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I gatti ci hanno usato per conquistare il mondo, lo prova una nuova ricerca

Lo studio del DNA proveniente da 209 gatti vissuti negli ultimi 9000 anni ha permesso di tracciare i percorsi della loro diffusione nel mondo.

Un gatto bianco e nero in un campo di denti di leone

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I gatti non sono sempre esistiti in ogni parte del mondo come oggi, e di certo in origine non erano animali addomesticati (lo saranno mai del tutto?). Questi felini dei quali non sappiamo ormai fare a meno, e che ci regalano buona parte di meme e gif con cui illuminiamo le nostre giornate, sono originari infatti del Medio Oriente e si sono avvicinati agli umani tantissimo tempo fa, probabilmente perché attratti dalla presenza di topi e ratti. A loro volta, i roditori erano comparsi nei pressi degli insediamenti umani dove le nuove tecniche di agricoltura avevano reso possibile immagazzinare quantità di cereali e alimenti simili. 

Dai primi contatti nel Medio Oriente, quindi, i gatti addomesticati si lanciarono alla conquista del mondo seguendo gli uomini che viaggiavano e navigavano per il globo, prendendo così possesso dei vari continenti nel corso della storia - incluse le puntate in Antartide - e dando luogo a una coesistenza che si protrae da millenni, come prova uno studio pubblicato qualche giorno fa.

La ricerca - iniziata circa 10 anni fa da Claudio Ottoni, Laura Llorente, Eva-Maria Geigl e Thierry Grange - è stata condotta su 209 campioni di DNA prelevati da antichi scheletri e resti mummificati di gatti vissuti in un periodo che abbraccia ben 9000 anni. Lo studio ha richiesto tanto tempo soprattutto per l'estrema scarsità di resti felini reperibili nel mondo.
"I campioni sono molto rari", commenta la paleogenetista Eva-Maria Geigl. Uno dei motivi risiede nel fatto che, poiché l'essere umano non si ciba di gatti, non è possibile rinvenire tanti resti nelle pile di rifiuti antichi come invece succede per gli ossi di pollo o di maiale. Alcuni dei colleghi della dottoressa, in particolare Wim Van Neer, hanno ricercato resti di gatti trovati negli scavi archeologici inoltrando richieste a musei e collezioni internazionali, riuscendo infine a collezionare ossa, denti o peli di 352 esemplari, incluse le mummie esposte al British Museum di Londra.

I gatti mummificati al British MuseumErica Cheung
Gli studiosi hanno potuto effettuare analisi anche sulle mummie di gatti esibite al British Museum

Non tutto il materiale reperito però conteneva DNA, per via delle condizioni in cui era stato conservato: le elevate temperature del Medio Oriente, che nelle tombe egizie si combinano anche a una significativa umidità, sono state "un vero disastro per il DNA", ha detto la dottoressa Geigl. Anche il semplice atto di estrazione del campione genetico può danneggiarlo, e per evitare tutto ciò il processo di frantumazione è stato realizzato in un bagno di azoto liquido: ecco come si è arrivati a quei 209 campioni refertabili, grazie ai quali si è potuto tracciare un quadro piuttosto dettagliato della diffusione felina sulle rotte commerciali umane.

Il primo percorso registrato ha avuto origine in Anatolia (più o meno la Turchia odierna): già nel 4400 a.C. i gatti di questa zona si diffondevano in Europa. Una seconda rotta è iniziata in Egitto per poi sparpagliarsi attraverso il Mediterraneo. Ovunque i gatti seguissero i viaggiatori, finivano per combinare il loro patrimonio genetico con quello dei loro simili selvatici presenti sul territorio; questo scambio di DNA funzionava anche nel senso contrario, ovvero ripercorrendo la rotta commerciale verso il luogo d'origine dei primi gatti pellegrini.

L'illustrazione di Kitagawa Utamaro di una donna che gioca con un gattoMetropolitan Museum NY
Una donna ed un gatto, stampa del periodo Edo (1615-1868) illustrata da Kitagawa Utamaro (ca 1754-1806)

Per lo studio in questione tali liason feline sono state un rompicapo. Ad esempio, un gatto di 2000 anni fa aveva la stessa sequenza genetica di alcuni felini selvatici dell'India. Claudio Ottoni dell'Università di Oslo ricorda di aver pensato che fosse un errore, la prima volta che si è ritrovato quel risultato sullo schermo. In realtà, quell'esemplare era stato trovato in un antico porto romano nella città di Berenike, che era una delle tappe di una rotta commerciale di passaggio per l'Oceano Indiano: gli uomini portavano a bordo i gatti perché sterminassero i topi, contribuendo così al loro dilagare nel mondo.

Un altro interessante risultato di queste ricerche è la constatazione che, rispetto ad altri animali, i gatti sono cambiati poco a seguito dell'addomesticamento: se certamente da un punto di vista comportamentale sono diventati più tolleranti nei confronti di noi umani, da quello fisico hanno mantenuto più o meno la stessa forma e dimensione, oltre che ricorrere sempre allo stesso tipo di movenze per balzare sulla preda. Insomma, erano ben capaci di cacciare i topi da soli, mentre i cani hanno dovuto imparare a fare per noi quello di cui avevamo bisogno, come aiutare nel pascolo di greggi e mandrie.

Un'illustrazione di un gatto che caccia topiBritish Library
I gatti non hanno avuto bisogno di essere addestrati per cacciare i topi

Ciò che invece ha subito una modifica è il colore e i disegni del pelo, diversi tra le varie razze conosciute oggi e quelle originarie dei felini selvatici. I ricercatori hanno, ad esempio, determinato che le striature del gatto soriano sono emerse durante il Medio Evo, per colpa di una mutazione di una singola lettera nel gene Taqpep (il solo gene del manto studiato da Geigl e colleghi). Affascinante, no? Le basi gettate da questo studio del DNA mitocondriale di gatti antichi saranno fondamentali per conoscere in maniera ancora più approfondita la storia di questi animali con i quali amiamo coesistere da tanti millenni.

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