sono più sconnessi e meno rilevanti. Ho ricostruito questa architettura mettendola in una prospettiva collettiva.

Una scena di ballo in discoteca tra i protagonisti di 120 Battiti per MinutoHDTeodora
Gli anni '90 sono stati un momento di morte, che esorcizzavamo con la danza e la musica

Quanto di 120 Battiti al minuto è figlio della sua personale esperienza? Come si è avvicinato lei al movimento Act Up Paris?

Mi rendo conto di essere geloso delle parti della mia storia inclusa nel film, però a un certo punto ho sentito il bisogno - ora come allora - di scendere in campo con un atto politico e pubblico. In quegli anni ero l’ultima persona che ci si sarebbe aspettati diventasse militante. Sono arrivato in ritardo, spinto dall'urgenza di riparare un errore che commisi all'epoca. Mi sono reso conto all'improvviso di non esserci stato quando un grande amore della mia vita aveva bisogno di me, mentre si ammalava. Io però ero fuori sincrono rispetto all’epoca storica, ero distante da quei problemi. Mi sono riallineato solo in seguito, seguendo la sensazione d’urgenza che sentivo, il bisogno di fare qualcosa. La politica deve ritrovare un corpo fisico per esprimersi: oggi forse queste opportunità di incarnarla in atti concreti non sono più così visibili.

Quindi è per questo che ha girato 120 Battiti al minuto, perché oggi è ancora necessario parlare di AIDS?

Non ho pensato di girare questo film per la necessità di parlare dell’AIDS, che comunque condivido. Sono stato egoista, ero soprattutto io ad aver bisogno di coniugare finalmente due capitoli importanti della mia vita: il cinema e la malattia. Sentivo il bisogno di chiudere il cerchio, dare concretezza a questo periodo della mia gioventù e pareggiare finalmente i conti con i miei errori del passato.

Si aspettava una reazione tanto calda del pubblico? 

Durante gli incontri con il pubblico mi stupisco sempre di come le varie generazioni reagiscano in maniera differente al mio film. Chi quegli anni li ha vissuti è entusiasta perché finalmente una pellicola assolve il compito di raccontare quell’epoca, il suo profondo senso di morte, la testimonianza della battaglia politica dei sopravvissuti. I giovani invece scoprono un'epoca che conoscono poco, se la sentono finalmente raccontata in prima persona, senza il distacco del resoconto storico. Tuttavia 120 Battiti per minuto per me rimane innanzitutto un film molto, molto personale: lo considero il mio autoritratto collettivo.

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