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Cronache di una neomelodica al festival Sonar di Barcellona 2017

Io, proprio io sono stata invitata al Sonar di Barcellona. Ecco a voi la cronaca delle mie 72 ore di musica elettronica in una delle mie città europee preferite.

Sonar Barcellona 2017: la cronaca di una neomelodica

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Qualche settimana fa mi hanno proposto di andare al Sonar. A me che nella playlist del cuore annovero in ordine sparso i TheGiornalisti, De André, l’intera discografia di Frank Sinatra e quando voglio sentirmi aggressiva quel gran figo di Chris Martin. Un po’ per deformazione professionale, un po’ per propensione naturale al rischio e all’avventura ho imparato, però, a non declinare quasi mai gli inviti che mi vengono rivolti, sebbene siano ciò che di più lontano esista dalla mia persona.

Ed è così che mi sono ritrovata un giovedì apparentemente qualunque con un biglietto di andata e, per fortuna, anche con uno di ritorno in mano. Settantadue ore di musica elettronica praticamente ininterrotta, se non si considerano le sette ore di stop giornaliere previste dal programma e che, credo e spero per la serenità nazionale, servissero per riprendersi e magari farsi una doccia!

Dopo ho imparato che

  • bere la birra non è mai una buona idea
  • bere tre litri di birra in un luogo con 100mila persone e i bagni chimici può rivelarsi una delle peggiori idee di sempre
  • Vasco lì non lo conoscono
  • la musica elettronica può anche avere il suo fascino, ma il fatto che non la si possa cantare sotto la doccia o al semaforo semestrale di Via Panama mi distrugge
  • il pan tomate è patrimonio dell’umanità
  • la sangria anche
  • non c’è nulla che Zara non possa risolvere
  • le blogger spagnole sono esattamente come dovrebbero essere le blogger tutte: capaci di confondere, mixare e mischiare vestiti e accessori senza proferire una parola in inglese
  • i texani vintage che ho scovato in un vintage di Las Vegas si confermano uno dei migliori acquisti di quest’anno
  • Gino Paoli resta imbattuto
  • Barcellona resta una delle mie città preferite. Sarà per quella distesa d’acqua che la incornicia e che determina il ritmo della giornata e della vita e degli umori e degli amori e dell’anima delle persone che ci vivono!

Ho sempre amato Barcellona e non per il semplice fatto che sia in Spagna, che si beva la sangria e che trovi il pan tomate una delle cose più buone al mondo. No. Ho sempre amato Barcellona perché è una città - una grande e bella città - bagnata dal mare. E quella distesa immensa di acqua influenza il ritmo delle persone che ci nascono e che ci vivono o che semplicemente per quelle Calle si ritrovano a passare una notte di giugno. Influenza l'animo della gente, gli orari, le priorità, l'agenda, lo stato d'animo, il modo di concepire l'amore. Ho sempre amato Barcellona perché è una città viva. Sporca di salsedine, inondata di sole e di palme, ricca di storia e di storie di quelle che mischiano il sacro con il profano e che si snodano per le strade de El Gotico. E che finiscono - inevitabilmente e fortunatamente - tutte lì: occhi fissi sul mare. @patriziapepe #patriziapepelovers #secondatappa #Barcellona #littlesnobthing #chidalmarevienealmaretorna #tothesea

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