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10 film da non perdere da Venezia 74, la Mostra più romantica di sempre

Lungometraggi da Leone e raffinate pellicole fuori concorso: tra amore, ambiente e tanto crime, ecco i 10 film visti a Venezia 74 da non lasciarci sfuggire all'uscita nelle sale italiane.

Il logo di Venezia 74

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È calato il sipario sulla 74esima Mostra d'arte cinematografica di Venezia, ma non si smetterà di certo di parlare dei suoi protagonisti, a partire dal Leone d'Oro Guillermo del Toro. Dopo il clamore della Laguna e i passaggi sul red carpet, i 21 film in concorso si apprestano ad affrontare la prova più difficile: quella della sala cinematografica. 

L'ingresso della Sala Grande riallestito per l'edizione 74HDElisa Giudici
Venezia 74: quali film lasceranno davvero il segno?

Con tanta varietà di generi, titoli e periodi d'uscita, è piuttosto facile perdere qualche titolo rilevante di un'edizione della Mostra rivelatasi più romantica che mai. Per questo motivo ho stilato una lista con i 10 migliori film visti in Laguna, quelli per cui vale la pena recarsi al cinema. Tra pellicole romantiche, visionarie, coraggiose e tradizionali, troverete di certo qualcosa che fa per voi. 

10 - Lean on Pete

Dopo aver raccontato magistralmente le insidie nascoste di un solido matrimonio in 45 Anni e una fugace storia d'amore giovanile in Weekend, Andrew Haigh è tornato in gran forma! Il raffinato e intimista regista britannico ha presentato in concorso Lean on Pete, un lungometraggio che si concentra sul periodo dell'adolescenza. Adattamento dell'omonimo romanzo ambientato nel mondo della corse di cavalli, Lean On Pete racconta il naufragio improvviso della vita di un ragazzino, che si ritrova improvvisamente orfano degli affetti e senza un luogo sicuro dove vivere, con come unica ancora emotiva un cavallo da corsa a fine carriera a cui fa da stalliere. 

A volte non servono grandi epopee o effetti speciali per colpire il pubblico e lasciare il segno. Come in passato, Haigh si conferma il campione dei dettagli quotidiani e dei sentimenti fugaci. Su tutto però spicca la performance del giovanissimo Charlie Plummer, vincitore del Premio Mastroianni e già promettente nome del firmamento cinematografico internazionale. 

9 - Marvin 

Altra storia di gioventù difficile, tra sentimenti inespressi e situazioni familiari durissime. Ad illuminare Marvin c'è però è l'apparizione di Isabelle Huppert nei panni di se stessa, della diva che frequenta con nonchalance e ironia 'intellighenzia francese. L'attrice francese più celebre al mondo è la fata madrina di una storia che fonde un percorso formativo alla Billy Elliott con le tematiche care al cinema queer.

Se il film di Anne Fontaine non è sempre incisivo o memorabile, come gran parte del cinema francese di oggi ha dalla sua interpreti notevoli (a partire dall'intenso protagonista Finnegan Oldfield) e una scrittura mai banale. Senza dimenticare lo scambio telefonico già cult di metà film: 

"Pronto, chi parla?"
"Ciao, sono Isabelle Huppert."

8 - La Fidèle

Nonostante l’accoglienza tiepida al Lido, il lungometraggio di Michaël R. Roskam sarà il rappresentante del Belgio nella corsa all’Oscar per il miglior film straniero. Di certo il nuovo film del regista di Bullhead non difetta di una regia forte e capace di guizzi espressivi memorabili, vedi il lungo, spericolato piano sequenza conclusivo.

Il punto forte del film però è la chimica che si crea tra l’incantevole Adèle Exarchopoulos - la musa di Kechiche fattasi più elegante e raffinata - e Matthias Schoenaerts, il sex symbol belga che Hollywood tenta di internazionalizzare già da tempo. In un’edizione più romantica che mai La Fidèle le è stato il film più radicale e appassionato nel parlare di amore, quello assoluto, immortale e con la A maiuscola. L’atmosfera criminale che permea la pellicola - una storia d’amore tra un gangster in cerca di redenzione e una pilota di rally - e una protagonista femminile tutt’altro che arrendevole lo rendono il film romantico di cui avevamo bisogno.

7 - Victoria & Abdul

Stephen Frears tra regine e alta società ci sguazza da tempo e con risultati memorabili, dal bellissimo The Queen a quel piccolo capolavoro di cattiveria in costume che è Le Relazioni Pericolose. Purtroppo il suo ritorno al fianco di Judi Dench corrisponde a un film molto simile alla loro precedente collaborazione, Philomena. Come nel film del 2013, qui Frears rinuncia al suo tocco incisivo e alla sua ironia tagliente, per una pellicola che un po' prende bonariamente in giro l'impettita attitudine del popolo inglese, ma senza mai davvero muovere un'accusa formale. 

Resta il fatto che la regina Vittoria di Judi Dench smonta un po' quel ritratto integerrimo di vedova dolorosa che tanti film sulla sua adolescenza e sul suo matrimonio hanno costruito. Qui scopriamo una donna capricciosa e scorbutica che si rivela spesso vendicativa ed egoista, ma anche capace di intessere un rapporto di amicizia e amore con un giovanotto indiano che potrebbe essere suo nipote. Insomma, un'ulteriore prova che Venezia 74 è riuscita ad essere romantica in maniera nuova e alternativa.

6- Angels Wear White

Nell'immenso e spesso trascurato bacino cinematografico orientale (e cinese) sospetto che si nascondano film ben più rilevanti dell'ultimo lavoro di Vivian Qu, unica regista in concorso a Venezia 74 e rara esponente del vivaio di talenti che il festival italiano dovrebbe coltivare.

Se Angels Wear White non colpisce dritto al cuore come uno schiaffo o un bacio, è perché lo stile della regista procede con una compostezza rara. Questo approccio pieno di rispetto e dignità è capace di creare la giusta distanza dall'atroce violenza che racconta e dall'incertezza che lo stato di diritto ancora in corso di costruzione in Cina comporta a livello giudiziario. Il film di Vivian Qu non è il miglior avvocato di se stesso, ma riesce a inquadrare un tema terribile come la violenza sessuale e i soprusi sui minori stando dalla loro parte, dando loro una chance di far sentire la propria voce. 

5 - Madre!

Accolto tra applausi e fischi, il nuovo film di Darren Aronofsky non è davvero adattato a tutti, come ammette candidamente il suo stesso creatore:

In Madre! ho mescolato ingredienti molto forti. È del tutto naturale che il cocktail finale possa non risultare gradito ad alcuni.

Nessuno però al Lido si è dimostrato più coraggioso del regista di Black Swan e The Wrestler, non in una Mostra veneziana in cui praticamente da solo ha osato esplorare i confini del cinema. La sua parata di star (la compagna Jennifer Lawrence, Javier Bardem, Michelle Pfeiffer) si tuffa a piene mani nell’allegorico, con un’interpretazione fisica e sofferta.

Tecnicamente ineccepibile, allegorico, ambizioso: rischiate di rimanere scottati, forse, ma non vi lascerà di certo indifferenti. Ci vorrebbero più registi così coraggiosi, che non temano i fischi e i fiaschi (la recensione del film).

4 - La Forma dell'Acqua 

In un'edizione più che mai all'insegna dei sentimenti, alla fine a trionfare è stato proprio il regista messicano Guillermo Del Toro, presentatosi al Lido come campione dell'amore. Con il suo ultimo film a metà tra La Bella e La Bestia e i mostri innamorati della vecchia Hollywood (che vi ho già recensito) Del Toro ha davvero fatto innamorare tutti, dalla giuria alla critica. 

Il regista di Blade e La Spina del Diavolo rimane lontano dal livello dei suo lavori più incisivi di gioventù, ma dimostra grande coraggio e sensibilità a puntare senza mezze misure sul sentimento, in un'epoca in cui mostrare l'affetto e l'amore senza il filtro del distacco e dell'ironia è considerato stucchevole. La grande performance di Sally Hawkins e il ritratto senza sconti di un'America che si riscopre razzista e perbenista anche negli anni '60 del sogno kennediano fanno il resto.

3 - La Villa

Non mancano i detrattori del ritorno del grande regista francese Robert Guédiguain, peccato adducano sempre come principale motivazione il presunto buonismo di una svolta narrativa di stretta attualità. Io non ve la anticiperò, essendo uno spoiler bello e buono, estratto dagli ultimi 15 minuti di film.

Fosse anche la chiusa terribile di cui parlano, rimane un intero film a precederla, uno di quelli capace di fotografare in un luogo evocativo - una villa familiare sulla costa francese in una cittadina quasi dimenticata - ogni sfumatura della vita adulta e familiare. C’è tanta tenerezza filiare e tanto amore disinteressato in La Villa, un piccolo e grande affresco familiare che forse ha irritato proprio per come parla con franchezza e senza ironia di una famiglia che si confronta con l’imminente morte del suo patriarca. Un gioiellino da non sottovalutare.  

2- Mektoub, My Love: Canto uno.

L'amore è persino nel titolo del nuovo, monumentale film del regista di Vita di Adele, costretto a vendere la sua Palma d'Oro per trovare i fondi necessari a completare l'opera. Chissà se Abdellatif Kechiche riuscirà a completare quello che nelle sue intenzioni sarà un trittico di storie di vita e d'amore che si sovrappongono e s'influenzano a vicenda. Ambientato in una cittadina di mare nella Francia del 1994, Mektoub è l'intenso racconto di un'estate fugace e giocosa vissuta da un gruppo di giovanissimi; alcuni lavorano nelle tenute agricole della zona, altri sono arrivati per le vacanze estive. 

Amin e Ophélie camminano fianco a fianco in una scena di Mektoub My LoveVenezia 74
Mektoub, My Love: così inteso che sembra di sentire il sole estivo sulla pelle

Al centro della scena c'è Amin, un giovane sceneggiatore appena rientrato da Parigi al paese natale, giusto in tempo per scoprire che il cugino rubacuori intrattiene una torbida relazione con la bellissima Ophélie. La ragazza, al cui fascino non è immune nemmeno il protagonista, è la fidanzata e promessa sposa di un giovane militare in servizio su una portaerei. Mektoub non possiede la perfezione narrativa di Vita di Adele, perché si lascia travolgere dall'abbondanza di sentimenti e di personaggi dell'estate che racconta. Tra danze sfrenate e pomeriggi in spiaggia, il senso di libertà che il suo ritratto di gioventù e di vita restituisce però mi fa pensare che forse va bene proprio così. 

1- Tre manifesti a Ebbing, Missouri

Non importa quale sia il criterio di selezione tra i film in concorso a Venezia 74: il migliore - e di parecchie lunghezze - è sempre il nuovo lungometraggio di Martin McDonagh. Il regista di In Bruges e Sette Psicopatici ha portato a casa il premio per la miglior sceneggiatura, ma è davvero poca cosa di fronte all'equilibrio perfetto e potentissimo del suo film, incentrato sulla mossa senza precedenti di una madre che vuole giustizia per sua figlia. 

Tre manifesti a Ebbing, Missouri ha una scrittura così bilanciata che andrebbe studiata nelle scuole di cinema. Mentre esploriamo insieme ai protagonisti quel che resta del cold case irrisolto che tormenta la protagonista, ci accorgiamo che nessuno ha mai veramente torto o ragione. McDonaugh li e ci mette di fronte alla nostra superficialità di giudizio, redendo memorabile in senso inaspettato il poliziotto razzista di Sam Rockwell e regalando a Frances McDormand un ruolo da Oscar, in un film in cui davvero nessuno nel cast è meno che bravissimo.

Tre manifesti a Ebbing, Missouri è uno dei migliori film del 2017: assolutamente imperdibile. 

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