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A Venezia 74 tante storie di donne ma una sola regista in concorso

Al Festival del Cinema di Venezia tanti i film che parlano di donne ma solo una regista in corsa per il Leone d'oro. Nelle altre realtà cinematografiche europee la situazione non cambia. Perché questa disparità di genere?

Una immagine di Monica Vitti in Deserto Rosso di Michelangelo Antonioni

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Venezia 74 sembrava destinata a diventare un luminoso faro di modernità ed emancipazione dagli stereotipi del maschile e del femminile, almeno nel mondo dello spettacolo.

La prima sorpresa è stata quella di aver allegramente violato la tradizione, scegliendo come madrina del festival non un’attrice o una modella di più o meno talento ma un uomo, Alessandro Borghi.

Alessandro Borghi red carpet di Mother! Venezia 74 HDAlessandro Borghi © La Biennale di Venezia - foto ASAC
Alessandro Borghi

Ribattezzato con orrore “madrino” per sottolineare l’insolito cambio di ruolo, o perché padrino faceva troppo Don Vito Corleone, la sua ottima presenza - e spigliatezza - non ha suscitato particolari rimpianti nei nostalgici di vallette e affini.

Il secondo e inaspettato evento, un colpo ben assestato, è il nome di Annette Bening come presidente di giuria.

Annette Bening presidente giuria a Venezia 74 HDAnnette Bening © La Biennale di Venezia - foto ASAC
Annette Bening

Dopo anni di prestigioso dominio maschile, il suo charme e spessore culturale ha aperto un ulteriore spiraglio verso l’uguaglianza di genere. 

Ma è davvero così?

Osservando l’esigua presenza di registe, sembrerebbe che qualcosa di indeterminato tenga lontano il gentil sesso dalla laguna e, più in generale, dal brivido della competizione.

Nei 21 film in corsa per il Leone d’oro, solo uno, Angels Wear White, è diretto da una donna, Vivian Qu.

Vivian Qu alla presentazione del suo film Angels Wear White Venezia 74 HD
Vivian Qu

In quelli fuori concorso il discorso non cambia: su 22 pellicole, ci sono solo Antonietta De Lillo con Il signor Rotpeter e Lucrecia Martel con Zama. 

Nella categoria Nuovi Orizzonti, su 18 lungometraggi 5 parlano al femminile: Caniba di Verena Paravel in coppia con Lucien Castaing Taylor, Les Bienheureux di Sofia Djama, Marvin di Anne Fontaine, Nico 1988 di Susanna Nicchiarelli e The Rape of Recy Taylor di Nancy Buirski.

Susanna Nicchiarelli a Venezia 74 con Nico, 1988HD
Susanna Nicchiarelli

Sarà un caso?

Cercando tra i titoli principali dell’ultimo triennio, non si registrano significative variazioni numeriche ma sottolineiamo che, nel periodo 1990 - 2016 solo Mira Nair (Monsoon Wedding, 2001) e Sofia Coppola (Somewhere, 2010) hanno vinto il prestigioso Leone d’oro.

Sofia Coppola vince premio alla regia Cannes 2017 per L'inganno HD
Sofia Coppola

Il Leone d’argento per la miglior regia è andato nel 2009 all’artista iraniana Shirin Neshat: il titolo del film, Donne senza uomini, ha un suono ironico e amaro. 

The Hollywood Reporter, non senza qualche vena polemica, ha intervistato il direttore del festival, Alberto Barbera, in merito alla questione:

Non penso che sia colpa nostra… non mi piace pensare in termini di quote durante il processo di selezione.

Sono dispiaciuto del fatto che ci siano così poche pellicole dirette da donne, quest’anno, ma noi non produciamo film.

Il direttore rivela che la scrematura delle pellicole avviene in perfetto anonimato proprio per proteggerebbe gli autori da qualsiasi voluta o inconscia discriminazione.

Alberto Barbera con Valeria Golino alla prima di Il colore nascosto delle cose HD
Alberto Barbera Valeria Golino

Questa penuria, quindi, non sembrerebbe motivata da pregiudizi. 

Solo Venezia è, pur involontariamente, poco accogliente?

Scorrendo i nomi dei cineasti presenti nelle categorie competitive dei principali festival internazionali, scopriamo che le differenze sono davvero minime.

Sofia Coppola miglior regista a Cannes 2017 per L'inganno HD
Sofia Coppola

A Cannes 2017, il Prix de la mise en scène è andato a Sofia Coppola per L’inganno: un trionfo che stride con la scarsa presenza femminile in concorso, solo 3 su 19: Lynne Ramsay con You Were Never Really Here, la stessa Sofia Coppola e Naomi Kawase con Likari.

Per Un Certain Regard, 5 su 18 pellicole: Dopo la guerra di Annarita Zambrano, Aala Kaf Ifrit di Kaouther Ben Hania, La Novia del Desierto di Cecilia Atan e Valeria Pivato, Jeune Fille di Léonor Serraille, Western di Valeska Grisebach.

Dal 1990 al 2016 una sola Palma d’oro è stata assegnata a una donna, Jane Campion (Lezioni di piano, 1993).

La regista Jane Campion e Nicole Kidman alla prima di Top of the Lake HD
Jane Campion Nicole Kidman

A Berlino, l’Orso d’oro quest'anno è andato alla regista Ildikó Enyedi per On Body and Soul, entrando nella storia con altre due colleghe: Jasmila Žbanić (Il segreto di Esma, 2006) e Claudia Llosa (Il canto di Paloma, 2009).

L’Orso d’argento per il miglior regista ha toccato le mani di Małgorzata Szumowska per Cialo (ex aequo, 2015) e Mia Hansen-Løve per Le cose che verranno (2016). 

Mia Hansen-Løve al 54mo New York Film Festival HD

Su 18 lungometraggi in concorso quest’anno, solo 4 registe: Colo di Teresa Villaverde, The Party di Sally Potter, Pokot di Agnieszka Holland, On Body and Soul di Ildikó Enyedi.

L’eccezione che, fortunatamente, non conferma questa malinconica regola è quella del festival di Locarno: la presenza del "sesso debole" nelle tre categorie – Concorso internazionale, Cineasti del presente, Pardi di domani - è quella più significativa di tutti.

La regista Claire Denis, vincitrice del Pardo d'oro a Locarno HD
Claire Denis

Il Pardo d’oro, dal 1990 al 2016, è stato assegnato a 9 agguerrite e capaci autrici come Svetlana Proskurina (Un valzer casuale, 1990), Clara Law (Qiuyue. Luna d'autunno, 1992), Claire Denis (Nénette e Boni, 1996), Hélène Angel (Pelle d'uomo cuore di bestia, 1999), Sabiha Sumar (Acque silenziose, 2003), Andrea Štaka (Das Fräulein, 2006). Xiaolu Guo (She, A Chinese, 2009), Milagros Mumenthaler (Aprire porte e finestre, 2011) e Ralitza Petrova (Bezbog, 2016).

Dopo questa serie di numeri da riserva indiana, è necessario domandarsi se il peso relativo delle donne dietro la macchina da presa abbia altre e più profonde radici oltre alla generica e fin troppo abusata accusa di maschilismo.

Ci sono ostacoli oggettivi o, più semplicemente, i film dell’altra metà del cielo non piacciono né al pubblico maschile né al gentil sesso?

Le parole di Vivian Qu portano verso un’altra direzione:

Naturalmente, vorrei che fossero presenti molte più registe al festival di Venezia ma per andare alla radice del problema, se fossero più incoraggiate a lavorare nel settore e avessero l’opportunità di assumere ruoli creativi di maggior peso, sono certa che potremmo vedere sempre più film diretti da donne.

Le film-maker scarseggiano ai festival non perché discriminate ma per la loro mancanza in ruoli chiave nell'industria della settima arte. 

Una ricerca dell’European Women’s Audiovisual Network (EWA) sulla diversità di genere nel cinema ha esaminato il periodo tra il 2006 e il 2013 di sette paesi europei, riscontrando che solo un film su 10 è stato diretto da una donna.

Una immagine di Angels Wear White di Vivian Qu HDJia Nian Hua © 22 Hours Films
Angels Wear White

In Italia, le registe sono il 25% della categoria e le iscritte alle scuole di regia sarebbero solo il 17% mentre più massiccia la partecipazione in quelle con indirizzo cinematografico teorico (41,5%).

Le motivazioni che portano a risultati così sconfortanti risiederebbero, secondo la ricerca, nella mancanza di modelli di riferimento, l’accentuato senso di precarietà che spaventa una donna molto più di uomo oltre alla diffusa sensazione che gli investitori prediligano un professionista maschile a prescindere dalla bontà del progetto.

Il quadro è oramai chiaro: la scarsa presenza nei mestieri più tecnici del cinema insegue la triste e malinconica sorte delle recenti battaglie per l'uguaglianza dei compensi attoriali e la carenza di parti per le interpreti over 40, a ricordare che a Hollywood e dintorni anche per le autrici ci sono solo tre età: bambola, procuratore legale e "A spasso con Daisy”.

Oltreoceano, la musica è la medesima.

Le donne faticano a raggiungere un posto al sole, vicino a Martin Scorsese o Steven Soderbergh.

Se Kathryn Bigelow, Oscar per The Hurt Locker (2010) è ancora un faro per le aspiranti registe e Wonder Woman di Patty Jenkins ha fatto l’en plein di incassi e pubblico, i produttori faticano ancora a scommettere su di loro.

Patty Jenkins e il cast di Wonder Woman alla prima del film HD
Patty Jenkins

Le star del cinema americano, però, da molti anni utilizzano un’arma potente, quella dell’alleanza e solidarietà professionale.

Non è un caso, infatti, che una diva come Meryl Streep abbia dedicato tempo e fatica nel creare insieme a Oprah Winfrey corsi di scrittura cinematografica dedicati a donne che hanno superato i 40 anni di età.

Meryl Streep parla al NY Film Institute HD
Meryl Streep

Lo studio EWA ha cercato di dare risposte concrete per un cambiamento radicale come ripartire equamente i fondi pubblici e privati destinati alla produzione cinematografica e coinvolgere le scuole e le istituzioni.

Nonostante l’incoraggiante e sensato tentativo di aiutare le donne nelle loro giuste ambizioni, lo spauracchio delle quote rosa, che tanto piacciono ai politici in cerca di voti, potrebbe svilire il talento al femminile, che non ha bisogno di salvifiche campagne in stile associazione animalista ma solo di un’opportunità per merito.

Lo stesso Alberto Barbera sottolinea il pericolo di questa teorica quanto schizofrenica deriva:

Non voglio mettere in concorso un lungometraggio solo perché c’è una donna dietro la macchina da presa.

Nessuna regista vorrebbe essere scelta solo per salvarsi da una possibile estinzione, questo è certo, ma la lontananza più o meno forzata delle donne dietro lo schermo porterà, alla lunga distanza, a un fenomeno che potremmo definire come una progressiva rinuncia della percezione al femminile.

Ancora una volta, Venezia 74 sottolinea i modelli di questo assunto di base.

Charlotte Rampling protagonista del film Hannah di Andrea Pallaoro HD
Charlotte Rampling

Lo schermo del lido mostra una netta predilezione per storie con interpreti assolute protagoniste, a cominciare dagli italiani in gara come Andrea Pallaoro con Hannah, in cui giganteggia una splendida Charlotte Rampling o Micaela Ramazzotti in Una famiglia di Sebastiano Riso.

Micaela Ramazzotti nel film Una famiglia di Sebastiano Riso HD
Micaela Ramazzotti

Negli anni, registi di grande talento e sensibilità hanno dedicato anima e corpo a ritratti delle loro muse ma al cinema sono sempre più esclusivo oggetto di interpretazione maschile.

Quanto hanno da perdere, le donne, nell'essere continuamente sostituite alla loro stessa visione?

In un mondo dove lo sguardo è il senso privilegiato che sta sostituendo persino la parola, la deprivazione dell’ottica femminile potrebbe paradossalmente metterle a tacere in ogni settore della vita.

Forse è arrivato il momento di far sentire la propria voce. 

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